Coscienza; implicazioni epistemologiche e metafisiche

Aperto da Alberto Knox, 21 Febbraio 2026, 01:36:23 AM

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iano

#390
Citazione di: Il_Dubbio il 14 Aprile 2026, 22:58:59 PM@iano è inutile che riporti ciò che hai scritto perchè non ho capito nulla.

cosa sono le actio? Sono rappresentazioni (o anche qualia, tanto le loro descrizioni sono simili) che hanno bisogno di essere a loro volta rappresentate. Non possono arrivare direttamente cosi come sono. Hanno bisogno di essere trasformate in un linguaggio condivisibile.
L'azione avviene nel momento della trasformazione,
Un sentimento di amicizia si trasforma in gesti o anche parole che vogliono significare, in chi le compie, amicizia.
Chi le recepisce, a sua volta, può decodificare quel tipo di messaggio e comprendere che quelle erano segno di un sentimento condiviso. In quel momento avviene un primo messaggio condiviso prima ancora di aver creato un codice. Il codice diventa la prima condivisione. Quando il messaggio è veicolato stabilmente diventa linguaggio.

Quando i posteri utilizzaranno quel tipo di linguaggio perchè vorranno veicolare quel tipo di messaggio potranno essere scambiati come imitatori o utilizzatori di un programma. Ovvero da quel momento i loro sentimenti o pensieri sono a rischio di imitazione e manipolazione.




Paradossale ciò che affermi, visto che, almeno in parte, anche senza volere, hai riscritto il mio post con parole tue.
Colgo quindi l'occasione per farti una critica, che volevo farti già molti post fa, ma la cui ragione adesso meglio appare, che è quella che non fai molti sforzi per immedesimarti col pensiero altrui, al punto che può anche coincidere col tuo senza che tu te ne accorga.
Io trovo spunti di riflessione in quel che scrivi, e quindi continuerò a leggere e a rispondere, nonostante abbia l'impressione che tu stia parlando da un pezzo da  solo.


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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

PhyroSphera

Citazione di: Il_Dubbio il 14 Aprile 2026, 18:50:31 PMcredo di aver detto che ci sono troppi termini... che dicono la stessa identica cosa.

Fhil mi fa vedere cosa dice la treccani su qualia

vediamo cosa dice wipedia su rappresenzazione (sotto la voce coscienza):

In filosofia per rappresentazione s'intende: sia il contenuto stesso dell'azione rappresentativa, sia l'atto del rappresentare, cioè percepire coscientemente, nell'ambito della sensibilità esterna, un oggetto con le sue caratteristiche sensibili, ad esempio una cosa, oppure avvertire, nell'ambito della sensibilità interna, come oggetti interni, emozioni, passioni, fantasie ecc. In quest'ultimo senso la rappresentazione è un'attività del pensiero.

Non vedo cosa ci sia diverso.

Probabilmente il concetto che sto esprimendo è piu specifico, quindi mi devo svincolare dai troppi termini che dicono la stessa cosa.

Pur essendo, quindi, una rappresentanzione (che esprime un qualia) i miei stanno ad indicare "azione".
Questi, per uscire dall'essere solo rappresentanzione ovvero per non rimanere solo un qualia, devono uscire dal loro guscio. Ciò che indico quindi è qualcosa di attivo al contrario della passività che esprimono altri termini.
Una emozione che sta dentro e non viene espressa esprime passività. Mentre i miei actio sono ciò che muovono la cultura e lo sviluppo dell'umano.

quindi se  vi sta bene li chiamerei actio dal latino azione.
Non ci si deve meramente basare su cosa si intende in filosofia per rappresentazione dei sensi e della mente, ma cosa si indica. Innanzitutto la parola "rappresentazione" implica già da sola un significato che non è il solo percepire e sentire, ma farlo in un modo inventivo (quanto a sensibilità) e creativo (quanto a mentalità), altrimenti sarebbe illogico l'utilizzo della parola.
In secondo luogo questa "rappresentazione" indica il fatto che i dati dei sensi vengono sempre interpretati, non sono degli input informatici.
Solo questo, basterebbe a spezzare l'elucubrazione su macchine pensanti e identità tra elaboratori e cerebri e menti umane. Perché tutto finisce solo riflettendo su una parola? Perché sostenere detta identità è uno sproposito completo che si trova anche fuori da un linguaggio possibile. Se si abbandona quello occidentale per un altro, alla fine si trova che quest'altro non lo consente, tale e quale quello di partenza.
In principio pensare alla cinese o cinese, secondo la cultura del Paese da cui giunge la numerazione binaria alla base dei successi cibernetici ed informatici, potrà essere una chimera affascinante, poi ci si ritrova con indentico divieto linguistico. Il linguaggio non si presta ad andar completamente fuori dal seminato.

