I gerghi delle tribù africane sono adatti per il tedesco filosofico e teologico?

Aperto da PhyroSphera, 25 Gennaio 2026, 16:05:39 PM

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PhyroSphera

Ieri notte un ragazzo faceva celia della possibilità, che è anche della lingua italiana non solo caratteristica di quella tedesca, di scandire parole categoricamente e con estrema nettezza e precisione. Dai modi non si capiva se odiasse o amasse la nostra lingua, né se la sentisse veramente anche propria, certo aveva un odio ingiustificato per il rigore del pensiero, tradendo dalla voce suggestioni tribali africane.
Quest'oggi alle prese con un libro di P. Ricœur incontravo uno scherzo non dissimile: la parola tedesca Kunstlehre, che normalmente sarebbe da tradurre con Apprendistato d'arte, resa con tecnologia. Mi si dirà che maneggiare un dizionario di tedesco senza sapere la lingua tedesca e criticare la resa di un termine è un gigantesco atto di superbia. Ma il tedesco non è il greco antico, che richiede mentalità o conoscenze particolari; è una lingua nazionale europea entro cui si esprimono concetti comuni europei e i dizionari si usano anche solo per decifrare qualcosa di minimo. Vittima dello scherzo F. Schleiermacher, considerato precursore dell'ermeneutica moderna ma, nel testo in cui mi sono imbattuto, abbassato assieme a questa al rango tecnologico, non sopra ma al di sotto della scienza. Certo si tratta di registrazione scritta, per giunta non completa, non di opera scritta; per questo non si accusi Ricœur del fattaccio! Lui era noto, che io sappia, per parlare sostituendo i termini originali e riuscire a dire comunque. Tutto dipende certe volte da un tono di voce... ma chi pubblica un discorso deve offrire al lettore alcune precauzioni... Certo nel libro si trovano delle virgolette ad annunciare una trasposizione, tuttavia si resta col sentore preciso che si tratti di una deformazione violenta di un alto significato. Arte e tecnica non sono lo stesso; e chi è che ha interesse a confonderle? Chi vorrebbe giudicare la teologia liberale protestante del Secolo XIX confondendola con la degenerazione positivistica del Secolo successivo. Ai tempi e nell'ambiente sociale di Schleiermacher vigeva ancora il massimo rispetto per l'arte.
Tanti mesi orsono, studiando teologia (tra il resto, opere di R. Bultmann), mi trovavo a fronte di un termine (Entmythologisierung) da tradursi semplicemente con: demitologizzazione, invece reso con: demitizzazione. Avendolo notato anni prima, un intellettuale arrabbiato provava a fustigarmi, indignandosi per la mia pretesa di capire senza conoscere... A sua detta, se noi dobbiamo dire logos, logico, un tedesco nella sua lingua può tranquillamente anche tralasciarne. Si può facilmente ribattere, in riferimento al già noto pensiero dell'autore del libro oggetto del mio studio, che costui non intendeva mettere a parte di quanto mitico ma solo di quel che di mitologico è presente in certe interpretazioni bibliche - perché in definitiva anche nella Bibbia c'è una dimensione mitica, marginale, che non si può eludere. Notando che il traduttore, forse complice l'editore, si inventava un inesistente manifesto della demitizzazione, è difficile credere che in tedesco la parola "manifesto" spunti fuori dal nulla senza essere scritta neppure... Anzi è facile concludere che si stia tentando di trasformare il lavoro di un teologo e interprete cristiano in una polemica contro i contenuti della fede cristiana, che non sono fatti per giudicare il mito una cosa da cui fuggire. Insomma un tentativo di appropriazione iperrazionalistica. Rimproveratala spesso, tentando io di suscitare un caso, l'estremo atto di pedanteria mossomi contro fu così: 'lei sa che per rendere un testo tedesco di quelli, nulla si può trovare uguale - anzi bisogna cambiare un po' tutto?'. Eppure un pastore luterano, tedesco, mi confidò invece di essere triste per la sorte di importanti testi, non solo di teologia, fuori dal suo Paese resi senza fedeltà. Lui lamentava, per questo motivo, finanche un isolamento culturale della Germania. Cosa capita con le traduzioni di nostri importanti testi??

A fare capolino attraverso le invenzioni sul lavoro di Bultmann è un altro manifesto, quello ora detronizzato ma ancora impugnato di K. Marx e F. Engels, premessa di un rifiuto e avversione per l'intera cultura occidentale, lingue nazionali comprese.
Quanto a pura analisi lessicale, io con un dizionario di tedesco e un po' di studio comparato, senza parlare in lingua originale, assai poco posso fare; altri invece studiano, giocano con la lingua tedesca per costruire non una Torre di Babele ma un labirinto di inganni. Non è solo questione di germanesimo, purtroppo.


