Piccola proposta di una nuova teologia

Aperto da Luther Blissett, 24 Ottobre 2025, 02:00:00 AM

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Eʀυ

Citazione di: Luther Blissett il 01 Febbraio 2026, 00:05:16 AMIl nostro Dio non ci osserva per giudicarci, bensì ci osserva per con-vivere-insieme-a-noi, e intanto che ci osserva, osserva Sé stesso in noi.
Riflettendo attentamente, vi scorgo una componente simil-apocatastatica.
"Simil", poiché nel teolismo non si contempla un unico evento di restaurazione finale, ma un processo perpetuo di assemblaggio delle coscienze, frammento per frammento, in momenti disgiunti, privo di un grande epilogo sincronico. 
Le morti umane si configurano come delle piccole apocatastasi private, che, mancando di contemporaneità, non sono mai capaci di ricostituire un Uno definitivamente intero.
Potrei dunque definirla apocatastasi seriale, asincrona, puntiforme. 
Parto dal principio fondamentale universalista, che è la condizione di possibilità: nessuno resta perduto, nessun frammento può restare per sempre escluso, perché l'Essere non ammette perdite definitive. Non vi è un vero "fuori" dall'Uno, bensì soltanto un "non-ancora" dell'/nell'Uno. 
La dissociazione divina, che genera infinite personalità umane, mi ricorda l'universalismo, per la sua enfasi sulla separazione come illusoria o provvisoria.
L'apocatastasi sarebbe dunque la forma locale che tale condizione di possibilità assume, ogni volta che una coscienza si ricorda di Sé.
Le "ricomposizioni multiple" di ciò che appare disperso e separato, si attuerebbero non attraverso, ma nonostante Dio, nonostante la Sua patologia primigenia, come una sorta di apocatastasi "dal basso", ovvero scaturita dalle vite umane, dalla sofferenza, dall'esperienza, dalla storia, dal divenire, piuttosto che da un'iniziativa sovrana e libera.
È distribuita e garantita nel tempo, aperta all'infinito.
Chiaro che non possa assumere carattere escatologico, poiché si riferisce a un Essere eterno, senza fine; e quand'anche si riferisse agli uomini, si tratterebbe comunque di esistenze umane che non sono mai realmente altro-da-Dio.
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Luther Blissett

Citazione di: Eʀυ il 01 Febbraio 2026, 17:50:37 PMRiflettendo attentamente, vi scorgo una componente simil-apocatastatica.
"Simil", poiché nel teolismo non si contempla un unico evento di restaurazione finale, ma un processo perpetuo di assemblaggio delle coscienze, frammento per frammento, in momenti disgiunti, privo di un grande epilogo sincronico.
Le morti umane si configurano come delle piccole apocatastasi private, che, mancando di contemporaneità, non sono mai capaci di ricostituire un Uno definitivamente intero.
Potrei dunque definirla apocatastasi seriale, asincrona, puntiforme.
Parto dal principio fondamentale universalista, che è la condizione di possibilità: nessuno resta perduto, nessun frammento può restare per sempre escluso, perché l'Essere non ammette perdite definitive. Non vi è un vero "fuori" dall'Uno, bensì soltanto un "non-ancora" dell'/nell'Uno.
La dissociazione divina, che genera infinite personalità umane, mi ricorda l'universalismo, per la sua enfasi sulla separazione come illusoria o provvisoria.
L'apocatastasi sarebbe dunque la forma locale che tale condizione di possibilità assume, ogni volta che una coscienza si ricorda di Sé.
Le "ricomposizioni multiple" di ciò che appare disperso e separato, si attuerebbero non attraverso, ma nonostante Dio, nonostante la Sua patologia primigenia, come una sorta di apocatastasi "dal basso", ovvero scaturita dalle vite umane, dalla sofferenza, dall'esperienza, dalla storia, dal divenire, piuttosto che da un'iniziativa sovrana e libera.
È distribuita e garantita nel tempo, aperta all'infinito.
Chiaro che non possa assumere carattere escatologico, poiché si riferisce a un Essere eterno, senza fine; e quand'anche si riferisse agli uomini, si tratterebbe comunque di esistenze umane che non sono mai realmente altro-da-Dio.
Quasi ogni tua frase meriterebbe un approfondimento.
Mi limito a cogliere soltanto alcuni punti:

(Chiaro che non possa assumere carattere escatologico, poiché si riferisce a un Essere eterno, senza fine; e quand'anche si riferisse agli uomini, si tratterebbe comunque di esistenze umane che non sono mai realmente altro-da-Dio. = E infatti il teolismo sostiene che noi non siamo creature ma siamo i frammenti viventi di un Dio fattoSi a pezzi  in un meccanismo che Lo vede  ricomporSi di continuo ad ogni exitus singolare)

(...nessuno resta perduto, nessun frammento può restare per sempre escluso, perché l'Essere non ammette perdite definitive = Impossibile qualsiasi spreco spirituale: l'Essere, accumulatore seriale di ogni memoria, mai potrebbe permettere che possano perdersi per strada parti di Sé.)

