Il teorema di Pitagora, di Paolo Zellini, Adelphi, 2023.

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PhyroSphera

Non c'è tanto tempo per aspettare che arrivi alla fine del libro e la mia critica è concentrata su qualcosa di  inaccettabile. Ero entusiasta adocchiando il libro sullo scaffale del negozio e ottimista leggendo le note di copertina. Ma arrivato alla fine del primo capitolo e anzi a partire dal suo stesso inizio, ho dovuto constatare non adeguatezza alle mie e non solo mie aspettative.
Il mezzo che utilizzo per queste comunicazioni, internet e il web, è assai adatto quando di tempo ce n'è poco.


Alla radice del discorso dell'autore la persuasione che il mondo arcaico di Pitagora non c'è più e non ha lasciato tracce. Non c'è per qualcuno, indubbiamente; ma il noi cui l'autore riferisce l'assenza non è specificato, lasciando intendere allo sprovveduto che indichi a suo modo un tutti. Uno sproposito etnograficamente insostenibile; proprio in Italia esiste un retaggio greco antico.
Sul retro/esterno di copertina si trova un'informazione sbagliata, a negare la paternità di Pitagora sull'omonimo Teorema, che viene scambiato per suoi analoghi di altre culture di tempi remoti. In realtà storia ed esegesi attestano la forza rivoluzionaria e novità del pensiero greco-elleno antico, scienza matematica compresa. Questo sbaglio attesta l'allineamento a posizioni culturali che proiettano indietro nel tempo le filosofie orientali sorte dal contatto coi greci dall'Occidente; una proiezione storica e psicologica che non consente autocoscienza filosofica né orientamenti filosofici rigorosi.
Nel primo capitolo l'autore si ostina a ragionare di ciò che ammette di non comprendere, il mondo di Pitagora, segno che si accontenta di una idealizzazione, di un fantasma; ma fa conto che si possa continuare come se il mondo greco fosse il trastullo nelle mani di un bimbo, estraneo ma che ci si diverte. Il fatto è che il recupero del pensiero antico è una cosa seria.
E' senza dubbio positivo che egli noti la spiritualità alla base di ogni scienza matematica, che stigmatizzi la tendenza riduzionistica e calcolante, dominante nel nostro tempo, che tale base la nega. Ma la direzione seguita con questa critica va dalla scienza al mistero, nonostante sia evidenziata la sequenza opposta. Niente volgersi alle premesse, solo la menzione, e così la spiritualità viene assimilata alla semplice metafisica, scientificamente trasformata in metafisicismo - l'ideale, non l'idea, raggiunto poi senza comprensione delle premesse arcaiche.
Si dice del triangolo quale entità mistica, contemplata quale forma da cui deriva il cosmo; ma per i motivi che io ho esposto tutto si riduce a una fantasia da cartone animato. Si passa a Platone e ad Aristotele, per una considerazione che definirei atomistica - ma nel senso in cui pensava Leibniz non Democrito, anacronisticamente cioè - delle figure geometriche quali matrici della realtà, di cui si ragiona in base a fissazioni di punti e relative espansioni.
Del numero, quale essenza-origine del mondo, del pensiero filosofico-matematico di Pitagora? E' davvero buona cosa che se ne affermi il discorso, di contro ai negatori contemporanei - ed in effetti non è su questo che la mia critica si appunta. Però un passaggio del testo del libro tradisce una terribile svista. Si dice della Teoria degli Insiemi, a detta dell'autore Paolo Zellini crollata a fronte di manifestazioni di contraddizioni da essa comportate. Qualche seria autorità accademica confermerebbe il triste evento? Non se ne ha proprio notizia del fatto. Semmai Paolo Zellini ed altri che lui segue pensavano, pensano di poter contenere questa teoria in una specifica analisi numerica, nella pretesa che la definizione del numero che essa offre potesse essere fatta propria da tanto arditi analisti. Ovviamente - ovvio per chi ha una vera solida base filosofico-matematica, non viceversa matematica-filosofica - si tratta di un vano sogno. Difatti il numero è intrinsecamente sfuggente a una definizione attuata con lo stesso oggetto da definirsi. Il sogno positivistico, di una scienza che valuti internamente a sé le proprie premesse, è irrealizzabile e ciò è chiaro considerando che la scienza viene dalla filosofia non quale emergere di una ragione superiore ma quale precisarsi e formarsi di un ragionamento particolare che è volto a indagare e scoprire fenomeni. Il fenomeno consiste in una manifestazione ma l'oggetto che si manifesta è per lo scienziato incomprensibile quanto a essenza e ad essere in sé. Non che io voglia confondere filosofia di Kant, scienza di Pitagora e scienza di Cantor; è il positivista o aspirante tale che vuole appropriarsi indebitamente della prospettiva filosofica, che invece esorbita la riflessione scientifica, scientifico-culturale. Inutile che si provi col dire che le Critiche kantiane sono roba passata; se le si pone in causa così, bisogna farle reagire! Soprattutto: se il prof. Zellini avesse buona volontà di fare distinzione tra Teoria degli Insiemi ed Insiemistica, non precipiterebbe il lettore ingenuo in una oscurantista negazione di entrambe!