MAURO PASTORE
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PhyroSphera

C'era qualcosa da correggere e ricorreggere nel mio testo, una iniziale sbagliata (D. invece che F. Engels), piccole imperfezioni e qualche mancanza. Buona lettura.

MAURO PASTORE
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Luther Blissett

Durante un seminario ricordo di avere assistito ad uno e proprio scontro tra due degli interventori sul preciso significato del termine tedesco Gegengehörigkeit, proprio del lessico heideggeriano.   Si formarono presto due fazioni :), una a favore della traduzione in "reciprocità", e l'altra in "co-appartenenza", scelta quest'ultima cui per la cronaca aderii anch'io.
Dato che era reperibile una coppia di madrelingua tedesca ma dall'italiano fluente,  fu chiesto loro di riferirci quale resa fosse preferibile tra reciprocità e coappartenenza, ma anche i due della coppia discordarono tra loro nella risposta, e lui scelse "reciprocità", mentre lei scelse "coappartenenza", e così la questione rimase irrisolta :)
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anthonyi

Purtroppo I nostri accademici si trovano spesso a perdere tempo in discussioni inutili sul sesso degli angeli. L'attribuzione dei significati é un fatto convenzionale e sempre soggetto ad ambiguità perché ogni cultura linguistica ha le sue specificità che consiglia in molti casi di non tradurre proprio, ma lasciare il vocabolo in lingua originale. 
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Meglio morire liberi che vivere da schiavi! 🤗

PhyroSphera

Citazione di: anthonyi il 25 Gennaio 2026, 19:53:38 PMPurtroppo I nostri accademici si trovano spesso a perdere tempo in discussioni inutili sul sesso degli angeli. L'attribuzione dei significati é un fatto convenzionale e sempre soggetto ad ambiguità perché ogni cultura linguistica ha le sue specificità che consiglia in molti casi di non tradurre proprio, ma lasciare il vocabolo in lingua originale.
Le alterazioni che io ho lamentato sono un caso diverso. Nel caso che ho indicato (l'opera di Bultmann) si nota un intervento ideologico teso a modificare il pensiero originale.
Ci sono di quelli che giocando coi propri odi, nel notare una deformità fisica fingono di avere di fronte proprio la manifestazione di una persona - ad esempio un labbro rigonfio vogliono scommettere che sia la vera forma, perché vorrebbero di fronte un'altra apparenza etnica, vorrebbero cioè porre fine all'alterità che hanno innanzi - così accade pure con le opere scritte, manifestazioni di pensieri individuali. A volte ci sono azioni non emotive, come un piano di falsificazione o sfruttamento. Certuni agiscono impulsivamente e subculturalmente, cert'altri con avversioni razionali. Nei confronti della demitologizzazione di R. Bultmann c'è questa seconda istanza, a volte mescolata alla prima: la tendenza a prendere in consegna i suoi scritti tentando di trasformarli in una critica filosofica neoilluministica alla religione, compiuta esternamente, ponendo in oscurità la dimensione teologica. Bultmann partiva dai presupposti dogmatici del cristianesimo, non da una critica sociale al cristianesimo da assumere per raddrizzarne le presunte storture raddrizzando così l'intera cultura moderna occidentale, giudicata rea di essere figlia, attraverso il Medio Evo, proprio dello stesso cristianesimo. A riguardo non c'è niente da aggiustare né da rifare, ma da capire e comprendere. Dietro le deformazioni volontarie c'è anche un senso di superiorità, l'idea di pensare il pensiero altrui meglio degli stessi che ne sono autori. E' da secoli e millenni il difetto di un volgo prepotente con l'alta cultura, preso a riferimento da nemici estranei. L'avversione contro Elea e la sua Scuola di filosofia è un altro esempio eccellente. Nel caso della fede cristiana si scommette, si vorrebbe che sia umanesimo o umanismo. Per esempio si introduce al pensiero dello Pseudo Dionigi lamentando che mancava a costui un vero riferimento storico al Nazareno; ma la fede in Cristo, per quanto a volte in presenza di segno umano, è relativa alla presenza diretta di Dio. Il marxismo tenta di scorgere in essa un culto riservato a una persona umana; eppure nel racconto evangelico lo stesso segno umano oppone rifiuto a questo tentativo ("Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio."" Marco 10:18).

