La ( non ) origine dell'universo.

Aperto da iano, 14 Aprile 2026, 21:32:20 PM

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Lou

#45
@PhyroSphera

"Ragion pura, di per sé, è quella che si esercita con l'esperienza diretta;"

Non esattamente, per essere puntigliosa, la ragion pura si esercita non "con l'esperienza diretta", ma impiega principi a priori che rendono possibile l'esperienza stessa.
Dico in altro modo, tutta la conoscenza comincia dall'esperienza, ma non tutta deriva dall'esperienza.
Il ""superamento"" dell'empirismo è da marcare con la filosofia trascendentale.

"la Causa assoluta Kant la reintegrava a livello razionale e pratico."

Reintegro, come ideale regolativo su piano teoretico e postulato morale su piano pratico , ma, aggiungo - che è da dire, rottura netta con una imponente tradizione metafisica, per cui era teoreticamente conoscibile.

Poi leggeró il resto, con favore del tempo. Amo soffermarmi. Anche Hume, mi pare scricchiolare un po'.:)
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"Quanti più occhi, occhi diversi, noi impegniamo per una cosa, tanto più completo sarà il nostro 'concetto' di quella cosa, la nostra 'obiettività'" F. Nietzsche

PhyroSphera

Citazione di: iano il 22 Aprile 2026, 13:59:20 PMPrima che una chimera è un errore logico. Cause ed effetti sono riferiti ad oggetti che vengono quindi logicamente prima. C'è un rifiuto ad ipotizzare un oltre, se queste ipotesi per essere formulate abbisognano di un uso illogico del linguaggio, perchè non è stracciando questo che si sconfina nell'oltre.
C'è invece l'ammissione di un ''oltre il linguaggio'', di un innominabile, o di un Dio che equivale all'innominabile, ipotizzabile come ''oggetto'' primo, che abbisogna ancora di un secondo, che traendolo dalla tradizione cosmologica possiamo dire caos, e fra questi quindi una relazione di causa ed effetto.
Ora, è evidente che se per giustificare l'oggetto universo, inteso come unico, ne dobbiamo ammettere due, sembra più semplice ammettere l'universo in se, come unico, limitando cause ed effetti alle sue descrizioni, in accordo con la nostra esperienza, se proprio all'esperienza vogliamo far riferimento.
Ma non siamo obbligati alla semplicità. Semplicemente per me è una scelta preferenziale.
Nel cercare la causa dell'universo portiamo impropriamente la nostra esperienza descrittiva dell'universo , come un gioco di cause ed effetti, impropriamente fuori di esso, e non per descriverlo.
Il big bang in tal senso è l'inizio di una possibile descrizione dell'universo, non un fatto quindi, ma una interpretazione dei fatti che può essere o meno condivisa.
Un inizio del racconto non può mancare, ma non sarà mai possibile dimostrare che esso coincida con l'inizio della storia.
Un atro motivo per cui è improprio parlarne è perchè nel farlo ipotizziamo un tempo assoluto, che è il tempo ipotizzato da Newton, e ne parliamo solo perchè coincide con quello della nostra esperienza, ma come ci ha insegnato Einstein, non è una ipotesi necessaria.
Questo significa che non possiamo andare oltre alle parole che della nostra esperienza sono specchio, se non arricchendo il linguaggio in accordo col crescere dell'esperienza, ma senza stiracchiarlo, anche se lo stracciamento lo si può riguardare come le doglie per un nuovo parto di parole , o per una evoluzione del loro senso.
Delle parole che gli scienziati hanno tratto dal linguaggio comune, legato alla nostra esperienza, nessuno ha mantenuto il suo senso.
All'immenso S,Agostino che dichiara di sapere cosa sia un qualcosa, ad esempio il tempo, finché qualcuno non glielo chiede, possiamo aggiungere che lo si può anche dire, ma che nel dirlo diviene altro.
All'innominabile puoi dargli un nome , ma lui continuerà a sfuggirci, perchè nel darglielo diviene altro.
Un altro che continua ad alimentare la nostra sfera spirituale ponendosi oltre ogni dicibile.
Rispettare i limiti del linguaggio non significa rifiutare ciò che sta oltre ad esso, ma non confondersi con i propri mezzi.
Inizi e fini, per quanto possiamo nominarli, e se vi sono, non sono riducibili a parole.
Noi lo abbiamo fatto, e da ciò ne è derivato sia bene che male, e ciò dovrebbe indurci nel futuro ad essere più cauti nell'affermare le nostre verità, iniziando ad escluderle intanto che possano essere cause di conflitti, usando leggerezza, se questo conflitti, come oggi sappiamo, possono spazzarci via dall'universo al quale pretendiamo di dare i natali.
I conflitti avranno avuto pure  le loro funzioni, e l'essere a noi connaturati può aver avuto la sua ragione, ma non possiamo più permetterceli.
Nonostante scritto prima che io terminassi, l'interevento di "iano" non è improprio.
Citazione di: iano il 22 Aprile 2026, 13:59:20 PMPrima che una chimera è un errore logico. Cause ed effetti sono riferiti ad oggetti che vengono quindi logicamente prima. C'è un rifiuto ad ipotizzare un oltre, se queste ipotesi per essere formulate abbisognano di un uso illogico del linguaggio, perchè non è stracciando questo che si sconfina nell'oltre.
C'è invece l'ammissione di un ''oltre il linguaggio'', di un innominabile, o di un Dio che equivale all'innominabile, ipotizzabile come ''oggetto'' primo, che abbisogna ancora di un secondo, che traendolo dalla tradizione cosmologica possiamo dire caos, e fra questi quindi una relazione di causa ed effetto.
Ora, è evidente che se per giustificare l'oggetto universo, inteso come unico, ne dobbiamo ammettere due, sembra più semplice ammettere l'universo in se, come unico, limitando cause ed effetti alle sue descrizioni, in accordo con la nostra esperienza, se proprio all'esperienza vogliamo far riferimento.
Ma non siamo obbligati alla semplicità. Semplicemente per me è una scelta preferenziale.