Dunque esorbitando dal proprio còmpito, pensando nel suo 'retrobottega' di aver afferrato la Cosa in sé dei filosofi e di averla portata nelle aule dove si insegna la matematica, Zellini sconfina nella teologia, esaltato dalla capacità della matematica di approdare a formulazioni precise, a loro modo esatte, riguardo alle premesse che lui cita senza capire: ciò che - preciso io - filosoficamente è l'Assoluto, teologicamente il Mistero di Dio. Quanto a questo si trova nello stesso primo capitolo del libro un grosso disastro di indistinzioni e confusioni. Tanta cura nel definire l'elemento demonico, presente nel pensiero pitagorico, elemento considerato quale entità divino-mondana che spalanca l'abisso del reale, vita e morte assieme... e tanta cura nel confonderlo con l'elemento demoniaco. Così la citazione della morte nel pomeriggio cantata dalla poesia di G. Lorca, un viaggio nella coincidenza diabolica perché sul piano naturale del dio e del dèmone la sfida tra uomini e tori non ha per fatalità la morte: le geometrie di toro e torero sono una consuetudine che dovrebbe mostrare la fine di una bestia che si è sconfitta da sola, ovvero che non vuole fermarsi dal reagire violentemente ai giochi umani, o la non-fine di una bestia che rifiuta, prima o poi, il non abbastanza intelligente combattimento; mai la fine di un uomo che non vuol prevaricare la natura dell'animale ma solo partecipare a una selezione naturale e lottare per essa e per il proprio destino. Allora se il torero muore, se tutto accade epicamente ma innaturalmente, la lotta è con Satana, anzi il Diavolo, quale coincidenza non geometrica, forza oscura del creato fattosi remoto da Dio, che separa l'uomo da Dio. Zellini non nega ma di fatto immagina il dèmone al posto del demonio, con la solita confusione su mitologia e teologia, entrambe di fatto denigrate. Secondo la sua versione il dèmone si pone contro il creatore fino ad esser la premessa per la morte del torero - ma questa è inaspettata, la poesia di Lorca dice di imprevisto. Il dèmone non può porsi in alternativa al piano della natura; fa da segno e rivela il lato negativo della natura, da distanziare; non di più. Non è insomma il caso del confronto tra l'uomo e la bestia cornuta (mi si consenta: non è forse la luna stessa, con la sua falce, a raccontare che uomini e tori possono litigare sospesi tra vita e morte?).

Così l'affermazione di Zellini, della matematica quale concreta rivelazione del reale, naufraga; naufragio disastroso sospinto da traduzioni dal greco pedestri e convenzionate e confusione verbale oltre che intellettuale tra dèmoni e demòni (con tanto di accenti mancanti a fare tanto smog psichico), tra il filo che lega l'anima al suo destino fino alla morte naturale e i lacci che impediscono a chi non crede in Dio di evitare la tragedia finale, non naturale. Queste indistinzioni l'autore Paolo Zellini come tantissimi altri le fa per mancanza di competenza e positivistica prepotenza verso il mondo dei Misteri, del Mistero di Dio.



MAURO PASTORE
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