MAURO PASTORE
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Il_Dubbio

Citazione di: iano il 14 Aprile 2026, 23:51:53 PMIo trovo spunti di riflessione in quel che scrivi, e quindi continuerò a leggere e a rispondere, nonostante abbia l'impressione che tu stia parlando da un pezzo da  solo.


Sono circa 20 anni che cerco una leva con cui elevare la coscienza a qualcosa di utile.
Questa volta l'ho trovata e quindi sono contento.

Poi quando si vuole impostare un messaggio "nuovo", come credo sia il mio, è facile aspettarsi della negatività. 
Quando mi si contrasterà nel merito allora potrà nascere qualcosa anche di piu interessante.

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iano

Citazione di: Il_Dubbio il 15 Aprile 2026, 10:01:00 AMSono circa 20 anni che cerco una leva con cui elevare la coscienza a qualcosa di utile.
Questa volta l'ho trovata e quindi sono contento.

Poi quando si vuole impostare un messaggio "nuovo", come credo sia il mio, è facile aspettarsi della negatività.
Quando mi si contrasterà nel merito allora potrà nascere qualcosa anche di piu interessante.



Sono felice per te, ma che la coscienza abbia un  sua utilità sinceramente non mi sembra una grande scoperta.
La questione allora è semmai se si possa elevare a qualcosa di utile la sua mancanza.
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Il_Dubbio

Citazione di: iano il 15 Aprile 2026, 15:30:04 PMSono felice per te, ma che la coscienza abbia un  sua utilità sinceramente non mi sembra una grande scoperta.

Anche in questo caso non ho capito. Vuoi dire che sai in cosa è utile o che non è importante sapere se abbia una utilità?

In un caso o nell'altro mi daresti maggiori chiarimenti?
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Alberto Knox

Citazione di: Il_Dubbio il 14 Aprile 2026, 22:58:59 PMUn sentimento di amicizia si trasforma in gesti o anche parole che vogliono significare, in chi le compie, amicizia.
Chi le recepisce, a sua volta, può decodificare quel tipo di messaggio e comprendere che quelle erano segno di un sentimento condiviso. In quel momento avviene un primo messaggio condiviso prima ancora di aver creato un codice. Il codice diventa la prima condivisione. Quando il messaggio è veicolato stabilmente diventa linguaggio. 
La comunicazione prevede un emittente che invia un messaggio attraverso un canale, codificato secondo un sistema condiviso, a un destinatario. Hai appena illustrato la teoria della comunicazione,bhè diciamo che hai detto le sue fondamenta. 
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iano

Citazione di: Il_Dubbio il 15 Aprile 2026, 21:34:49 PMAnche in questo caso non ho capito. Vuoi dire che sai in cosa è utile o che non è importante sapere se abbia una utilità?

In un caso o nell'altro mi daresti maggiori chiarimenti?
Io scrivo ''che la coscienza abbia un  sua utilità sinceramente non mi sembra una grande scoperta.''
E questa frase non ti è chiara?
Mi stai prendendo in giro? :(
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Il_Dubbio

Citazione di: Alberto Knox il 15 Aprile 2026, 23:14:43 PMLa comunicazione prevede un emittente che invia un messaggio attraverso un canale, codificato secondo un sistema condiviso, a un destinatario. Hai appena illustrato la teoria della comunicazione,bhè diciamo che hai detto le sue fondamenta.
esatto, ma inizialmente non c'è ancora un codice in condivisione. La cosa importante qui non è il codice da condividere ma il messaggio da inviare. Il fatto che si invii un messaggio ancora prima di avere un codice vuol significare che si sta cercando di interpretare, o altrimenti rappresentare, il messaggio da inviare. In pratica si sta inventando un linguaggio.

