Coscienza; implicazioni epistemologiche e metafisiche

Aperto da Alberto Knox, 21 Febbraio 2026, 01:36:23 AM

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Il_Dubbio

Citazione di: Jacopus il 04 Aprile 2026, 21:27:08 PMLa consapevolezza di poter cambiare la propria condizione non la vedo come collegata alla coscienza, quanto alla possibilità appresa che la condizione dell'uomo può cambiare. Un apprendimento che inizia sui banchi di scuola.

Intanto auguri di buona Pasqua a tutti, soprattutto a chi ha speso il proprio tempo e le proprie risorse per tenere in piedi questo forum: Ivo Nardi.

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Sto cercando di concentrarmi sulle nostre idee preconcette. Per preconcetto intendo solo dire idee che hanno espresso altri prima di noi e che noi abbiamo adottato. Il Dubbio che i concetti espressi da altri e quelli che noi abbiamo inteso siano differenti c'è. Come ci saranno dei dubbi che i concetti espressi da altri siano volti nella giusta direzione. 

Per cui si fa uno sforzo e si ricomincia da zero.

La prima cosa che mi viene in mente sono due termini simili, ma che forse vogliono dire cose differenti.
Coscienza e auto-coscienza.

Io li sto distinguendo, mentre mi sembra che voi non cogliate alcuna differenza. 

Tu dici che certe cose si imparano, ad esempio sui banchi di scuola. 
Così facendo hai (involontariamente) trasferito ad altro ente la responsabilità di certe azioni che noi facciamo. 
Per rendere oggettivo quello che dici dovresti mandare a scuola un certo numero di cani, o gatti, o delfini (decidi tu) e aspettarti che la resa sia, non dico identica, ma paritaria. E' inutile che ti dica che non usciranno tra loro dottori, infermieri o professori di filosofia. 

Quello che voglio dire che non è la "scuola" il punto da cui partire. La scuola è necessaria solo se si è in grado di costruisi un percorso di studi. Non manderai un pappagallo a scuola. Manderai tuo figlio.

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Lou

#181
@Il_Dubbio "La prima cosa che mi viene in mente sono due termini simili, ma che forse vogliono dire cose differenti.
Coscienza e auto-coscienza.

Io li sto distinguendo, mentre mi sembra che voi non cogliate alcuna differenza. "

La seconda è interna alla prima, non puó essere altrimenti.
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"Quanti più occhi, occhi diversi, noi impegniamo per una cosa, tanto più completo sarà il nostro 'concetto' di quella cosa, la nostra 'obiettività'" F. Nietzsche

Alexander

Schopenauer sosteneva che l'uomo è un animale metafisico perché è l'unico che si stupisce della propria esistenza e si interroga sul senso delle cose, della storia, delle proprie vicende. Diciamo che è ragionevole dubitare che le altre forme viventi che conosciamo si interroghino su se stesse. Trovo questa una differenza qualitativa fondamentale. Questa coscienza di sé come esseri cercanti un senso, che probabilmente non esiste o che non siamo in grado di comprendere, non fa di noi degli esseri superiori o migliori. Si potrebbe invece al contrario affermare che purtroppo ci fa degli esseri in bilico tra la farsa e la tragedia. Avendo però coscienza di questa tragica mancanza di senso possiamo sviluppare una più profonda comprensione dell'universale fratellanza con gli altri esseri nella durezza e sofferenza della vita. Questo dovrebbe spingerci a maturare maggiore e non minore compassione verso tutte le forme di vita. Più empatia e meno cinismo. Sentirsi più responsabili dell'intero respiro dell'ecosistema in cui ci dibattiamo, malgrado la sua (a noi) vacuita ' di senso (se non soggettivo, personale, relativo). 
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Alberto Knox