La precedenza logica che "iano" indica è vera entro le sue premesse empiriche e materialiste, non entro le mie che sono della massima ampiezza, avendo io posto in campo Dio, e della massima forza, avendo io assunto per termine di riferimento l'Assoluto. Non che questo equivalga ad aver ragione prima di discutere.
Dunque vien detto:
- di un errare con le parole, il linguaggio, di un oltre il linguaggio;
- di una ipotesi Dio, qualcosa di equivalente all'innominabile ma che potrebbe essere un oggetto primo ma non unico, secondo una ridda di cui non poter venire a capo, nonostante essa sia composta da nessi causali, in un'alternanza tra cosmo e caos.
- della possibilità, non accreditabile, di verificare una successione di universi, per ripiegare sul pensiero di un unico universo increato;
- ciò non qual esito, ma quale oggetto di scelta intellettuale - senza certezza dunque.
A questo io aggiungo: il piano del ragionamento è quello dell'esperienza e ciò non consente un quadro differente; "questo offre la casa", si direbbe nel linguaggio dei cuochi e camerieri di un ristorante. Ma va osservato che l'oggetto dell'ipotesi, Dio origine, su questo piano, è rappresentata da un idolo, non manifestandosene idea compiuta ed essendo il ragionare solo tra oggetti diretti di esperienza. Questo idolo, non differente ma meno di una idea, consente di domandare dell'origine solo ipoteticamente.