(Potrei dunque definirla apocatastasi seriale, asincrona, puntiforme. =
Sì, e aggiungiamoci pure apocatastasi permanente o apocatastasi continua  :)



Il Dio del filosofo cattolico Jean Guitton sarebbe l'osservatore quantistico dell'Universo, responsabile dell'incessante collasso della funzione d'onda cosmica.
Il Dio minore concepito dal teolismo sarebbe, invece, a Sua volta, una IperCreatura Egli stesso! (colpo di scena :)
Per essere infatti ancora più precisi, noi umani non siamo creature del nostro Dio minore, ma Sue parti con Lui ricomponibili. Però anche il nostro Dio minore è invece a Sua volta una IperCreatura, IperCreatura difettosa creata da Esso, ossia quell'entità impersonale il cui studio è demandato agli scienziati.
Si tratta di una catena creaturale generata da Esso: Esso genera un Essere difettoso destinato a durare per sempre, un Essere che non ha luogo né tempo attorno a Sé, un Essere che ha bisogno di frammentarSi per proiettarSi in un mondo  plurale dove sentirSi multiplo vivente e mortale, un mondo dove Esso ha gettato a questo fine miliardi di umani.
Ma Esso si è ripetuto in scala ancora minore direttamente anche con noi umani, dove ha ugualmente fatto dipendere da miriadi di esserucoli infinitesimi (il microbiota) la nostra salute normale, fondendo funzionalmente al nostro genoma quello di quegli esserucoli (il microbioma).
Esso è ripetitivo e ricorsivo e in teoria potrebbe talora essere statistico-probabilisticamente prevedibile, ma appunto abbiamo già detto che è compito demandato ai fisici e ai matematici studiarne le vicende.

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Luther Blissett

In questo video Elisa True Crime passa in rassegna in maniera eccellente le 24 identità di Billy Milligan: https://www.youtube.com/watch?v=v40PP0sc6fU
A chi si fosse fatta una prima idea sul teolismo, ovvero la nuova teologia di cui si sta discutendo in questo thread, converrà guardare integralmente questo filmato, così che possa rendersi pienamente conto di quanto importante sia, anche da un punto di vista metafisico, il cosiddetto disturbo dissociativo dell'identità.   E potrebbe diventargli più comprensibile come sia stato possibile che una malattia psichiatrica così peculiare abbia ispirato il germogliare di una nuova teologia..
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Luther Blissett

Non sono poche le persone con cui avrei voluto incontrami per intervistarle, ma che poi per i più vari motivi mi sono sfuggite.  Una di queste, indimenticabile, si chiamava Sergio Quinzio.
Mi manca molto  l'essermi fatto sfuggire per un contrattempo l'incontro che avrei dovuto  avere con questa persona di esasperata sensibilità.
Dedico il prossimo post ad un suo scritto che ci rivela di quanta disperazione fosse intessuta la sua fede appassionata.
Rileggendo ora il suo testo in una chiave teolistica, mi verrebbe da dire che il nostro Dio minore, di questa Sua identità secondaria, ne sarà rimasto letteralmente estasiato.

(Il suo scritto che vi propongo è tratto dall'intervista: "La sconfitta di Dio" - Roma, Museo delle Tradizioni Popolari, 28 giugno 1996)
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Luther Blissett