#183
Sì, come ho già detto ,ritengo che il fatto che la percezione soggettiva di sè negli animali e nelle piante non arrivi al livello che è specifico invece in homo sapiens non ne sminuisce il valore. Il dato su cui sto riflettendo è che  con gli altri esseri viventi (animali e piante) condividiamo la sensibilità e l inconscio . La neurobiologia vegetale studia come le piante percepiscono i segnali dell ambiente e li convertono in segnali elettrochimici costituiti da sostanze volatili prodotte dalle piante per reagire a diversi stimoli, sia biologici ( come la presenza di parassiti e bruchi erbivori) sia fisici (variazioni della temperatura) sia chimici (presenza di inquinanti )Queste sostanze volatili prodotte possono avvisare le diverse parti della pianta e le piante vicine della presenza di insetti aggressori e consentire di rispondere all attacco producendo sostanze dannose. Hanno anche sistemi sensitivo/motori complessi come quelli presenti in una pianta della famiglia delle mimose che ritrae le foglie se viene toccata , ma solo se lo stimolo è  in qualche modo "percepito" come potenzialmente pericoloso, le piante carnivore nel catturare gli insetti per nutrirsene . La capacità delle radici di rilevare il gradiente di concentrazione di sostanze nutritive o tossiche e le vibrazioni sonore del terreno e la capacità di emettere suoni esse stesse  (tipo dei click) segnali tramite i quali sono in grado di mutare la direzione della loro crescita in modo vantaggioso. Quanto appena riportato sommariamente è solo una piccola parte delle straordinarie capacità delle piante che sono necessariamente andato a studiare. Viene da chiedersi fino a che punto queste funzioni possano essere totalmente inconsce. Ad ogni modo credo che debbano a buon ragione farci riflettere senza pregiudizi antropocentrici sul senso della vita e delle sue propietà fondamentali, che possono sfuggire ad un analisi riduzionistica limitata allo studio di singoli meccanismi isolati; ne consegue la necessità di riconsiderare il posto dell intelligenza , dell inconscio e della coscienza nel mondo.
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Noli foras ire , in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas.

iano

Citazione di: Alexander il 05 Aprile 2026, 20:00:15 PMSchopenauer sosteneva che l'uomo è un animale metafisico perché è l'unico che si stupisce della propria esistenza e si interroga sul senso delle cose, della storia, delle proprie vicende. Diciamo che è ragionevole dubitare che le altre forme viventi che conosciamo si interroghino su se stesse. Trovo questa una differenza qualitativa fondamentale.
Però a passare dal ragionevole dubbio alla differenza qualitativa fondamentale c'è un bel salto, tenendo conto anche della ragionevolezza del contrario, perchè non sembra infatti meno ragionevole pensare che la differenza sia quantitativa.
Quello che è certo è che su questa differenza qualitativa abbiamo fondato la nostra etica, e che avremmo una enorme difficoltà nel rifondarla su presupposti diversi.
Tendenzialmente abbiamo dato, e ancora diamo alla coscienza un valore speciale sul quale fondare la nostra specificità, e se da questa quindi discende il chiedersi il senso della vita, la domanda diventa fondamentale, quando potrebbe essere l'effetto indesiderabile dell'uso di uno strumento, la coscienza, che in quanto tale presenta i suoi pro e i suoi contro .

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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

Alexander

Mi sembra che soffriamo piuttosto di un difetto di coscienza/consapevolezza piuttosto che di un eccesso. La sofferenza che causiamo a noi stessi e agli altri esseri viventi ti sembra dovuta ad un eccesso di coscienza forse? Il bimbo che si diverte a torturare gli animaletti, finché non introietta alcuni principi etici o non raggiunge un maggior livello di coscienza, certamente non soffre di un eccesso di questa, per esempio. L'etica è anche il risultato di un processo storico non direttamente a volte legato alla coscienza. Possiamo senz'altro ritenere che siano esistiti nell'antichità persone con un livello di coscienza ben maggiore di molti (ahimè) nostri contemporanei, pur vivendo sotto etiche sociali e leggi diverse. Abbiamo molta letteratura al riguardo (anche se mi sembra di aver capito che non l'apprezzi molto  🤔)
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Koba

#186
Citazione di: Alexander il 05 Aprile 2026, 20:00:15 PMSchopenhauer sosteneva che l'uomo è un animale metafisico perché è l'unico che si stupisce della propria esistenza e si interroga sul senso delle cose, della storia, delle proprie vicende.