In pratica hai dentro di te qualcosa di potenzialmente esplosivo. Sta a te farlo diventare evidente.
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Il_Dubbio

Citazione di: iano il 15 Aprile 2026, 23:32:32 PMIo scrivo ''che la coscienza abbia un  sua utilità sinceramente non mi sembra una grande scoperta.''
E questa frase non ti è chiara?
Mi stai prendendo in giro? :(
no, sinceramente non ti sto prendendo in giro... non ho capito. Quindi se vuoi, con parole chiare, semplici e senza fronzoli, me le chiarisci, se ti aggrada.
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Alberto Knox

Citazione di: Il_Dubbio il 15 Aprile 2026, 23:46:05 PMesatto, ma inizialmente non c'è ancora un codice in condivisione. La cosa importante qui non è il codice da condividere ma il messaggio da inviare. Il fatto che si invii un messaggio ancora prima di avere un codice vuol significare che si sta cercando di interpretare, o altrimenti rappresentare, il messaggio da inviare. In pratica si sta inventando un linguaggio.

In pratica hai dentro di te qualcosa di potenzialmente esplosivo. Sta a te farlo diventare evidente.
immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita. Oggi giorno nascono parole nuove fra i giovani che io non comprendo. Adesso non mi viene in mente la parola.
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Il_Dubbio

Citazione di: Alberto Knox il 15 Aprile 2026, 23:51:31 PMimmaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita. Oggi giorno nascono parole nuove fra i giovani che io non comprendo. Adesso non mi viene in mente la parola.

quella dei giovani è una realtà dove effettivamente nascono i nuovi linguaggi. Testimonianza vivente di quello che stiamo dicendo.
Magari tra loro si comprendono...poi solo alla fine questi termini arrivano alla treccani (chi è stato a rimandarmi alla treccani il termine di qualia?, non ricordo... :-\ )
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iano

Citazione di: Il_Dubbio il 15 Aprile 2026, 23:48:53 PMno, sinceramente non ti sto prendendo in giro... non ho capito. Quindi se vuoi, con parole chiare, semplici e senza fronzoli, me le chiarisci, se ti aggrada.
Credimi tu, più di così non posso.
Mi limito solo a ringraziarti per gli spunti che fin qui ci hai dato.
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Il_Dubbio

Citazione di: iano il 16 Aprile 2026, 00:45:59 AMCredimi tu, più di così non posso.

non posso credere, la verità è che non hai argomenti.
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Alberto Knox

due parole ancora sull inconscio:

Se si accetta il concetto Junghiano di inconscio collettivo , allora l inconscio si estende oltre i confini della sfera individuale . Se poi ci si spinge più in la e si ammette il concetto di inconscio come definito dallo Zen (e sarebbe una scelta saggia) si può giungere a concepire un livello di profondità abissale ma pragmaticamente concreta , che si estende oltre i limiti dell umanità ; il punto più profondo e origine dell inconscio nello Zen è definito con il termine "autonatura" ed è un principio precategoriale latente in ogni essere senziente. 
L'autonatura è la condizione della mente oltre i suoi stati ordinari e i suoi contenuti;  è la mente totalmente libera e universale e come tale precategoriale , ovvero , non delimitata da alcun concetto e categoria umana, nemmeno dagli archetipi. Essa da origine alla coscienza rivolgendosi verso il mondo esterno e da qui all apertura alla molteplicità , alla dualità apparente e al pensiero. In questo processo di apertura la coscienza diventa egocentrica quando dimentica la sua origine e percepisce di se stessa solo l Io , che invece è un piccolo aggregato superficiale non dotato di esistenza intrinseca. 
Il concetto Zen di inconscio appena riportato è di non facile comprensione per l uomo occidentale , ma è epistemicamente ben fondato e molto più profondo e esteso rispetto a quello freudiano. Per lo Zen quest ultimo (l Io) è , giustamente, solo un piccolo aspetto appartenente alla sfera della coscienza superficiale , ossia alla mente empirica rivolta al mondo esterno. Quanto detto non è per sminuire l io, ma solo per collocarlo nella sua giusta posizione di esistenza. 
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PhyroSphera

