PAURA E RABBIA (spunti personali e brevi meditazioni sul canone occidentale)

Aperto da green demetr, 04 Marzo 2026, 19:11:15 PM

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green demetr

Filosofia media (o anche preamboli alla filosofia avanzata)

Stavo ragionando sull'influenza della paura all'interno del paradigma della rabbia.
Il dato di fatto è che mettendomi di fronte ad una camera per la prima volta mi sono riascoltato, naturalmente il primo bias a cui sono andato incontro è l'inevitabile (e scientemente scelto come inevitabile, non mi interessa pormi sotto medicalizzazione) shok della forma invecchiata, come appaio agli altri, e anche in maniera dissociata a me stesso.
All'interno di un mondo che vive di sole apparenze e di gente che non vede oltre il palmo del naso, l'unico cosa che conta è la giovinezza, con tutto l'enorme peso di demenza consequenziale che entra nelle narici dei dotti (e dei potenti e dei poveracci, ma di questi ultimi direi di non parlarne piu).
Non credo che questa cosa sia secondaria, anzi è senz'altro primaria, ma in questo contributo ci terrei a slittare la cosa ad una sorta di pre-ambolo alla filosofia avanzata.
La seconda cosa, e qui si va al dunque, è, dopo un paio di ascolti a dire il vero (facevo una breve analisi della Teresa di Zola), l'intrusione in un discorso, che nella mia testa doveva filare liscio (Teresa è un romanzetto, ma paragonato ad oggi è un capolavoro), di elementi stranianti il discorso stesso.
All'improvviso il me schiavo (delle forme) esplicava la sua naturale propensione alla depressione (me ne frega della medicalizzazione contemporanea) in forme di rabbia latente in tutto il tono del discorso, e che scoppiava, senza che me ne rendessi veramente conto, nel filo rosso (ipotetico) del discorso.
Non è che quella rabbia non la capisca, so benissimo criticamente che è giusta, ma non aveva nulla a che vedere con un discorso che voleva essere letterario.
Quando si dice che la rabbia è un veleno, all'improvviso in una delle tante epifanie che mi capitano, se soltanto agissi nel pensare intellettuale sarei molto piu avanti nelle analisi razionali, di fatto senza farne una geremiade perchè è stato una mia scelta all'inizio dei miei vent'anni, è stato un danno per l'io, e il senso imposto da Dio.
Questa rabbia che inquina anche il discorso di Nietzche, e che anzi pervade ogni suo singolo aforisma, lo accompagna cercandolo di farlo esplodere al suo interno.
E Nietzche che è mille anni oltre me, lo sapeva, e sapeva che non puoi costringerlo fuori.
Naturalmente Freud lo ha sistematizzato come "resistenza".
Ma Nietzche parlava in maniera piu precisa di vizio, come forse avrete letto in una recente discussione postata da Jacopus mi pare.
Il vizio che nella nostra sessuofobia in stato psicotico avanzato, viene scambiato per predatorietà, è invece nella visione avanzata di filosofia della potenza, o ultrafilosofia (come  Leopardi l'ha ribatezzata meglio), qualcosa che va studiato non nella sua recintazione, etichettazione politica-sociale o qualsiasi altra cosa ci vogliamo inventare, ma nella sua destrutturazione interna, non per farne una pagliacciata come nel secondo novecento (a partire dalla fine degli anni 60 fino ad oggi, siamo ancora filosoficamente parlando nel novecento infatti, come molti filosofi malvolentieri ammettono) bensi per farne implodere la propria intrinseca pretesa di universalità, che socialmente parlando si paga sempre con la schiavitu estrema.
Estrema perchè impedisce la domanda personale, la domanda del nostro vero sè, ossia quell'io che non si fa dominare dalla parola (degli altri, o peggio dell'Altro), e che nel canone occidentale prende nome generale di libertà.
Ecco che mi sono accorto che la schiavitu, oltre che delle forme esteriori, delle catene sociali, è anche, con mio sommo orrore, nel mio stesso discorso.
E' avvelenato, il mio schiavo (ossia il soggetto in termini filosofici, ma urge un termine che sia piu consono alla verietà dei fatti) è avvelento ben oltre la volontà degli altri.
E' quello che spiega Nietzche, chi vuol comprendere Nietzche deve pensare a questo, ad una guerra al proprio discorso malato interiore, ad una critica che critica gli altri, ma sopratutto se stessi (in quanto schiavi).
C'è una differenza immane tra il se stesso schiavo, e il se stesso libero.
E sta proprio nella volontà di annichilire se stessi (e che nasconde la paura di annichilire gli altri), questa volontà che è dello schiavo però ha, con mio sommo orrore, un doppio bind, con qull'essere libero, che uno crede sempre di essere dentro di se.
E' l'esatto opposto della medicalizzazione della vita, dove il se supposto essere libero, viene coercitivamente tramite etichettazioni sommarie, che non distinguono il buono dal cattivo, il criminale dal normale, appiattite fino alla criminalità: fino a diventare essa stessa, la fautrice della distruzione della vita, nel tentativo di sanare, essa distrugge.
No questo essere supposto libero, è avvelenato dalla NON- azione intellettuale, è per questo che le religioni falliscono ad ogni latitudine, perchè nell'atto della fede, non c'è un riscontro nell'analisi non solo delle proprie azioni, ma sopratutto dei propri discorsi.
E' inutoli dire che anche questa tematica è stata sistematizzata da Freud, che ne ha fatto appunto una scienza, quella della talking cure, della cura della parola, che in italiano via heidegger, via sant'agostino affonda la propria meditazione molto piu a fondo, spero di dirne qualcosa, mentre leggo il libro "le mie confessioni".
Naturalmente togliendo il carattere di "confessione", che nasconde le geremiade, per cui vi rimando ad un altro topic di filosofia media.
All'interno invece della azione intellettuale ecco emergere dalle nebbie della malattia, la quasi costrizione ad non volger piu la testa altrove.
All'interno del vizio, che non si può fermare, vi rimando ancora al Nietzche di Jacopus, ovviamente.
Ma perchè ovviamente mi si chiederà, e spero proprio che questa cosa la si chieda se no chiudi subito il topic e fai altro.
Perchè nel vizio vi è molto di piu delle cose piu intime umane, che non sono tutte negative come vorrebbero farci credere i nostri aguzzini, al contrario nel vizio vi sono molte cose giuste e naturali, sta nel nostro rispetto della vita (e quindi degli altri) renderle GIUSTE (non della giustizia ordinaria, ma di quella DIVINA).
E ma cosa vuol dire GIUSTO e DIVINO.
E qui ragazzi depongo gli stracci.
Tutti noi dobbiamo farlo, infatti cosa mi dice che l'avvelenamente sia molto piu addentro al sè, e al sè schiavo?
Questione della filosofia avanzata, pochi gli esempi, da quel poco, molto poco, che ho iniziato a leggere, c'è solo la tragedia greca, onomateo mi pare si chiamasse ossia gli iniziatori della rinascimento orfico (ossia una completa rivisitazione del mito che si era cristallizzato ad atene), poi il vuoto fino a Leopardi, subito dopo Nietzche. Con Kafka a dominarli tutti.
certo c'è vuoto e vuoto, la filosofia nel tempo ha avuto parecchi geni con cui impegnarsi a qualcosa di almeno vicino.
Probabilmente Shakespere, devo ragionarci meglio, ma in effetti il suo Amleto anche nella sua rivisitazione pop dei film, emana su di me un suo fascino maligno.