È interessante dal punto di vista filosofico chiedersi – così come è stato fatto da Nietzsche in poi – se l'uomo sia spinto a interrogarsi sul senso della vita per il solo effetto di avere una coscienza o se invece la domanda abbia un'origine culturale.
Da una parte un approccio che vede homo sapiens condannato per la sua natura a grandi domande che ormai, non potendo più essere soddisfatte dalle fedi religiose, lo lasciano annichilito. Dall'altra un approccio che prevede, dopo un assestamento culturale di un paio di secoli, il superamento dell'ossessione della ricerca di un fine.
A queste due alternative se ne può accostare una terza: la vita organica, quindi anche quella di homo sapiens, è in realtà molto semplice. Le sue forme sono infinitamente complesse, ma la direzione è semplice e intuitiva: ordine contro disordine. Una lotta contro il disordine per la realizzazione di strutture ordinate. Tutto qua.
Da questo punto di vista il nichilismo è semplicemente la constatazione che l'enorme energia impiegata per edificare l'ordine lì davanti ai nostri occhi è semplicemente uno spreco, qualcosa di inutile.
Tutte le civiltà sono state fondate sul lavoro degli schiavi. Il lavoratore di oggi è molto simile allo schiavo. E tra una serie tv idiota e una bottiglia di vino, prima o poi finisce per chiedersi: che senso ha tutto questo immenso sforzo, questa immensa quantità di energia usata... per cosa?
Gli stessi effetti si possono riprodurre quando l'interrogativo è rivolto all'ordine individuale, cioè alla struttura che si è cercato di dare alla propria vita. E quando si vede solo confusione, opportunità perse, stanchezza, rabbia distruttiva anziché complessità, allora l'esito è lo stesso: ci si chiede "ma ne è valsa la pena? Perché quello che vedo sembra essere realmente solo una specie di pura sopravvivenza... non vedo ordine, cioè bellezza e conoscenza...".
Certo molti si "salvano" facendo dei figli, che in quanto organismi viventi sono le forme di complessità per eccellenza... anche se a vederli ipnotizzati dai propri telefoni alle fermate dell'autobus non si direbbe...
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Il_Dubbio

#187
Citazione di: Koba il Oggi alle 09:10:16 AMÈ interessante dal punto di vista filosofico chiedersi – così come è stato fatto da Nietzsche in poi – se l'uomo sia spinto a interrogarsi sul senso della vita per il solo effetto di avere una coscienza o se invece la domanda abbia un'origine culturale.


Senza l'autocoscienza di se e di tutto ciò che esiste ottorno, la cultura non avrebbe avuto modo di progredire.
La cultura non avrebbe avuto modo di essere tale, come il mare non potrebbe essere tale senza l'acqua che la contiene.

Per cultura si intendono tutte le attività umane perdurate nei millenni fino ad oggi.
Anche quando le scoperte, ad esempio la penicillina, siano state casuali, non avrebbero avuto modo di entrare nella nostra storia culturale se fosse mancata l'autocoscienza.
Prendiamo ad esempio il pesce che si trova suo malgrado a vivere fuori dall'acqua. Casualmente un esemplare avrebbe potuto sopravvivere se casualmente la natura gli avesse dotato di un sistema di respirazione alternativo alle branchie.
In quel caso il pesce sopravvive in un mondo diverso dal solito perchè la natura gli ha dato una possibile alternativa.
Non gli serve prendere coscienza che esista un modo e un mondo dove vivere in alternata a quello passato.
Chi ha scoperto la penicillina invece, nonostante si possa annoverare tra le scoperte casuali, non avrebbe potuto comprendere che ciò che casualmente stava osservando sarebbe stato utile per il suo lavoro da ricercatore.
Sarebbe stato come se il pesce si fosse reso conto di avere la possibilità di vivere fuori dall'acqua perchè dotato di strutture adatte per sopravvivere fuori dall'acqua.
Io pesce, noto che... non possibile
io ricercatore noto che... possibile

 

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Il_Dubbio

Citazione di: Koba il Oggi alle 09:10:16 AM"ma ne è valsa la pena? Perché quello che vedo sembra essere realmente solo una specie di pura sopravvivenza... non vedo ordine, cioè bellezza e conoscenza...".

questa sembra essere una domanda esistenziale. 