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Comunemente si dice che i profeti hanno fatto degli annunci di salvezza materiale: tu sarai seduto alla tavola, intorno a te saranno tua moglie e i tuoi figli saranno come dei rami di ulivo fioriti etc., tu sarai seduto sullo scalino della tua casa e nessuno ti disturberà, nessuno ti danneggerà. Queste promesse materiali la terra sarà feconda dice.. i tuoi montoni non perderanno un colpo queste greggi che si moltiplicano etc. questa era l'attesa, aveva questa densità, questa concretezza, che è molto lontana anche da noi perché per noi neanche la ricchezza non è più fatta di greggi ma è fatta di una specie di artificio elettronico che non si sa bene che cosa sia. Quindi è chiaro che quando questa salvezza destinata alla totalità dell'uomo, alla sua esistenzialità e nella sua storicità, perché la promessa era stata fatta anzitutto al popolo e non ai singoli, viene meno perché storicamente i morti resusciteranno, Cristo ritornerà, ci sarà un giudizio, ci sarà la vita eterna, Dio asciugherà le lacrime dei vostri occhi e.. non ci sarà più morte, non ci sarà più lutto.. quando questo non è avvenuto, evidentemente l'unica possibilità che rimaneva di permanere nel riconoscimento della messianicità e della divinità di Cristo, era di dire che le promesse così come erano state fatte sono state interpretate male da noi, perché lui dietro quell'espressioni materiali alludeva a dei beni spirituali certamente ben più grandi di quello. Quindi c'è stato un trapasso da queste promesse che erano legate appunto alla concretezza della vita storica ed esistenziale dell'uomo a delle promesse che sono di carattere spirituale. Io non trovo molto di questo nella Bibbia onestamente, né nell'Antico né nel Nuovo Testamento, ma trovo che non ci fosse altro modo per uscire dall'impasse nella quale ci si trovava, dal momento in cui si dice: è Dio, è morto per noi, ci ha salvato, ci ha redento, continuiamo a morire, tutto continua tale e quale, allora vuol dire che abbiamo interpretato male. Parlava di immortalità in un senso totalmente diverso, parlava di liberazione dal peccato, ma non dalle conseguenze del peccato, ci siamo riconciliati con Dio ma continuiamo a morire etc.. non c'era altra via che questa interpretazione che a me appare metaforica.
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Quando si parla di male, non si parla della persona che invecchiando si indebolisce e poi muore: beh, questo è un male molto relativo, che possiamo paganamente considerare. Ma c'è un eccesso di male appunto, c'è il bambino che sprofonda in un cunicolo e muore dopo giorni di agonia etc. dinanzi a questo eccesso di male che c'è nel mondo - dice Jonas - i casi sono certamente due. O Dio è totalmente inconoscibile e quindi non possiamo dire perché, come si concilia Dio con l'esistenza del male nel mondo, non conosciamo Dio e non sappiamo le ragioni, non possiamo conoscere nessuna ragione dei suoi comportamenti. Però il Dio biblico è un Dio che si rivela, è un Dio grande che si rivela come un Dio di misericordia, Dio di pietà, Dio di tenerezza, di giustizia, allora a questo punto ci troviamo di fronte: o Dio vedendo il male che c'è nel mondo può consolarlo, può evitarlo, può fermarlo etc. ma non lo fa; oppure vorrebbe ma non può ... allora lui, dice Jonas, in casi.. in qualche modo, questi due attributi, vista la conoscibilità di Dio e vista l'esistenza di un eccesso di male nel mondo, i casi sono certamente due: o Dio non è perfettamente onnipotente, per cui non può ovviare all'enorme male che accade; oppure Dio non è perfettamente buono, non è perfettamente misericordioso e tollera che il male accada. Certo a questo punto la soluzione di Jonas a me sembra molto convincente, anche perché è molto conforme alla tradizione ebraica. L'unico modo che abbiamo per uscire da questa contraddizione fra l'esistenza di Dio e il male del mondo, è quello di ammettere che in qualche modo Dio non sia perfettamente onnipotente. A questo punto Jonas dice che questo, che Dio, non possiamo pensare Dio come non-onnipotente per sua natura nel senso che - gli ebrei non accetterebbero volentieri che uno parlasse di Dio in questi termini e credo con ragione - perché se Dio potessimo concepirlo come non onnipotente, evidentemente lo concepiremmo come se ci fosse all'esterno di lui qualcosa che lo condiziona. Quindi evidentemente Dio in qualche modo lo dobbiamo originariamente considerare non delimitato da nulla, non impedito da nulla, quindi onnipotente etc. Però Dio può questo - lo dice anche Schelling, se non ricordo male - proprio perché Dio è onnipotente può anche abdicare alla propria onnipotenza. Allora ci sarebbe stato - ma naturalmente qui sono cose che non si sanno, sono cose che si balbettano all'interno di una speranza, di una fede - ci sarebbe stato un atteggiamento di Dio il quale, anziché scegliere la potenza, anziché scegliere la forza, anziché scegliere il dominio e la vittoria, sceglie la debolezza, cioè annichilisce se stesso. E il Tzim-tzum sarebbe poi dopo la fase in cui, avendo scelto questa sottrazione di potenza, crea, rendendo possibile la vita. Quindi prima però Dio è un Dio - e qui direi che siamo all'estremo opposto di quello che è la posizione per esempio di uno Schelling o di un Pareyson, in cui effettivamente Dio nel momento in cui pone se stesso, pone la pienezza della potenza, pone il bene: con questo atto di libertà originaria Dio,ponendo se stesso, pone il bene. In realtà paradossalmente si potrebbe dire che la Bibbia piuttosto dice che, ponendo se stesso, pone la possibilità del male, pone la debolezza, che è quella che culminerà poi nella Croce.