MAURO PASTORE
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Luther Blissett

Riporto un'altra spigolatura, stavolta autocitandomi, estraendo una pagina modificata dal libro già introdotto qui https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,5665.0.html  , libro che scrissi nel 1991 per Cecilia e che rimase non pubblicato.     Nella pagina (modificata) che sto per proporvi, presento un divertente esempio di come possa dimostrarsi arduo tradurre correttamente in una lingua africana concetti formatisi nella civiltà europea.
(La vicenda si era  verificata intorno agli anni '60 del secolo scorso, e mi fu raccontata da un prelato africano proveniente da uno degli Stati che avevano fatto parte dell'Africa Occidentale Francese, e io la riportai nel libro per affrontare con Cecilia il tema delle relazioni interculturali tra la nostra civiltà e il mondo tribale)  
 
 "Un sacerdote e teologo francese stava cercando di  guidare un piccolo gruppo di seminaristi africani francofoni a meglio comprendere il significato di alcuni concetti che lui riteneva importanti da approfondire per chi come loro intendeva divenir  sacerdote.
Questo religioso era molto rigido, severo anche con se stesso: il suo livre de chevet  era il medievale De imitatione Christi, tomo che aveva sempre con sé, annerito dall'uso e viziatosi alla pagina del libro III, capitolo XXXII, laddove in alto si leggeva così: <Rinnegare se stessi e rinunciare ad ogni desiderio.>  (cfr. L'imitazione di Cristo, Edizioni Paoline, 1988, pag.170).
Questo maestro severo intendeva imprimere nei suoi allievi un accurato e profondo discernimento tra i concetti chiave di VOLONTA' e DESIDERIO, esaltando la prima, e condannando il secondo.
Arrivò il momento di applicare l'insegnamento a un caso pratico: si trattava di interpretare bene il significato del termine VOLONTA' che compariva in un passo del libro di San Macario d'Egitto, (Omelie spirituali, XXXVII, 10).  Ecco il passo di S.Macario: <la volontà umana è, per così dire, una condizione essenziale; se questa volontà non c'è, Dio stesso non può far nulla.>  In quel passo il DESIDERO non era nemmeno nominato, ma si doveva capire che era l'oscuro nemico da combattere.
Occorreva che i giovani discepoli avessero capito come VOLONTA' e DESIDERIO fossero  degli opposti tra loro, che o vinceva la prima, o vinceva  il secondo.
Ma il nostro arcigno insegnante aveva anche lui un suo pallino, si dilettava infatti di problemi di linguistica, ed aspirava a divenir poliglotta, desideroso di saperne di più anche sulle lingue non europee.
E così chiese d'un tratto  ai suoi discepoli di aiutarlo a cimentarsi tutti insieme a tradurre il breve passo di S.Macario addirittura nella loro lingua madre, e chiese la loro collaborazione, scoprendo poi con sconcerto che costoro, pur provenendo dallo stesso Stato, si capivano malamente tra di loro e quando volevano essere precisi ricorrevano anche loro al francese.
Ma il peggio doveva ancora  venire, dato che lui volle insistere, mosso anche dalla sua curiosità glottologica, e i suoi discepoli, un pochino divertiti,  si misero d'impegno a tentare l'impresa di far contento il maestro.
Il maestro era esperto di lingue semitiche, ma nell'Africa prevalevano lingue sudanesi o bantu, e il grappolo dei suoi studenti  aveva come lingua madre un  miscuglio di dialetti sudanesi.
Dopo aver passato la vita intera a <esaltare la VOLONTA'> e a <combattere il DESIDERIO>, il nostro doveva accorgersi che i suoi studenti, ragionando nella loro lingua, avevano tradotto nel loro idioma africano il termine <volontà > con la stessa parola con la quale avrebbero tradotto il termine <desiderio>.
In sostanza, costoro nella loro lingua non riuscivano a trovare le parole per disgiungere i significati dei due termini che il loro maestro aveva tentato di spiegar loro quanto fossero invece divergenti e addirittura tra loro opposti.
Il maestro, dunque, aveva ragione in francese ma aveva torto in "sudanese"?
Ma lui non si arrese all'evidenza e volle indagare ancora più a fondo.
Ormai temeva che fosse proprio così come in effetti era: il termine africano che traduceva la volontà  era precisamente lo stesso termine che in una sconcia lingua sudanese designava l'organo genitale maschile; un'alternativa si poteva pure trovare, ed era l'organo genitale femminile, che pure era sentito come un sinonimo (meno usato) di volontà... ma, a questo punto – obiettò uno dei seminaristi, non sta bene attribuire questa <volontà-organo genitale femminile> all'uomo."
:)
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