Non so se sia stata la natura, sempre casualmente, a dotarci di auto-coscienza. 
Qui per natura si intende lo sviluppo complesso degli esseri viventi in un mondo (la Terra) dotata dei mezzi per contenerla. 
Se non è stata pura sopravvivenza a far si che l'autocoscienza avesse un ruolo nella natura, lo è stata la cultura che sopra di essa ha basato la propria longevità, o per lo meno qualitativamente in vita vissuta (in prima persona). Certo casualmente può nascere un pazzo in grado di distruggere, proprio con tutta quella conoscenza e consapevolezza accomulata, la Terra e i suoi abitanti in pochi istanti. 
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Koba

#189
[Per chiarire meglio i principi di questo approccio naturalistico al problema del senso]

Prendiamo natura e cultura non come ambiti separati, ma come livelli diversi di uno stesso processo. La vita, nelle sue forme più semplici come in quelle più complesse, appare così muoversi secondo una direzione elementare: la costruzione e il mantenimento di ordine contro il disordine. Non si tratta di un fine nel senso classico, ma di una tendenza strutturale, che attraversa la materia vivente e, con l'uomo, diventa anche consapevole di sé.
A livello biologico questo ordine è organizzazione della materia vivente: strutture che si formano, si mantengono, resistono al decadimento. A livello umano lo stesso principio si manifesta in forme diverse e più complesse: diventa conoscenza, cioè costruzione di schemi che riducono il caos dell'esperienza, e diventa bellezza, cioè percezione sensibile di un ordine riuscito, sufficientemente complesso da non essere banale ma abbastanza strutturato da non risultare incomprensibile.
In questo senso, conoscenza e bellezza non sono ambiti separati o valori misteriosi, ma espressioni di uno stesso movimento: la produzione di forme ordinate a un livello più alto di complessità e riflessività. La cultura non interrompe la natura, ma la prolunga.
Se si assume questo punto di vista, anche il problema del senso cambia forma. Non c'è un significato ultimo da scoprire al di là del processo stesso. Ciò che chiamiamo "senso" emerge quando l'ordine si realizza in modo percepibile: quando la vita individuale, il lavoro, le relazioni, assumono una forma che può essere riconosciuta come coerente, strutturata, capace di integrare complessità senza dissolversi nel disordine.
Il nichilismo, allora, non è semplicemente una crisi filosofica, ma una certa esperienza: la percezione che questo processo di costruzione dell'ordine fallisca. Quando l'enorme quantità di energia impiegata — biologica, psichica, sociale — non si traduce in forme riconoscibili come riuscite, ma appare come dispersione, ripetizione, consumo senza forma, allora emerge la domanda: a cosa serve tutto questo? Non perché manchi un fine trascendente, ma perché l'ordine non si manifesta.
Questo vale anche sul piano individuale. La vita di una persona può essere intesa come un tentativo di dare forma — uno stile — alla propria esistenza. Quando questa forma si costruisce, anche in modo parziale o imperfetto, può essere percepita come ordine: una certa coerenza tra azioni, desideri, pensieri; una capacità di trasformare l'esperienza in qualcosa che non sia puro accumulo caotico. Quando invece prevalgono frammentazione, inerzia, opportunità disperse, reazioni impulsive, allora ciò che appare non è complessità ma disordine, e la vita tende a essere vissuta come semplice sopravvivenza.
Da qui la sensazione, sempre ricorrente, che l'enorme sforzo richiesto — nel lavoro, nella costruzione di sé, nella partecipazione alla vita sociale — possa essere, in fondo, inutile. Non perché lo sia in senso assoluto, ma perché non riesce a produrre forme percepibili come ordinate, cioè come conoscenza, bellezza, coerenza.
In questa prospettiva, il superamento del nichilismo non passa attraverso la scoperta di un fine ultimo, ma attraverso la possibilità — sempre locale, sempre fragile — di produrre e riconoscere ordine: nella conoscenza, nelle forme culturali, e soprattutto nella configurazione concreta della propria vita. Non come soluzione definitiva, ma come manifestazione riuscita, per quanto temporanea, di quella stessa tendenza che attraversa ogni livello del vivente.

[Vi sarete certamente accorti che il brano è stato scritto da una IA. Ho apportato solo qualche piccola correzione. E' impressionante notare che questa sintesi, chiara in modo esemplare, è stata prodotta a partire da una discussione, non particolarmente lunga, in cui analizzavo la consistenza delle idee presenti nel mio post precedente. Alla fine, alla richiesta di una sintesi che contenesse un po' tutto il ragionamento (che ovviamente rimane mio - sono io a doverne rispondere di fronte a eventuali obiezioni), e che fosse il più possibile comprensibile, ecco il risultato in pochi secondi... Notevole. Tuttavia mi viene il dubbio che continuando così la capacità generale di scrivere, già compromessa nel secolo scorso dalla fine dei rapporti epistolari, non farà che ridursi sempre di più... ]
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Il_Dubbio