Citazione di: iano il 22 Aprile 2026, 13:59:20 PMNel cercare la causa dell'universo portiamo impropriamente la nostra esperienza descrittiva dell'universo , come un gioco di cause ed effetti, impropriamente fuori di esso, e non per descriverlo.
Il big bang in tal senso è l'inizio di una possibile descrizione dell'universo, non un fatto quindi, ma una interpretazione dei fatti che può essere o meno condivisa.
Un inizio del racconto non può mancare, ma non sarà mai possibile dimostrare che esso coincida con l'inizio della storia.
Un atro motivo per cui è improprio parlarne è perchè nel farlo ipotizziamo un tempo assoluto, che è il tempo ipotizzato da Newton, e ne parliamo solo perchè coincide con quello della nostra esperienza, ma come ci ha insegnato Einstein, non è una ipotesi necessaria.
Questo significa che non possiamo andare oltre alle parole che della nostra esperienza sono specchio, se non arricchendo il linguaggio in accordo col crescere dell'esperienza, ma senza stiracchiarlo, anche se lo stracciamento lo si può riguardare come le doglie per un nuovo parto di parole , o per una evoluzione del loro senso.
Delle parole che gli scienziati hanno tratto dal linguaggio comune, legato alla nostra esperienza, nessuno ha mantenuto il suo senso.
All'immenso S,Agostino che dichiara di sapere cosa sia un qualcosa, ad esempio il tempo, finché qualcuno non glielo chiede, possiamo aggiungere che lo si può anche dire, ma che nel dirlo diviene altro.
All'innominabile puoi dargli un nome , ma lui continuerà a sfuggirci, perchè nel darglielo diviene altro.
Un altro che continua ad alimentare la nostra sfera spirituale ponendosi oltre ogni dicibile.
Rispettare i limiti del linguaggio non significa rifiutare ciò che sta oltre ad esso, ma non confondersi con i propri mezzi.
Inizi e fini, per quanto possiamo nominarli, e se vi sono, non sono riducibili a parole.
Noi lo abbiamo fatto, e da ciò ne è derivato sia bene che male, e ciò dovrebbe indurci nel futuro ad essere più cauti nell'affermare le nostre verità, iniziando ad escluderle intanto che possano essere cause di conflitti, usando leggerezza, se questo conflitti, come oggi sappiamo, possono spazzarci via dall'universo al quale pretendiamo di dare i natali.
I conflitti avranno avuto pure  le loro funzioni, e l'essere a noi connaturati può aver avuto la sua ragione, ma non possiamo più permetterceli.
Quel che segue da "iano" è una critica e autocritica e relativi rimedi, con una finale tragica o forse solo drammatica perplessità. Tale critica coincide con quella kantiana della ragion pura, va cioè parallela a questa, ma ha per particolarità il riferimento al linguaggio. Dell'ipotesi del tempo di Newton se ne riconosce giustamente la caduta dopo la scoperta di Einstein della relatività spaziotemporale, e questo cammino viene scandito da parole che si possono arricchire, secondo anche morti e rinascite verbali - ma ciò è un'incognita, non solo un possibile scampo. Ciò nel segno di un superiore innominabile, per un Dio-simulacro (Dio, e suo idolo ovvero rappresentazione muta, vuota) il quale - aggiungo io da mia prospettiva - corrisponde all'ineffabile del Dio dell'icona (ktisiologicamente, come dicevo in altro messaggio). Ma questo piano ulteriore al ragionamento di "iano" è solo vicino. C'è la persuasione che la scienza abbia corrotto il linguaggio comune e c'è un confronto con la dottrina di fede agostiniana, nel concetto del tempo che si sa fino a che non si deve manifestarne, cioè qualcosa che si deve intuire di continuo, che se nominata dalla mente sparisce al pensiero... e ciò rimanda alla possibilità di un segno che a sua volta rimanda ad ulteriorità, ma non si trova menzione dell'eternità essendo il piano di fede escluso o emarginato. Non a caso l'innominabile è per "iano" anche lo sfuggente.
A questo punto "iano" non segue più la via parallela alla filosofia kantiana; questa razionalmente e praticamente individua inizi e fini che nel ragionamento di "iano" si riducono al contenuto di un puro parlare - certo non è detto che sia insensato, ma l'innominabile sfuggente non è l'ineffabile che misteriosamente ci tocca l'animo. Difatti "iano" confessa l'ambiguità di questo linguaggio fatto di incertezze e apparenze verbali, da cui conseguenze cattive oltre che buone. L'autocritica, secondo un noi che rappresenta anche una particolare comunità, scientifica direi, indica che sul piano considerato, esperenziale-comunicativo, l'incertezza è ineliminabile, e così i rischi, che potranno accrescersi e pure secondo la pretesa di conoscere le origini del mondo inventandone le espressioni. L'uomo cioè inventa, chiuso nella esperienza e nella comunicazione, una sorta di teoria dell'origine, e questo evidentemente illude. Senza dubbio io in un certo qual senso ora posso confermare precisando che è il restare al piano della rappresentazione vuota, dei simulacri - degli idoli religiosamente parlando - a generare questa vicinanza all'abisso.
Ma il discorso di "iano" appunto senza pensiero dell'ulteriorità se non allusivamente, possibilmente, cade in visione tragica. V'è coerenza, perché il simulacro è diaframma giunti a un esito; ma c'è anche assenza di verità e poi intellettuale distacco dalla natura della mente pensando la conflittualità una natura passeggera non autentica.