Citazione di: Alberto Knox il Oggi alle 00:15:15 AMdue parole ancora sull inconscio:

Se si accetta il concetto Junghiano di inconscio collettivo , allora l inconscio si estende oltre i confini della sfera individuale . Se poi ci si spinge più in la e si ammette il concetto di inconscio come definito dallo Zen (e sarebbe una scelta saggia) si può giungere a concepire un livello di profondità abissale ma pragmaticamente concreta , che si estende oltre i limiti dell umanità ; il punto più profondo e origine dell inconscio nello Zen è definito con il termine "autonatura" ed è un principio precategoriale latente in ogni essere senziente.
L'autonatura è la condizione della mente oltre i suoi stati ordinari e i suoi contenuti;  è la mente totalmente libera e universale e come tale precategoriale , ovvero , non delimitata da alcun concetto e categoria umana, nemmeno dagli archetipi. Essa da origine alla coscienza rivolgendosi verso il mondo esterno e da qui all apertura alla molteplicità , alla dualità apparente e al pensiero. In questo processo di apertura la coscienza diventa egocentrica quando dimentica la sua origine e percepisce di se stessa solo l Io , che invece è un piccolo aggregato superficiale non dotato di esistenza intrinseca.
Il concetto Zen di inconscio appena riportato è di non facile comprensione per l uomo occidentale , ma è epistemicamente ben fondato e molto più profondo e esteso rispetto a quello freudiano. Per lo Zen quest ultimo (l Io) è , giustamente, solo un piccolo aspetto appartenente alla sfera della coscienza superficiale , ossia alla mente empirica rivolta al mondo esterno. Quanto detto non è per sminuire l io, ma solo per collocarlo nella sua giusta posizione di esistenza.
Mi è venuto in mente tanto da dire e l'ho scritto, decido di inviarlo per via del fatto che non circolano abbastanza informazioni e il bisogno è tanto. So che questo è solo un forum di filosofia e il Web immenso, ma meglio che niente.


Quel che nel tuo discorso è specificamente della psicologia dello Zen, che è una saggezza o religione ed anche entrambe, è la nota sull'egocentrismo.
Riguardo ad Io e inconscio, il pensiero junghiano non fa riferimento esclusivo alle oscurità della mente ma considera attraverso il simbolo l'altra metà rispetto all'Io il Sé. Per ciò che riguarda l'inconscio collettivo, quale scoperto e studiato dalla psicologia analitica iniziata da C. G. Jung, esso dunque manifesta il Sé; e a chi faceva rimostranza chiedendo perché mai dalla assenza di coscienza dovesse emergere qualcosa e come si potesse sapere della fonte, Jung rispondeva di essere scienziato, di aver condotto studi seri, di aver redatto i relativi resoconti scientifici... ma in parole povere questo significava anche: arrangiatevi, questo è quanto. Tuttavia gli studi scientifici psicologici andarono oltre, dall'ipotesi di un Sé universale a sorta di conferma. Non era una sorpresa assoluta, perché si sapeva già che la psiche umana è in continuità con una psichicità non umana: animali non razionali, piante, finanche minerali attraverso la chimica del carbonio, sfumando nel quasi non psichico o psicoide. Sta di fatto che le scienze psicologiche davvero concepiscono la realtà universale non dico proprio animata, ma contenente sempre un principio psichico, anche se solo latente. Secondo primo acchito, sembrerebbe a taluni di ritrarre così un assurdo mondo tutto pensante. Non è così; ad essere sconfessato è il pregiudizio secondo cui un sasso, una materia inerte, è solo un aggregato e non anche qualcosa che contiene un'energia non proprio diversa da quella della nostra mente. Mentre molti si indignano e sognano di far prendere i presunti sognatori di turno, la comunità scientifica in ogni caso, con la biologia e la zoologia, conferma completamente considerando il regno minerale e gli altri via via superiori in continuità. Eppure dell'inconscio si dice collettivo e in vari altri modi, ma non universale nel senso di un unico grande essere. Esistono le diversità biologiche e la differenza tra biologia e non biologia, psicologicamente direttamente la diversità delle vite e la vita in distinzione dalla non vita; e non c'è un unico solo e grande inconscio di tutto e tutti. Allora, incalzavano e incalzano i critici più spietati: 'da dove spunta fuori questo? Cosa sarebbe, che state dicendo quando lo menzionate?' Sembra proprio che questi interrogativi abbiano battuto "il nemico", lo abbiano messo alle corde, anzi "K.O.", come si dice appunto del ring dove si fa il pugilato. Si è sicuri che si tratterebbe di pura elucubrazione, per via dell'apparire di uno sproposito logico. Ma la scienza risponde che il Sé universale da ipotesi - che si trova formulata anche negli scritti ufficiali di C. G. Jung - è diventato postulato teorico. Nelle scienze logiche i postulati non sono dei pensieri esterni alla teoria! E alla domanda, ripetuta di solito con immenso senso di sufficienza e insinuando non intelligenza del postulatore, lo scienziato risponde: è una indicazione il cui contenuto noi non lo sappiamo, ma che siamo obbligati a fare, dai dati pervenuti, dalle teorie basate sulla esperienza. R. Assagioli lo definisce "la Realtà assoluta [...]" parendo così essere diventato un ex scienziato ed un tentato filosofo; ma nella psicologia con "realtà" si indica il riferirsi della mente a qualcosa non a nulla, psicosinteticamente con "Realtà assoluta" il riferirsi a tutt'altra realtà... Certo però che proprio Assagioli, legato alla teosofia, faceva sembrare il tutto anche un'affermazione teologica... Perché in definitiva un postulato è solo un postulato. La scienza dunque postula una alterità, sondando i confini della mente esplorabili empiricamente; e questa alterità non può non essere descritta in termini analoghi al Sé di ciascun uomo (e donna, ovviamente). Quindi l'espressione Sé universale è un linguaggio che la scienza incontra nelle proprie ricerche, di una alterità che è postulata perché si fa l'esperienza del confine della mente umana. 