Citazione di: Koba il Oggi alle 11:29:33 AM[Vi sarete certamente accorti che il brano è stato scritto da una IA. ... ]

per fortuna lo hai scritto anche solo alla fine, altrimenti avrei dovuto rileggerlo, perchè mentre leggevo mi chiedevo cosa stessi dicendo, o cosa volessi dire. Mi hai fatto perdere meno tempo, mi avresti risparmiato qualcosa di piu se l'avessi detto all'inizio.
p.s. forse alcuni scrivono con la IA senza dirlo. La mia pazienza in effetti ha un limite.  O:-)
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Koba

Citazione di: Il_Dubbio il Oggi alle 11:49:14 AMper fortuna lo hai scritto anche solo alla fine, altrimenti avrei dovuto rileggerlo, perchè mentre leggevo mi chiedevo cosa stessi dicendo, o cosa volessi dire. Mi hai fatto perdere meno tempo, mi avresti risparmiato qualcosa di piu se l'avessi detto all'inizio.
p.s. forse alcuni scrivono con la IA senza dirlo. La mia pazienza in effetti ha un limite.  O:-)
In realtà mi sono fatto aiutare dalla IA per scrivere un testo che fosse comprensibile anche per persone come te che non hanno la minima conoscenza della storia del pensiero filosofico, nemmeno quell'abbozzo che viene appreso a scuola anche attraverso le materie letterarie.
Ma vedo che non c'è niente da fare: non capisci.
Se non vuoi perdere tempo la cosa migliore che puoi fare è evitare di scrivere le banalità disarmanti dei tuoi ultimi post e metterti seriamente sui libri.

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Il_Dubbio

Citazione di: Koba il Oggi alle 11:57:53 AMIn realtà mi sono fatto aiutare dalla IA per scrivere un testo che fosse comprensibile anche per persone come te che non hanno la minima conoscenza della storia del pensiero filosofico, nemmeno quell'abbozzo che viene appreso a scuola anche attraverso le materie letterarie.
Ma vedo che non c'è niente da fare: non capisci.
Se non vuoi perdere tempo la cosa migliore che puoi fare è evitare di scrivere le banalità disarmanti dei tuoi ultimi post e metterti seriamente sui libri.



non capisco. Va bene, ma avresti fatto meglio a scrivere inizialmente che non eri tu a scrivere ma un automa, che evidentemente non capisce nulla, che evidentemente è tuo pari.

Impara l'educazione, prima di leggerti un libro che non ti servirà a nulla.
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Il_Dubbio

Qualcuno poi, se ci riesce, mi dovrà spiegare che c'entra la storia della filosofia con l'autocoscienza. Come ho scritto inizialmente quando ho aperto questo tema, introducendo il concetto di qualia.

Elencate, se volete, i filosofi che si sono espressi sui qualia, scrivete ( a vostre parole) quello che hanno detto e poi ditemi cosa ne pensate. 

Perchè qui offendere le persone è molto facile. Poi al sodo delle questioni si tirano tutti indietro.
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PhyroSphera

#194
Dopo aver lasciato cadere i miei interventi a vuoto, la discussione procede attorno al concetto dell'homo sapiens e quindi secondo il cànone evoluzionista. L'elemento è in questo cànone la discriminante, ciò che ci caratterizza come uomini? In verità non è così (a parte che l'umanità attuale è in esso definita "sapiens sapiens"), ma, pur cercando con accuratezza, non si trova nell'evoluzionismo alcuna caratterizzazione dell'umano.
Cosa è la nostra coscienza? E' autocoscienza, ma pur sempre coscienza, ed umana; ed in quanto coscienza allora contiene l'umanità stessa in sé. Inutile allora procedere a una riflessione su questa coscienza (l'unica che abbiamo) mediante basi biologiche (come si sta facendo dopo il rifiuto dei miei interventi); bisogna far riferimento, se si vuol restare nel sentiero tracciato dal pensiero scientifico, all'antropologia. La scienza antropologica è un enigma irrisolvibile per l'evoluzionista, che non è lo scienziato della Teoria dell'Evoluzione ma un suo imitatore, inventore di surrogati - ormai al capolinea dato che le analisi biologiche presentano la realtà biologica umana quale indice delle forme viventi animali e con queste anche delle forme vitali vegetali. Ciò non è ritratto dell'umanità, si badi, ma osservazione perspicua.