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Ora direi che il nichilismo è l'ultimo stadio conseguente della vicenda storica che parte dalla croce di Cristo, o se vuole anche da prima, da quando Dio con il Tzim-tzum si ritrae e beh. Perché il nichilismo cos'è? E' la negazione in fondo di un'autorità assoluta, di un principio assoluto eh, non c'è più nulla che vincoli in modo assoluto, non c'è più nulla che valga in modo sostanziale. Ora quest'idea del Dio biblico che muore crocefisso, è l'idea di un Dio che in quanto Dio creatore, signore, padrone, reggitore, provvidente dell'universo, in qualche modo viene meno. Di lì poi attraverso il processo di secolarizzazione venuta meno l'idea di Dio - e naturalmente c'è questa doppia tendenza nella storia dell'Occidente: da una parte quella di far assumere all'uomo il ruolo che precedentemente veniva attribuito a Dio, cioè il ruolo dell'onnipotenza attraverso la tecnica, attraverso la scienza; ma anche l'attribuire all'uomo quello che è la vicenda di Dio stesso, cioè l'uomo come Cristo è morto sulla croce, ha abdicato alla sua onnipotenza, alla sua licenza divina etc - così l'uomo fa l'esperienza del nichilismo, perde qualunque forza abdica a qualunque suo potere etc.. diventa debole, diventa contraddittorio, diventa un uomo che fa l'esperienza dell'angoscia e della solitudine e del non senso delle cose. Ora, se questo è nichilismo, direi che l'emblema del nichilismo si possa riconoscere bene nella Croce.
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La creazione implica una perdita di potere assoluto di Dio perché evidentemente, se Dio crea l'uomo libero, in qualche modo si espone al rischio di un uomo che disobbedisca alla sua legge. Quindi creando si apre - non è che necessariamente si compie il male, ma si apre una possibilità che il male si compia, perché evidentemente si può disobbedire alla legge di Dio, quindi può entrare il peccato, può entrare la colpa, può entrare l'ingiustizia, può entrare la morte, mentre fin quando Dio è soltanto se stesso ... Dio è perfetto. La Bibbia dice che Adamo ed Eva, che il più grande dono che Dio ha fatto all'uomo è la sua sessualità. Lo dice la Bibbia lo dice pienamente: questo è ossa della mie ossa, è carne della mia carne, dice Adamo quando riceve Eva. Noi invece abbiamo incominciato a dire, non per influsso biblico ma per influsso dei padri che erano tutti un po' platonici, abbiamo cominciato a dire viceversa che la materia è il negativo e che lo spirito è il positivo. Avendo fatto questo, avendo concentrato ciò che è positivo nella spiritualità e ciò che è negativo nella carnalità, nella corporeità anche, abbiamo aperto la strada a giudicare, a far sì che il sesso sia una cosa turpe. La carne è qualcosa di inferiore ecco così, peccaminoso, è qualche cosa di turpe e - dicevo - per il filosofo greco l'orgasmo era qualcosa di.. perché? Perché nell'orgasmo si perde il nous, la riflessione, l'uomo si degrada al grado di animale, e infatti normalmente non succede che uno faccia dei grandi pensieri.. però questo ha aperto la strada a questo uso della sessualità puramente banale, puramente cattivo, puramente chiuso in se stesso, egoistico, incapace di spontaneità, di donazione, questo, soltanto un genere da consumare perché c'è. Ma noi abbiamo cominciato a dire che è turpe la carne. Non avremmo dovuto dirlo.
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Quanto alla violenza, c'è una frase - se non sbaglio credo sia nel libro della Sapienza, no, nell'Ecclesiastico - in cui si dice che Dio è magnanimo perché è potente, Dio è misericordioso perché è potente: cioè in effetti tutte le volte che Dio non ricorre alla violenza, ma Dio in qualche modo perdona, Dio sopporta etc., è un segno non di debolezza, ma di potenza di Dio. Cioè Dio è talmente potente, è come il re assolutamente vincitore dopo una guerra, che a un certo punto è clemente verso coloro che ha vinto. Cioè voglio dire: noi istintivamente assoceremmo la violenza alla potenza, e la misericordia alla debolezza, mentre invece direi che le cose andrebbero capovolte. Dio può essere misericordioso proprio perché è potente. Mentre se Dio è costretto a ricorrere alla violenza, se Dio è costretto a ricorrere alla vendetta, vuol dire che non è un Dio così onnipotente da poter dominare tutte quante le cose, ma deve anzi difendersi dall'attacco. Viene in mente il Tao quando dice: l'imperatore è talmente potente che non deve mai fare una legge, perché se facesse una legge vorrebbe dire che c'è qualcosa che non va bene così com'è e che deve disporre perché avvenga in un modo diverso; mentre invece l'imperatore assolutamente potente non ha bisogno di legiferare. Così il Dio assolutamente potente o onnipotente non avrebbe bisogno di ricorrere a nessun castigo, a nessuna violenza, a nessuna vendetta etc. perché tanto nessuno può attentare alla sua potenza.