L'incontro più semplice è tra cultura della scienza e cultura delle religioni, in particolare secondo le dottrine storicamente caratteristiche dell'Oriente, che muovono da una sensibilità panteista, specialmente in condizioni di non saper altro. Poniamo caso che si tratti di un bonzo che offre allo studioso psicologo un discorso per dargli esempi di vissuti concreti, senza lasciarlo con un quasi niente, che questo bonzo si trovi proprio a camminare assieme allo scienziato, i cui colleghi esagitati diranno per calmarsi: 'sta proprio parlando con qualcuno, non sta vaneggiando!'... E' su una tale scorta - nell'esempio fatto un protettore proprio - che il Sé è stato definito Io superiore, considerando che esso si manifesta attraverso l'inconscio ma non è identico all'inconscio! Soprattutto considerando che nella nostra mente oltre la coscienza, a partire dalla sfera superiore della coscienza, c'è altro di noi stessi e senza distinzione col Sé, questo scovato nelle profondità inconsce (S. Freud, da vecchio, trasformando la sua dicotomia di conscio/inconscio in superiormente/inferiormente, faceva solo una grande confusione).
A complicare il tutto è il coincidere di sociologia con psicologia - anche se resta la distinzione - con l'osservazione del Sé sociale. Questo sembra essere il Sé dell'inconscio collettivo, concretamente umano - difatti Jung mostrò che è figurato in mente umanamente, di solito con il vólto di un uomo anziano e saggio; tuttavia si deve fare grande attenzione perché in realtà Sé sociale e Sé collettivo non sono proprio la stessa realtà. L'esempio degli animali ne mostra sùbito: esiste anche una società con gli animali e la manifestazione nella socialità di un Sé... uomo/bestia. Qualche rapporto sociale unilaterale anche con le piante, inventato coi minerali... e tutto parrebbe un unico grande essere, ma appunto il Sé sociale è cosa distinta, è proprio molteplicità nel senso di congerie. Il Sé collettivo, dell'umanità, è uguale in ciascun uomo, per cui non c'è alcuna congerie, solo una identità dell'inconscio di ciascun essere umano rispetto agli altri... Mentre però il Sé è una forma data, che si manifesta, l'Io è centro e contenuto. L'Io cioè è psichicamente concreto, secondo l'individualità della mente; il Sé psichicamente è solo una forma uguale in ciascuno... Si badi però che in sociologia è tutto il rovescio: è la associazione, l'essere sociali, che costituisce un oggetto unitario: la relazione. Ma questa relazione, sociale appunto, è fatta di individui, cioè non esiste alcun elemento che contiene altri elementi!
A lasciare perplessi potrebbe allora essere proprio il postulato del Sé universale. Lo scienziato, chi fa uso di scienze, si domanderà di cosa si tratti, quali rapporti con il resto, e come pensare l'essere in tanti e divisi, in presenza di questo postulato che invece non considera i tanti ma una unità che riguarderebbe tutti. A questo punto la scienza registra solo la pertinenza psicologica dei discorsi di coloro che a tale postulato fanno corrispondere una consapevolezza, cioè più di un linguaggio. La psicologia Zen (citata nel messaggio cui sto replicando), saggezza soltanto od anche ritualità religiosa ed altro, è in ogni caso spiritualità ed assai vicina alla scienza (come detto). Dunque nel buddhismo - lo Zen è una forma di buddhismo - si dice: 'tutto è uno'. Il Sé universale, a detta di chi lo pratica, non è la congerie totale, più grande pensabile di un totalizzante Sé sociale; non è neanche la costante della mente che rende tutti gli umani tali, simili gli uni agli altri; neppure è qualcosa che contraddice queste due realtà di relazione (sociale) e identità (psicologica), neanche è ciò che le contiene entrambe, non solo antropologicamente, nella relazione di ciascuna identità umana con tutto il resto possibile (il rapporto dell'uomo, in quanto uomo, col resto). Non è questo, bensì qualcosa - ci si arriva logicamente e filosoficamente - di ulteriore che, secondo quanto considerato dallo Zen e dalle altre forme di buddhismo, è una unità sottostante di una realtà misteriosa, che tutto contiene. Il buddhismo insegna la fiducia in questa ulteriorità al fine di vincere le illusioni e gli inganni che accadono nella vita di chiunque. Questo insegnamento dunque:
1) Fa riferimento a un postulato scientifico, ma che la ricerca scientifica non potrà mai indagare: il Sé universale.
2) Descrive un persorso, anche mentale, nel quale la molteplicità è vissuta assieme a una unità misteriosa che ha a che fare con ciascuno; è questo può esser detto abbandono dell'egocentrismo.
3) Accade non soltanto con la coscienza e l'inconscio ma, circolarmente, secondo quanto è superiore alla coscienza nella nostra mente ed è una sola cosa con le estreme profondità dell'inconscio - difatti per rapportarsi al Sé universale bisogna far riferimento al supercosciente che è in noi.
A) Non si trova perciò un viaggio verso la natura sempre più in basso nella scala degli esseri (è un linguaggio questo antropocentrico che non è offensivo se lo si intende); B) non si trova un allargamento indefinito del vissuto sociale tra i molti esseri dell'universo ma si vive il Sé sociale in un suo aspetto estremo, secondo una relazione che pare verso nessuno o per qualcuno assente ed invece è verso la Realtà assoluta; C) il riferirsi a quest'ultima non è follia ma proprio un riferirsi, non ci si può riferire a qualcosa di inesistente e la scienza sa bene individuare tale riferirsi. D) non si vive una esperienza d'eccezione incatalogabile dalla scienza né che potrebbe essere sia genio che follia, ragione o torto, errore o giustezza.
La filosofia la chiama 'esperienza indiretta dell'Assoluto', che non avviene solo con la relazione sociale, anche individualmente con la propria psicologia (psiche logos).
Gli esempi del bonzo e del buddhismo Zen sono solo i più semplici e immediati a disposizione per lo scienziato; anche il cristianesimo, agli antipodi della "fede nel Buddha", fa riferimento al Sé universale, solo che se ne rapporta direttamente, il più direttamente possibile; sicché il linguaggio del Sé diventa solo esteriore, nei modi, e l'espressione precisa non è praticata se non per chi in condizione non tanto diretta. Nella dottrina cristiana Dio (corrispondente al postulato del Sé universale) contiene tutto ed è una unità che vince i drammatici dissidi dei molti.
Si è detto però che la scienza dicendo "Sé universale" include un linguaggio che la attraversa ma che non è il proprio; e allora di che postulato si tratta precisamente?
E' semplicissimo: la fede è un accadimento o un accaduto psicologici, studiabile dagli scienziati se gli capita di trovarne la manifestazione adatta ai loro studi - non l'esperimento, sempre spiacevole e distanziante dall'oggetto di studio (lo afferma la psicologia ecologica), ma la semplice esperienza (altro è l'esperimento esclusivamente mentale, ma è solo un caso di riflessione, scientifica o no che sia). La fede si mostra allo psicologo con la funzione di contenere un riferimento a qualcosa d'altro. Il postulato del Sé universale, che può esser detto della Realtà assoluta (linguaggio questo vicino al cristianesimo, che si trova nella psicologia analitica e complessa, ma ancora più arcano per la scienza) attesta che il credere della fede non è concentrato su sé stesso, non è una azione o atto vuoto, ma si riferisce a qualcosa. Non è la scienza che si riferisce a questo qualcosa o insomma "altro", lo è la fede che lo scienziato può studiare - e ci sono già gli studi di psicologia ad averlo fatto - ed anche di sociologia, antropologia.