Qualcuno discutendo qui ha pensato - non è escamotage nuovo - alle basi neurologiche, e ammettendo di loro insufficienza si è relegato in una caratterizzazione debole dell'umanità. Siamo umani solo per cultura? Evidentemente no. Bambini del tutto privi di cultura, rapiti dopo la nascita da animali e vissuti con loro quindi restituiti alla società umana, sono stati ovviamente umani anche loro; certo stando con gli animali avrebbero provveduto, con un po' di tempo in più, a farsi un po' di cultura da soli - difatti altre restituzioni dopo stessi rapimenti presentavano anche questo caso - ma nel frattempo erano umani e assolutamente privi di cultura. L'etologo potrebbe ipotizzare che il rapimento fosse un'azione densa di umorismo, da parte dei rapitori? Proprio a tanto non arriverebbe, certo però che vi fu il suo parere sulle bestie protagoniste dei fatti (accaduti in Africa), alcune scimmie: comportamento animale tendente a manifestare nonostante tutto la differenza uomo/bestia. Con studiose, rigorosamente evoluzioniste, di scimmie (in particolare di gorilla), donne in certi momenti assai sognatrici anzi fomentatrici di incubi di sessualità comuni tra primati umani e non umani (una, studiosa celebre, fu uccisa proprio da un gorilla, in un momento di non sopportazione), soprattutto con tanti altri messisi nella stessa condizione (per nulla audace) è logico aspettarsi una reazione dal consorzio animale. I rapimenti erano attuati da scimmie e gli ex rapiti, studiati a fondo dal consorzio pseudo(!)scientifico, 'stranamente non presentavano psicologia arcaica; alcuni solo segni sulle ginocchia', dovuti alla necessità forzata di porsi in posizioni somiglianti a quelle delle scimmie. Detto consorzio umano cercò di capire con tremende lungaggini falsamente intellettuali se i calli fossero segno di 'regressione nella scala evolutiva', smentiti dai colleghi fisiologi realmente tali. Nella protesta delle scimmie, i segni dovevano essere un rimprovero, un invito a non pensare inesistente comunanza - ma di solito abbonda da questi animali comportamento opposto, il raggiro a farci sembrare uguali ad essi, e questo alcuni etologi lo avevano già scoperto. A scandalizzare del tutto la comunità pseudo(!)scientifica, fu il ritrovamento di bambini portati via dopo la nascita ma vissuti con delle belve (leoni, leopardi...), i quali non avevano segni di violenze sul corpo né provavano immenso tedio dalla perdurante compagnia animale, come invece era capitato per quegli altri. Dunque detta comunità con un certo scalpore ipotizzò se vi fosse qualcosa di sbagliato nella teoria evoluzionista... e il tutto restò così - in francese si potrebbe usare il vocabolo inconnu per poter descrivere l'emozione degli pseudo(!)scienziati impegnati nella "ricerca", poi denunciati per comportamenti disumani verso i loro "pazienti", in specie verso quelli restati tanto tempo con le belve.
Dunque a fronte dello stesso inconnu si percepisce il destino di questa discussione dopo l'aver tentato di ignorare i miei interventi.

Dico:

1) Vi è necessario ritornare al pensiero cartesiano propriamente detto, senza uscir fuori dalla psicologia occidentale dietro la psicanalisi (ho scritto senza la 'o' deliberatamente perché non si tratta di vera e propria psicoanalisi) di S. Freud, che dopo essersi imbattuto nell'inconscio durante la redazione dei suoi resoconti scientifici (di approccio neurologico ma adatti alle valutazioni indipendenti degli psicologi) non aveva saputo rapportarsene, sia culturalmente che professionalmente.
Del pensiero di Cartesio ho offerto compendio, in cui si mostra che propriamente non c'è meccanicismo, nessuna vera descrizione di presunti uomini-macchina. Perché Cartesio? Perché se proprio si vuole ritrovare la nostra coscienza di esseri tra esseri, coscienza cosmica cioè, bisogna andare al fondo della fisica, non della biologia. Certo ho mostrato che l'identità del nostro corpo è fisiologica, non fisica, ed anche Cartesio era in realtà di questo avviso; ma v'è una comunanza generica fisica; assolutamente non biologica perché il nostro essere è differente e l'etica di una vita più assieme con gli altri esseri dipende da eccessiva separazione, non è un modo per fare un ritratto della nostra coscienza.

