Le apparenze sociali

Aperto da doxa, 13 Gennaio 2026, 11:58:59 AM

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Gentile Daniela, a me sembra che quanto ho scritto è contestualizzato. Ho cominciato il topic facendo la recensione del libro ed esprimendo il mio parere, poi ho argomentato esprimendo pensieri propri e altrui.

Quando si scrive un testo è importante la chiarezza, far capire al lettore ciò che si vuol dire.

Io sono un mistico della scrittura: ho la magnificenza della prosa.

La mia mistica letteraria non si confronta con i fatti, li trascende e fa rileggere in una nuova luce il sacro, il bello, l'ineffabile.

Gli altri si scontrano con me in puntigliose gare di precisazioni, di fraintendimenti, di voluti equivoci e dotti riferimenti.

I miei testi  sono  densi di rimandi, di ritorni, di deviazioni rizomatiche, li costruisco come una spirale  d'incenso che avvolge, oppure un labirinto, e sono ebbri del demone dell'analogia.

Nei miei libri affronto gli dei, i miti, i rituali, le liturgie e subisco le conseguenze critiche.
Ciao Daniela

;D


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La cultura delle apparenze è il lascito della tradizione moralistica. In essa si distinguono due  filoni principali:

quello di tendenza cognitiva, descrittiva e demistificatrice (autori esemplari: Montaigne, La Rochefoucauld, La Bruyère) che si prefigge di osservare e descrivere le usanze, affidando le proprie osservazioni a proverbi, saggi, caratterizzazioni. Le apparenze sociali sono il loro ambito di studio.

Il secondo filone, invece, è più prescrittivo,  comprende "trattati" come il "Cortigiano" di Baldassarre Castiglione, il  pedagogico "De civilitate morum puerilium" dell'olandese  Erasmo da Rotterdam, pubblicato nel 1530, il "Galateo" di mons. Giovanni Della Casa, la "Civil conversazione" dello scrittore e diplomatico Stefano Guazzo.

Altri trattati, i cosiddetti "traités de civilité" pubblicati in Francia, come "Honnète Homme" di Faret e le "Conversations" del cavalier de Méré, si prefiggono di enunciare le regole dell'apparire in società.

Di solito l'apparenza sociale è abbinata all'etica della cortesia, un tempo riservata all'uso delle corti nobiliari.

Dante, ironizzando su quella del suo tempo, scrisse: "Cortesia e onestade è tutt'uno: e però che nelle corti anticamente le vertudi e li belli costumi s'usavano, sì come oggi s'usa lo contrario, si tolse questo vocabulo dalle corti, e fu tanto a dire cortesia quanto uso di corte" (Convivio, II, X, 8).

La cortesia è la capacità di interagire con rispetto, educazione e gentilezza verso gli altri.



Secondo lo scrittore, aforista e moralista francese Jean de La Bruyère (1645 – 1696) la cortesia non ispira sempre la bontà, l'equità, la compiacenza, la gratitudine, ma produce l'apparenza.

La cortesia è una morale sostitutiva. Il suo obiettivo è l'eliminazione della conflittualità sociale, rispettando la finzione, impedendo alle persone di offendersi reciprocamente. Essa impone di rispettare il modo in cui gli altri cercano di apparire e chiedono, o si aspettano, di essere percepiti.  Ha una valenza estetica e morale.

Le norme estetico-sociali si propongono di moderare la reattività soggettiva e regolano questo ambito con le norme di comportamento e di linguaggio.

Il fine della cortesia è di evitare di infliggere  agli altri quelle umiliazioni dell'amor proprio che denominiamo gaffes, in modo che i contatti tra le persone avvengano in modo tranquillo.
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