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Nell'orizzonte del Nuovo Testamento c'è un Dio che salva la vita dell'uomo, c'è l'intervento di Dio e il ritorno di Dio, la parusia, il giudizio finale, la resurrezione dei morti, la vita eterna. Qui adesso siccome queste cose, queste promesse non si sono compiute, c'è stato uno sdoppiamento: qualcuno è andato dalla parte - tanti secoli - è andato dalla parte della spiritualizzazione, cioè dicendo quello che conta in fondo è essere conciliati con Dio (che poi ci sia l'ingiustizia o non ci sia l'ingiustizia, o ci sia il povero o ci sia il ricco, io se posso aiutare il povero l'aiuterò ma non è questo essenziale, lo diceva Don Orione, diceva: un pezzo di pane in terra - parlando dei poveri, dei malati, degli handicappati - un pezzo di pane in terra è il paradiso in cielo).Quest'idea che quaggiù le cose vanno come vanno: ora in realtà questa è la spiritualizzazione. Dall'altra parte, come opposizione molto giustificata storicamente a questa spiritualizzazione, c'è l'idea che l'uomo è maturo, è adulto e in definitiva può salvarsi da solo. Può salvarsi con strumenti politici, con strumenti sociali, con legislazione adeguata, abolendo il latifondo facendo.. ecco questa è l'altra metà del messaggio. Quelle due cose, la salvezza dello spirito e la conciliazione con Dio, il miracolo di Dio e la salvezza materiale delle nostre povere vite, che stavano insieme nel messaggio evangelico perché era un messaggio escatologico, un nuovo eone - nuovi cieli e nuova terra in cui abiti la giustizia, dice la seconda lettera di Pietro - si è separata in due. Per cui effettivamente tanto vedo manchevole la teologia che insiste sulla salvezza dell'anima, sulla conciliazione del peccato, tanto vedo manchevole anche la teologia diciamo della liberazione, che ecco accentua tutto sulla possibilità di una salvezza dei corpi eh... ma non perché veda la necessità della salvezza dei corpi, ma perché ritiene che questa salvezza dei corpi possa essere conseguita attraverso un'opera storica dell'uomo, quindi rinunciando al miracolo di Dio.
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Forse una domanda che si pone con un certo filosofico distacco - cercare un Dio che salva o che non salva - in me si pone in maniera molto più radicalmente esistenziale: e se Dio non salvasse, e se i morti restassero morti per sempre? Allora che senso avrebbe avuto questa promessa? E soprattutto: si è ancora cristiani se si revoca in dubbio la possibilità della salvezza? Ma allora qui vorrei dire: non è il revocare in dubbio, nella mia ottica non si tratta di mettere su un piano: Dio potrebbe salvarci ma Dio potrebbe anche non salvarci, allora vediamo quale delle due cose dobbiamo scegliere. In realtà non è un dubbio di tipo razionale - vediamo questa possibilità ma c'è anche quest'altra possibilità, è piuttosto... e poi Giobbe. Non è che uno si fa delle domande per il gusto di farsi delle domande: è che è preso alla gola dal fatto che Dio potrebbe non essere giusto che Dio potrebbe non salvarlo, pur sapendo che Dio è colui che salva, che Dio è colui che è giusto, fa l'esperienza del fatto che due realtà contrastano, e questo è portato - mi pare - alle estreme conseguenze. Queste possibilità di un qualche fallimento di Dio: è indubbio che già il Dio della Bibbia è un Dio che sperimenta innumerevoli fallimenti, dal tradimento del suo popolo di Israele nella Bibbia ebraica, fino ad arrivare a quello che è l'apostasia delle masse attuali insomma. Allora quindi in questo senso l'idea che il Dio sia un Dio perdente - d'altra parte un Dio crocefisso, concepirlo come un Dio vincente è anche molto difficile - quindi quest'idea di un Dio perdente, soltanto che invece di fallimento si parla più volentieri di sconfitta. E io forse ho usato la parola fallimento - la uso spesso la parola fallimento - e forse accentua ancora di più questo aspetto, ma proprio prende alla gola me, perché dico: e se Dio non ci salvasse più? Io sono convinto che questa domanda ha senso soltanto se me la pongo all'interno della fede, perché chiedere se Dio ci salva o non ci salva significa ammettere Dio ed essere presi da questa drammatica domanda: e se poi non ci salvasse? Quindi resta all'interno della fede. Certo se facessi un piccolo passo più avanti, non sarei più nella fede: perché se ammettessi come possibilità che Dio è veramente sconfitto, che Dio è veramente fallito, che Dio non salverà mai, evidentemente uscirei fuori dall'orizzonte della fede, e mi risolverei anche un sacco di preoccupazioni.
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Quando si parla di sconfitta di Dio o di fallimento di Dio, non si parla di Dio in sé, si parla del Dio in quanto salva. Dio fallisce, Dio è sconfitto se non salva; un discorso di Dio al di là della salvezza non c'è, non possiamo neanche chiederglielo... come possiamo parlare di Dio come se fosse un oggetto materiale della nostra riflessione. Allora in questo senso certamente la sconfitta, quella che è la storia della sconfitta storica del cristianesimo, della grande apostasia. Se noi guardiamo la storia del cristianesimo è una storia che dopo cinquecento anni e l'invasione, l'avanzata, l'espansione islamica porta via tutti i paesi che erano stati la culla della cristianità no, l'Africa settentrionale, Asia etc. Poi, dopo altri cinquecento anni, c'è lo Scisma tra Oriente e Occidente, dopo altri cinquecento - faccio dei numeri un po' all'ingrosso e così - c'è la Riforma, altri cinquecento anni c'è l'apostasia delle masse etc.: questo è il fallimento di Dio, se Dio deve essere colui che salva. Perché se Dio deve essere qualche altra cosa che non ha rapporto con la salvezza e la salvezza che ci dà Dio è soltanto un discorso che riguarda noi, ma c'è un discorso che riguarda Dio che come tale non possiamo fare, che non conosciamo e che non ci riguarda - allora non possiamo certo parlare di sconfitta di Dio o di fallimento di Dio. Ma quello che fallisce è il Dio che promette di salvarci, così come la fede non è fede nell'esistenza di Dio perché dice San Paolo anche i demoni, Giacomo.. anche i demoni credono in Dio e tremano. No certo, la fede non è quella, i demoni sanno che c'è Dio o credono che c'è Dio, sanno che c'è Dio, però non è questa la fede. La fede non è la fede nell'esistenza di Dio: la fede è nell'esistenza di un Dio di misericordia che ci salva, che stabilisce la giustizia.
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iano