2) Il nostro essere è differente, abbiamo bisogno di mantenere nostra esclusività nel socializzare con gli altri viventi e vite; altrimenti l'indistinzione ci può far perfino morire - anche nel non cogliere tutta la distinzione tra l'odore di un virus diffuso in un ambiente e l'odore del nostro corpo si può entrare in circostanze da presto mortali! Perciò la filosofia dice di 'categoria della singolarità'. All'obiezione che così si sarebbe solitari e incapaci di convivenza universale, resta la risposta: obiettivamente questo non accade. Il perché della risposta mostra la perspicuità delle dottrine religiose che affermano sorta di parentela del nostro essere relativo con l'essere assoluto dedotto dalle meditazioni filosofiche e direttamente pensato dai detentori della fede in esso, chiamato dai credenti Dio. Se curiosamente si cerca ma si rifiuta questo esito del pensiero, si cade nel falso dogma, un rifiuto pregiudiziale e convenzionale secondo falsi giudizi e false convenzioni. Cioè: non è chi fa questo discorso a rifugiarsi in affermazioni difensive immotivate e aprioristiche! In psicologia v'è il dato scientifico del numinoso, a fronte del quale le elucubrazioni di S. Freud sulla illusorietà del fenomeno religioso si palesano per tali, elucubrazioni (vi fu da parte sua tarda ma debole e incompleta ammissione).

3) Chi rifiuta la via così segnata, o entra in tragico conflitto intellettuale, anche con sé stesso, o cerca di riformulare il tutto antagonisticamente, rifiutando l'identità occidentale e poi le identità presenti nell'Occidente - tra cui quella europea, italiana.
Dunque io noto questo rifiuto in atto in certe descrizioni della natura, del mondo, in cui si prova a definire la materia cosmica secondo modalità di pensiero orientali. Si trova nella discussione rifiuto del panpsichismo, in nome della inesistenza di un tutto dotato di coscienza; ma il panpsichismo, inteso quale descrizione cosmica, non dice di una 'panpsiche', né "psiche" è termine usato per indicare solo la coscienza. Inteso quale nozione culturale dipendente dalla terminologia greca usata, "panpsichismo" è per il pensiero occidentale termine irrinunciabile e scientificamente sta ad indicare che il fenomeno psichico è diffuso ovunque, anche negli ambienti, che hanno tutti contenuto psicoide. C. G. Jung notava che la psiche esiste a vari livelli, umano, semplicemente animale (bestiale), vegetale, minerale, notando che il carbonio rappresenta ciò che di comune v'è tra vita e non-vita. La psiche, quale "archetipo della vita", indica qualcosa di non separato dal non-psichico, quindi i semplici ambienti in cui viviamo sono dicibili 'a contenuto psicoide'. Nella mentalità popolare al panpsichismo, nozione dell'alta cultura, corrisponde l'animismo. Per quanto lo si rifiuti bollandolo come assurdità, esso va inteso nel proprio contesto ingenuo secondo il bisogno di parole semplici e immediate. Nell'animismo anima significa soltanto ciò che non è esteriore, che è nascosto nelle cose e ne costituisce l'essere. Non si può prescindere dall'accogliere questo linguaggio, anche perché l'umanità viene da un passato semplice e oltretutto ciascuno di noi è stato bambino; ed è nelle fasi semplici della vita che si costruiscono gli strumenti fondamentali per vivere, i quali restano alla base della nostra mentalità (Piaget). Che cosa si nota? Che il rifiuto del panpsichismo e più ancora dell'animismo è insincero e nasconde volontà (nichilista!) di non-pensiero o desiderio di abolire la cultura dell'Occidente a favore di un'altra. In particolare noto che la tendenza della discussione dopo essersi resa orfana del mio contributo è quella di imitare il senso orientale della natura, verso un altro panpsichismo e animismo, che cinesi o indiani esprimono con loro parole, e che intellettualodi in Occidente ribelli allo stesso Occidente dicono solo con giri di parole inevitabilmente capziosi. Certo, incombe in tanti ribelli proprio l'indistinzione: uomo / altro dall'uomo, il che è condizione peggiore... Ma resta che il rifiuto dell'Occidente, rifiuto spacciato per critica e riforma è solo quello che è: rifiuto.