Il veleno e la tavola dei veleni.
Ad ogni veleno la propria cura.

L'antichita conosceva molto bene la medicalizzazione della vita che oggi chiamiamo biopotere.
Oggi questi argomenti di cui abbiamo parlato per oltre un quindicennio, mi sono giunti a noia.

E invece allora dirotto proprio sulla questione del veleno.
Prima che il suo contrappasso, prima che il suo guardiano ne nascondesse la genealogia per poterla appunto trasformare in negazione del libero se, in parole ancora piu chiare.

Il veleno, ma perchè uno si avvelena?
E' ben prima della rabbia.
Una volta che sei arrabbiato sei finito.
Perchè la rabbia ti confonde.
Mi pare evidente che se una cosa emerga cosi, non possiamo di nuovo che tornare alla paura.
La maggior parte dei filosofi all'interno dei paradigmi molto piu che idioti della evoluzione della specie, parla di reminescenze rettiliane.
Francamente non mi interessa, anche perchè il punto è che sarà pure una reminescenza evolutiva, ma è ben presente nell'animale uomo (cosa che pare non li tocchi affatto).

E invece se la paura aprisse abissi del pensiero?
E l'Edipo fosse solo uno dei mostri che ci schiaccia come vermi?
E se non avessimo neppure scalfito in superficie in cosa consista la nostra libertà?
Vorrei sentire dai grandi autori del passato queste cose.

La paura è già il guardiano, ben prima dell'amministratore penitenziaro locale della rabbia.
Ben prima di qualsiasi geremiade.

Probabilmente queste intuizioni come mastro Nietzche capiva si possono avere quando ormai siamo al capezzale della miserabile non-vita che abbiamo condotto fino ad allora.
Nascono dalla malattia.
E infatti Kafka scriveva a Milena (la sua fika privata) ho la TBC, finalmente sono libero di andare fino in fondo alla questione.
Stava parlando di quello che vi sto portando come testimonianza.
Vi sono autori abissali, non puoi capirli, puoi leggere migliaia di libri, ma se nella tua vita miserabile non hai mai pensato nemmeno un barlume di alcunchè, non puoi capiro quanto veramente siano grandi.
In questa critica costante che faccio agli altri, non mollo di un centrimetro, si apre però anche il compito di andare fino in fondo senza per forza che vi sia la tbc.

Ciao bestie! ;)
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Gargamella

green demetr

Citazione di: green demetr il 04 Marzo 2026, 19:11:15 PMNon è che quella rabbia non la capisca, so benissimo criticamente che è giusta, ma non aveva nulla a che vedere con un discorso che voleva essere letterario.
Eh ma ti sbagli caro, sapevi benissimo che la critica è giusta, ma poi la dici "letteraria"?
Non ha alcun senso logico non trovi?

La critica è giusta e la rabbia è ciò che appare. Sta all'intellettuale ora capire come gestirla (o autodistruggersi con qualche psicofarmaco, o col caro vecchio alcool, va da sè che non si fa, anche se lo fanno tutti oh lettore sprovveduto).
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Gargamella

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