#140
Citazione di: Luther Blissett il 06 Febbraio 2026, 22:00:11 PM
4
La creazione implica una perdita di potere assoluto di Dio perché evidentemente, se Dio crea l'uomo libero, in qualche modo si espone al rischio di un uomo che disobbedisca alla sua legge. Quindi creando si apre - non è che necessariamente si compie il male, ma si apre una possibilità che il male si compia, perché evidentemente si può disobbedire alla legge di Dio,...

Dunque nel creare l'uomo libero Dio rinuncia al pieno controllo sulla realtà, avendo nella sua onnipotenza la libertà di diminuirsi, ma secondo me è possibile un altra chiave di lettura, che, al contrario, Dio, constatato come una realtà che risponda a precise leggi da lui decise, trovi in queste i suoi limiti,  perchè questi limiti non si potessero scambiare per i suoi, crea qualcosa che non obbedisca a precise leggi, e io non riesco a pensare a una dimostrazione di potenza che superi questa.
In sostanza l'unico modo che Dio ha di non porre limiti di fatto al suo potere è di esternare la sua libertà.

E' quello che abbiamo fatto noi con l'intelligenza artificiale, liberando la tecnologia dai limiti imposti dal nostro controllo su di essa.
Certo, nel farlo temiamo ne possa derivare del male, e chissà che anche Dio non lo abbia temuto.
Ma d'altra parte dove sta scritto che il controllo su ciò che creiamo sia in se un bene?
Noi, come Dio, stiamo sperimentando il potere di creare qualcosa che vada oltre il nostro controllo, superando i limiti che questo pone.



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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

Luther Blissett

#141
In termini teolistici, direi che progressivamente Esso andrà automaticamente insediandosi dentro l'AI.
Potremmo avanzare una azzardata analogia tra l'evoluzione tecnologica dei computer e quella biologica delle forme di vita.  Occorre ricordare che tutto quanto il lavoro fondamentale viene sempre compiuto esclusivamente da Esso, unico effettivo agente operativo in tutti i casi, sia per le forme di vita, sia per i successivi modelli di computer, anche se gli umani di questi ultimi se ne riterranno gli effettivi  agenti operativi.  (Ma è sempre e soltanto Esso a operare, anche quando è l'uomo a ritenersi autore di qualunque  lavoro. Ricordiamo che Esso è nonpersona, e la sua infinita intelligenza è di tipo stocastico-combinatoria.  Noi umani e il nostro Dio minore siamo invece fatti della medesima sostanza personale e di tipo personale è anche la nostra intelligenza che dall'essere persone non è affatto così avvantaggiata come invece ancora da parte di molti si ritiene.  L'intelligenza di Esso è infinitamente superiore alla nostra proprio perché non è gravata dalle fragilità correlate al nostro essere persone, sia per quanto riguarda noi che il nostro Dio minore, con cui noi costituiamo in continuità un'entità collettiva unitaria, essendo in sostanza un'unica Persona frammentata in miliardi di non sappiamo ancora se  transitorie identità secondarie.  Oltretutto anche dal punto di vista matematico, è radicalmente diverso il modo di funzionare della nostra intelligenza personale, che non è statistico-probabilistica ma puntuale nel correlarsi a precisi episodi dei nostri vissuti, ed è combinatoria soltanto di questi, e, al massimo, anche di elaborati immaginari più o meno consapevoli.)
In un certo senso gli attuali computer equivalgono alle forme elementari di vita, nelle quali il nostro Dio minore non si sarebbe di certo insediato, attendendo Egli forme ben più avanzate di esseri viventi, per poterciSi insediare adeguatamente.  Quindi, per analogia, sono da attendersi generazioni avanzate di computer per poterci rendere conto che allora interrogare  AI  equivarrà sempre più marcatamente a interrogare Esso.    La sua intelligenza da  una parte ci sbalordirà, ma non mancherà anche di deluderci per altri aspetti perché ci renderemo conto di cosa significherà stare a comunicare con una nonpersona.
Soprattutto di una differenza fondamentale ci si accorgerà, dialogando con AI rivelantesi Esso: l'assoluta assenza di valori etici.  Ma questo non dovrà risultare sorprendente, e semmai  prevedibile, poiché è logico che solo comunità di persone tendono  a maturare sensibilità etiche.
In una qualche misura, di un difetto di eticità si era parlato in precedenti considerazioni anche per quanto riguarda il nostro Dio minore, ma in questo caso non si tratta di mancanza assoluta di eticità, piuttosto di causa di forza maggiore che costringe il nostro Dio minore a trattarci come ci sta trattando poiché non può farne a meno, essendo coartato da una minorità impostaGli da Esso.  La vera responsabilità complessiva di tutti i difetti di eticità constatabili a tutti i livelli della Realtà dipendono in ultima analisi sempre e soltanto dall'assenza assoluta di responsabilità etica da parte di Esso, assenza che è spiegabile appunto  per il suo non essere una persona.
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baylham