Nota Bene:
Parve, a quasi tutti coloro che tanta fiducia nutrivano nella scienza, che Sigmund Freud avesse ragione nel lamentare che C. G. Jung volesse fare il santone quando indicava per il futuro della scienza psicologica di indagare oltre il Sé dell'umanità, secondo l'ipotesi di un Sé universale, ed anche prima quando includeva nei propri testi di scienza il linguaggio religioso e di fede dei propri pazienti. La frase che Jung lasciò scritta sopra la porta di una propria dimora, tratta dall'antico oracolo di Delfi "VOCATUS ATQUE NON VOCATUS DEUS ADERIT" era dal suo punto di vista di scienziato riferita al numinoso. Il "nume" indica idea solamente o più di idea, senza specificare; ma non si deve credere che tale punto di vista dovesse essere l'unico per lui ed in lui. Da anziano una volta si oppose a un interlocutore pronunciando una lapidaria frase gnostica: "Io so, che Dio esiste"; d'altronde nei suoi Ricordi, sogni riflessioni non si definì uno gnostico - forse si era trattato di qualche parentesi o di una gnosi assieme alla fede (come contenuta anche nella Bibbia). 
Di fatto la posizione ufficiale della scienza non è attestata sulla cultura ed espressioni atee. E' necessario per gli scienziati alle prese con certe esperienze e vissuti accludere i modi che fedi e religioni hanno di parlare di altro misterioso. Lo scienziato nel dover descrivere la fede deve attestarne un riferirsi, tale riferirsi a volte è corredato di un pensiero, certe volte anche di modi espressivi e parole diverse, che nessuna scienza ha mai mostrato fantasiosi pur non potendo confermare di cosa si trattino i relativi riferimenti. Non c'è da insegnare al mondo che va detto "nume" non Dio o che "Dio" deve esser detto con terminologia filosofica, in qualità di "Assoluto" ed altro. S. Freud, che aveva sostenuto il contrario pensando che la ricerca scientifica fosse separata dai vissuti religiosi, che questi vissuti aveva finanche deriso, svalutato, per quanto l'analogia di essi con la nevrosi ossessiva da lui descritta nei suoi resoconti non fosse più che tale, alla fine confessò di essersi sbagliato nella convinzione che la materia dei culti e dei riti religiosi fosse frutto di inadeguatezza e incapacità dei protagonisti. Nei suoi resoconti ne trattava come di elucubrazioni.. e cosa dice invece la vera scienza? Afferma l'esistenza di alcuni riferirsi a, non di circoli viziosi. Si racconta che lo stesso S. Freud però non cambiasse mai idea di fondo. L'opinione sua personale pare restasse sempre uguale. Sicuramente quelli che intendono gli studi scientifici sulle religioni come motivi certi di fede non hanno compreso i limiti della scienza, ma che per tali studi si debba evitare la fede è parimenti falso. Anzi con la fede si riesce a intendere appieno il senso dei fenomeni studiati oltre che i loro significati.



MAURO PASTORE
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