L'ateo intollerante, perdurando nella tesi falsa che lui ha visione, del mondo e della scienza, più obiettiva, quindi utilizzo più libero della filosofia, si rifugerà davanti al mio discorso nel completo rifiuto della nozione di psiche, lamentando che essa è compromessa col mito... Ma, è dimostrato scientificamente, la nostra razionalità, anche quella scientifica, non solo collettivamente ma pure individualmente, emerge dalla dimensione mitica senza potersene mai separare. Allora è inutile fare i furbi - e sognare il neurologo Freud che dietro al ritratto di Darwin indica con modi da filosofo illuminista una strada diversa... La psicologia scientifica ha dimostrato che nella nostra mente esistono dei mitologemi necessari allo stesso pensiero razionale - necessari anche al pensiero dell'Assoluto, del totalmente Altro, tutti i credi monoteisti contengono un po' di linguaggio mitico (nel Cristianesimo la dottrina della Trinità). Dunque psiche è mito ma pure altro dal mito; ed il neurologo non fa eccezione, la sua mentalità partecipa della dimensione mitica. Alcuni detrattori si rifugiano nella teologia interpretandola al rovescio: dato che Dio in quanto tale si manifesta nella nostra mente quale psiche ma questa Gli è solo modo, modalità, essi ne vorrebbero dedurre che la psicologia è per intero una sciocchezza. Ma perché questa volontà di negazione? O in momenti di desideri letali - l'uomo è essere psicologico - o per volontà di distruggere la cultura psicologica occidentale, sostituendo psicologia quale termine culturale greco ed occidentale con un altro - assai frequente che i detrattori si volgano all'animismo africano per provare la loro folle e disgraziata sostituzione (per farlo, introducono nei programmi universitari le menzioni delle vivisezioni, come se non fosse criminologia).

Con ciò si comincia a capire che esiste anche un rifiuto a suo modo religioso ma intollerante o pseudoreligioso dell'Occidente. Quando si irridono gli studi di psicologia della religione, quando si cerca furiosamente di sostituire il termine metafisico di Sostanza con un altro metafisicista e improprio di Materia - G. Bruno diceva solo dialogicamente non dialetticamente di materia materiante! - dietro incombe la volontà di colonizzare religiosamente e misticamente i luoghi dell'Occidente, non riconosciuti per tali. Così si spiega il tentativo di restare del tutto indifferenti ai discorsi sulla singolarità e il rapporto assoluto con l'Assoluto (Kierkegaard) e alla scoperta scientifica psicologica del numinoso (C. G. Jung). I detrattori cercano anche di compiere la nostra etica intromettendovi un diverso piano etico, cercando di portare a rovina l'etica necessaria al mondo occidentale - ed europeo, italiano - con continui obiettare, ossessivi anzi sistematici e spietati. La loro spietatezza - proprio quella di alcuni utenti qui su questo forum - è cancellante, distruttiva non critica, è violenza culturale e si alimenta di ignoranze e frantendimenti anche storici: la stupidissima favoletta del 'borghese cattivo responsabile della povertà nel mondo', scordandosi che esistono anche borghesi poveri o proletari e che la laboriosità borghese ha tanto insegnato; quella de 'l'europeo che trovava solo benevolenza nei suoi viaggi coi velieri e reagiva sempre con prepotenza e invadenza fuori posto', invece da tanta umanità questi viaggi europei erano fortemente desiderati, accolti per salvifici perché erano veramente necessari all'umanità; quell'altra de 'l'occidentale che vuol imporre i propri sistemi di vita altrove', ma le imposizioni pianificate in Occidente - non dall'Occidente, perché nei luoghi ci possono essere anche soggetti estranei - non dettano regole, norme, léggi occidentali!

Alla fine, queste perorazioni possono incontrare uno stolido "ma tu?", come se un uomo giudicato antipatico che dica 'fuori ci sono fulmini e tuoni' fosse dimostrazione di cielo sereno e tranquillo.


P.S.
Fuori mentre scrivevo e mentre sto scrivendo è stato, ed è, non pieno ma denso di suoni, rumori, rumorosità e sonorità, voci e vocii, versi e versificazioni dispettosi, in perfetto stile africano o di vari meridioni del mondo, ed è stato difficile portare a termine la piccola impresa - anche applicare le minime revisioni al testo è stato difficile - impresa occidentale, europea, italiana... anche se queste identità non sono tutto, non sono separate dal resto.



MAURO PASTORE
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