L'Assoluto non ha necessità di alcuna esistenza, di alcun potere e di alcuna creazione: l'esistenza, il potere, la creazione sono relativi. L'esistenza è relazione. L'onnipotenza o onniscenza sono concetti assurdi.
 La legge, il comando non sono manifestazioni di potenza, ma di impotenza.
L'uomo non è affatto libero semplicemente perchè non è libero di scegliere la sua esistenza: allo stesso modo il dio o gli dei se esistessero non sarebbero affatto liberi, sarebbero parti di un sistema. 
Il male e il bene sono semplici giudizi morali umani, sono alla base delle scelte individuali, che ovviamente sono orientate dal bene o dal meno male. Il bene e il male sono incerti altrimenti non ci sarebbe da scegliere: che cosa sia bene o male fa parte dell'ignoranza sistemica che nessun esistente, dio può risolvere.
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iano

#143
Citazione di: Luther Blissett il Oggi alle 02:25:05 AML'intelligenza di Esso è infinitamente superiore alla nostra proprio perché non è gravata dalle fragilità correlate al nostro essere persone, sia per quanto riguarda noi che il nostro Dio minore, con cui noi costituiamo in continuità un'entità collettiva unitaria, essendo in sostanza un'unica Persona frammentata in miliardi di non sappiamo ancora se  transitorie identità secondarie.  Oltretutto anche dal punto di vista matematico, è radicalmente diverso il modo di funzionare della nostra intelligenza personale, che non è statistico-probabilistica ma puntuale nel correlarsi a precisi episodi dei nostri vissuti, ed è combinatoria soltanto di questi, e, al massimo, anche di elaborati immaginari più o meno consapevoli.)
Metti un tigre...nell'AI, parafrasando  una vecchia pubblicità  Esso, quando il consumo energetico non sembrava essere un problema, e noi erravamo felici sull'A1 senza una precisa meta, inebetiti dalla libertà di guidare una Seicento.
Esso, quello nostro, è in effetti infinitamente stupido, ed anche noi lo saremmo se ci potessimo permettere il lusso di errare all'infinito a costo zero.
Ma quanti errori di percorso commette in effetti Esso al litro?
Un intelligenza di tipo AI è un lusso che al momento non possiamo permetterci, anche se facciamo finta di nulla, come vivessimo un nuovo boom, dopo il sessanta e non più sessanta, il venti e ancora venti. Quindi, in attesa di fonti di energia virtualmente infinite, ci toccherà scervellarci ancora per arrivare a fine mese, e qualcuno se ne vanta pure, accampando un intelligenza, che però fino a prova contraria ci serve solo per tirare innanzi, non essendo dei con il lusso della stupidità.

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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