Noto che la parte della storia mancante è un riconoscimento pieno della evoluzione del patrimonio scientifico-fisico con la scoperta del Principio di Indeterminazione e la Teoria dei Quanti. Questa novità rassicura perché la conseguente potenza di analisi e calcoli sulla struttura indeterminata della materia esclude il peggio (dicevo in importantissimo esempio della esclusione di ordigni atomici progettati senza quantificarne, anche solo imprecisamente, gli effetti). Lo stesso dicasi dei progressi della fisica delle particelle col reperimento del bosone ipotizzato da Higgs, che consentono di trovare un piccolo bandolo in una matassa di fenomeni prima indistricabile. Ma restando legati nella sfera empirica l'Assoluto è assai nascosto e i contenuti di fede, nell'esempio la fede agostiniana relativa all'altro dal tempo, sembrano irreali, sono evanescenti in mente, travolti dalla rete del linguaggio, per quanto aperta questa possa essere; e ciò - io ne rimarco - è davvero dilemmatico, rischioso sempre, indipendentemente dai progressi delle scienze.
Però una nozione di scienza psicologica sulla natura bellicosa dell'animo umano - fuori dagli assurdi tentativi medicalizzanti (non se ne avvide Assagioli) - ad esempio archetipicamente notando la pervasività di segni e simboli di guerra, in un "terribile amore" (Hillman), risulta veramente benefica. Ciononostante il quadro a tinte fosche è relativo non alla naturalità ma agli imprevisti negativi ed estremi, entro i quali il senso da dare al pessimismo è col pensiero di una necessaria assoluta ulteriorità, religiosamente non 'l'ombra del dio' ma proprio Dio, filosoficamente una assolutezza già data. Cioè se il quadro esperenziale è assai critico, l'apertura dell'orizzonte oltre l'esperienza si profila risolutiva entro un evento che ha già un suo inizio - teologicamente e cristianamente ciò si dice "grazia". Culturalmente ci sarebbe da valutare la prospettiva ontologica succeduta a quella fenomenologica, secondo intuizione dell'essere che già si dà, operando uno scarto rispetto alla semplice cultura della scienza, un innalzamento di vedute. Heidegger restò confinato soprattutto entro la considerazione dell'essere di natura, in questo come nel poema antico di Parmenide; Derrida invece allargò l'ontologia fino a pensare l'essere quale presenza, e ciò è in conformità ai contenuti di questo mio messaggio

(Volevo esser breve, non mi è stato possibile.)


MAURO PASTORE
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PhyroSphera

Citazione di: Lou il 22 Aprile 2026, 18:09:03 PM@PhyroSphera

"Ragion pura, di per sé, è quella che si esercita con l'esperienza diretta;"

Non esattamente, per essere puntigliosa, la ragion pura si esercita non "con l'esperienza diretta", ma impiega principi a priori che rendono possibile l'esperienza stessa.
Dico in altro modo, tutta la conoscenza comincia dall'esperienza, ma non tutta deriva dall'esperienza.
Il ""superamento"" dell'empirismo è da marcare con la filosofia trascendentale.

"la Causa assoluta Kant la reintegrava a livello razionale e pratico."

Reintegro, come ideale regolativo su piano teoretico e postulato morale su piano pratico , ma, aggiungo - che è da dire, rottura netta con una imponente tradizione metafisica, per cui era teoreticamente conoscibile.

Poi leggeró il resto, con favore del tempo. Amo soffermarmi. Anche Hume, mi pare scricchiolare un po'.:)
Io comprendo, non nego, ma noto che le tue notazioni fanno ruotare tutto nuovamente sulla ragion pura. A parte che io non mi muovo secondo questo centro - difatti quelli che hai detto non sono, secondo una prospettiva pratica, errori o imprecisioni che ho fatto - io indicavo un altro modo anche per gli altri, liberamente!, secondo le necessità diverse incontrate nei discorsi.


MAURO PASTORE
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PhyroSphera

Citazione di: PhyroSphera il 22 Aprile 2026, 22:05:39 PMIo comprendo, non nego, ma noto che le tue notazioni fanno ruotare tutto nuovamente sulla ragion pura. A parte che io non mi muovo secondo questo centro - difatti quelli che hai detto non sono, secondo una prospettiva pratica, errori o imprecisioni che ho fatto - io indicavo un altro modo anche per gli altri, liberamente!, secondo le necessità diverse incontrate nei discorsi.


MAURO PASTORE
Mi scuso, avevo scritto in prima stesura "ragion pratica" invece che "ragion pura". Ho rimediato.

MAURO PASTORE
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iano

#49
Citazione di: PhyroSphera il 22 Aprile 2026, 22:02:03 PMLa precedenza logica che "iano" indica è vera entro le sue premesse empiriche e materialiste, non entro le mie che sono della massima ampiezza, avendo io posto in campo Dio, e della massima forza, avendo io assunto per termine di riferimento l'Assoluto. Non che questo equivalga ad aver ragione prima di discutere.
E neanche dopo, nel senso che non posso dartela la ragione, essendo troppo denso il tuo scrivere, come se volesse prevenire ogni critica.
Mi limito quindi a notare che se queste sono le tue premesse, errate, in quanto  logica non è empirismo, ne materialismo, immagino lo siano anche le conclusioni.
Inoltre non è vero che io ho escluso l'assoluto, ma riconoscendone la necessità ineludibile, non perciò ne abuso, e ancor meno  ne faccio motivo di vanto.
Se non è il dio persona è l'impersonale caso, ma l'elemento metafisico permane.
C'è più filosofia nella scienza che stelle in cielo, che però non riusciamo più a vedere.
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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

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