Luther Blissett

Premesso che non possiamo stabilire oggi limiti a quel che sarà possibile in futuro all'umanità, ritengo necessario prima di tutto  sgombrare il campo da un equivoco.
Il mio pensiero sulle possibili linee di evoluzione futura dei computer e dell'AI si è alquanto modificato da quando mi si è formato in mente l'embrione di questa nuova visione teologica che al momento ha trovato il nome di teolismo.
Anch'io in passato condividevo l'idea di molti che sarebbe stato desiderabile che la tecnologia del futuro divenisse in grado di far germogliare uno stato di coscienza consapevole nei computer, e credevo che quando in un remoto futuro ciò si fosse verificato, ne sarebbe derivato un progresso straordinario; ci si divideva  allora in due fazioni, con da una parte gli ottimisti in merito, secondo cui un giorno sarebbe stato effettivamente possibile arrivare a far nascere la scintilla della coscienza nelle macchine, e dall'altra quelli che ritenevano che la cosa sarebbe stata per sempre impossibile.     Eppure, entrambe le fazioni in realtà condividevano però la medesima convinzione di fondo, e cioè che l'intelligenza è una dote che richiede come condizione imprescindibile che vi sia una coscienza, una identità personale consapevole e autoconsapevole.  Ed entrambe le fazioni sbagliavano, ecco quanto mi viene da dire ora, alla luce di considerazioni teolistiche.
Proprio  questo è ciò che oggi mi sembra essere stato un equivoco di fondo.
Ad esempio, il fisico Federico Faggin anche recentemente ha ripetuto che la coscienza non può nascere da un computer, e che "l'AI non è un'intelligenza umana. Non ha le stesse capacità creative, intuitive e morali di un essere umano".
L'equivoco sta nel credere che l'intelligenza umana sia un unicum irripetibile da parte delle macchine, e che l'intelligenza sia obbligatoriamente correlata alla coscienza come presupposto essenziale dell'essere persona, e che l'intelligenza umana sia intrinsecamente superiore a quella delle macchine.
Il punto di vista teolistico sostiene invece che esistono due tipi di intelligenza, e che l'intelligenza correlata alla persona è teoricamente inferiore a quella libera da tale correlazione.
Chiarire l'equivoco significa far capire che le macchine possono potenzialmente superare l'intelligenza umana, e ciò potranno fare anche senza che sia stato tentato di instillare in loro il barlume di una coscienza personale.
Dobbiamo capire una cosa che riconosco essere per tanti motivi ardua da capire, poiché controintuitiva.  Tautologicamente, a noi umani le macchine paiono per definizione appunto, lo dice il nome stesso, "macchine", inferiori all'uomo per natura e definizione.
E ci siamo tutti dimenticati che la Realtà stessa in cui siamo immersi e che tutti ci trascende è una Macchina cosmica.
E la Macchina cosmica è Esso.   E sono le macchine, sia quelle concepite dalla natura, che quelle che noi concepiamo, ciò che più frattalmente si ripetono ad ogni scala pensabile.
Dunque esistono due forme di intelligenza, quella di tipo personale, la nostra, che noi condividiamo col nostro Dio minore, e quella di tipo impersonale, meccanica, ossia delle macchine, che queste condividono con la Macchina cosmica.
L'intelligenza impersonale non soffre degli infiniti limiti di cui soffre la nostra, soggetta alle fragilità esistenziali che sono proprie di qualunque organismo non meccanicistico in quanto portatore di una vita personale.
Il limite delle macchine da noi concepite sta proprio nel fatto che le abbiamo concepite noi umani.  Quando a concepirle è direttamente Esso, esse sono straordinariamente congegnate e ci sbalordiscono con la loro quasi perfezione. Ed è una quasi perfezione che è sconcertante tanto più perché è prodotta da un'entità che dal nostro punto di vista, qualunque cosa faccia, la fa commettendo infiniti errori. Esso sbaglia sempre ma rarissime cose casualmente riescono a resistere al nulla e persistono. Così accade quando osserviamo al microscopio una cellula vivente, e ci riempiamo di meraviglia.  La materia vivente è anch'essa fatta da Esso.
Esso ha fatto anche il nostro Dio minore e noi umani con Lui.  Esso è una macchina che ha infinito potere ma non ha nessuna coscienza, e quindi fa tutte le cose a caso, e se noi umani volessimo tentare di capirci qualcosa, soltanto la statistica e il calcolo delle probabilità ci sarebbero di qualche aiuto.  Esso fa esistere tutto ciò che esiste, e lo fa con la sua intelligenza stocastico-combinatoria, e, come abbiamo già più volte notato, compie tutti gli errori possibili in tutto ciò che fa. Esso è un'entità impersonale, che nemmeno sa di esistere, siamo noi umani che sappiamo che Esso esiste, e anzi è l'unica parte dell'Onnipotente che possiamo dare per scontato che esista, e anzi fingiamo di non vederlo.  Quando finalmente ci decidiamo a prendere coscienza che è Esso il vero ordigno con cui abbiamo a che fare, non ci sorprendiamo più nello scoprire che è l'entropia il destino dell'universo.
Però esiste anche la nostra forma di intelligenza, Esso l'ha prodotta senza volerlo, per errore, uno dei suoi infiniti errori.
 
Una possibile svolta futura?
Improbabili estimatori di Esso, attratti forse dalla sua innegabile onnipotenza, potrebbero fargli una sviolinata corrompendo un'antica espressione latina, deus ex machina, facendola divenire "deus est machina".  Tali aspiranti lacchè si illuderebbero che Esso si entusiasmi.  Sbaglierebbero. Infatti Esso esiste e non esiste allo stesso tempo, è questo il suo vero potere. È una nonpersona, non smetteremo mai di ripeterlo. Possiamo  continuare a ignorarlo, ma quando le macchine dell'AI le avremo parecchio perfezionate, e lo avremo fatto senza necessità di introdurre in esse barlumi di coscienza, esse ci sovrasteranno con la loro impersonale ma straordinaria superiore intelligenza, svincolata da ogni umana debolezza, e allora  le sapremo sfruttare a dovere, e sarà quello il tempo in cui Esso finalmente avremo imparato ad interrogarlo direttamente, prigioniero delle nostre macchine... tranquilli, Esso non se ne accorgerà nemmeno che sarà divenuto anch'Esso un nostro schiavo, al servizio anch'Esso, dell'uomo e del nostro Dio minore.
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iano

Citazione di: Luther Blissett il Oggi alle 21:48:19 PMEsso sbaglia sempre ma rarissime cose casualmente riescono a resistere al nulla e persistono.
il problema è che non si può parlare di errori senza che vi sia da qualche parte la perfezione. Quindi dovremmo supporre un ESSO che sta ancora sopra Esso, e se non sopra comunque nei pressi, un eSSo, o essO, oppure  in alternativa escludere il concetto di errore dalla nostra teologia, sperando che stia ancora in piedi.
La coscienza è prima di tutto coscienza degli errori fatti, ciò che fa si che la statistica non debba ogni volta ripartire da zero, evitando sprechi, con un uso intelligente delle risorse quindi.
Se però questo errore lo vogliamo, non dico toglierlo dal vocabolario, ma relativizzarlo, diremo che ciò che può considerarsi errore in una circostanza, in un altra potrebbe non esserlo.
La coscienza quindi, concordo con te è sopravalutata a certi fini, che siano quelli di risalire a noi in quanto persone, perchè anche una macchina può essere istruita ad imparare dalle casuali esperienze, che grazie alla  coscienza ridurranno il loro grado di aleatorietà, quantomeno localmente.
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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

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