Secondo taccuino sulla tragedia delfica

Aperto da Jacopus, 09 Maggio 2026, 16:00:32 PM

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Jacopus

Riprendo il tema dopo la chiusura del post analogo, provando a recuperare gli interventi più significativi.

Il primo era questo:

CitazioneHo scelto questo titolo perché la tragedia delfica (e soprattutto l'Edipo Re) comporta tante e tali riflessioni da non poter essere facilmente sistematizzate in un titolo definitivo. Sono tragedie che continuano a parlarci e a mandarci segnali contrastanti.

Quando si parla di tragedia, l'alternativa scolastica è la commedia. Nella prima non c'è happy ending, mentre nella seconda si arriva sempre ad una "soluzione finale".

Ma il messaggio reale di quel "no happy ending", qual'è? In Antigone assistiamo al contrasto fra legge scritta (Nomos) e legge della tradizione (Agrapta nomima). La tragedia consiste, dalla parte del lettore, nel non sapere quale delle due leggi debba prevalere per valore morale o semplicemente organizzativo o sociale. L'esito di quel non ricongiungimento è la violenza, violenza pubblica e privata che si sovrappongono.

In Edipo vi è il conflitto fra la legge oracolare di Delfi e il desiderio di una legge individuale, che permetta la propria individuazione. Ed anche in questo caso, l'esito è la violenza.

Ma occorre anche segnalare una differenza. In Antigone la vicenda è in divenire ed ogni scelta dei personaggi potrebbe modificare la storia. Si tratterebbe semplicemente di scendere a compromesso. La tragedia in questo senso è ex/post.

In Edipo, la tragedia è ex-ante. È già stata scritta al crocevia per Tebe, dove, prima della tragedia, Edipo uccide suo padre e di seguito risolve l'enigma della Sfinge.

Ed allora bisogna domandarsi dove si situa l'anello iniziale del "miasma". A me pare che tutto possa derivare dal "prendere alla lettera", prendere alla lettera l'oracolo delfico, sin dall'inizio, fa scattare la tragedia. Se Laio non avesse preso alla lettera l'oracolo iniziale, non avrebbe abbandonato suo figlio sul monte Citerone e se Edipo non avesse preso alla lettera lo stesso oracolo, non si sarebbe allontanato da Corinto. Non ci sarebbe stata tragedia, ma qui interessa proprio questo. Come evitarla? L'evitamento sta appunto nel comprendere gli oracoli come metafore. Sarebbe bastato pensare che ogni ragazzo per diventare uomo deve uccidere suo padre e amare sessualmente sua madre, ma pensarlo simbolicamente.
E qui subentra un altro tema che potrei sviluppare in questi traballanti taccuini, ovvero la distinzione fra sym-ballein e dya-ballein, nella tragedia delfica. Si vedrà.
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Homo sum, Humani nihil a me alienum puto.

Jacopus

Lou replicava:
Citazione"L'attualità di quella tragedia, secondo questa mia visione, non sta tanto nel tentativo di cristianizzarla, ma in un processo più profondo, che è uno dei miei daimones. Ovvero la lotta dialettica fra una visione del mondo "scissa", perché c'è sempre un gioco non a somma zero, un vincitore e un vinto e una visione del mondo integrata, che sfocia nella tragedia, proprio perché il pensiero "scisso" è più potente. Ed è proprio così, visto che la sua potenza è la "technè".
Rinunciare alla technè significa rinunciare al pensiero scisso, e ritrovare l'unità del symballein [...]"

Appunto una mia nota sui taccuini.

Tragicamente, non si può ritrovare una unità che non c'è mai stata. Il simbolo non ricompone ciò che era separato, ma espone insieme ciò che non è mai stato uno. Non si tratterebbe pertanto di ritrovare, quanto riuscire ad abitare, permanere dentro tensioni che non si lasciano ridurre a una sola lettura. 
La pluralità messa in scena nella tragedia, non è risolvibile in unità, detto in chiave moderna.
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Homo sum, Humani nihil a me alienum puto.

Jacopus

Adalberto si esibiva in un intervento piuttosto raffinato, dopo di che lascio la parola a chi vorrà prenderla:

CitazioneMolto interssante, Jacopus,  perché evidenzi arcaici e antichi momenti di trasformazione dell'essere coscienti, che tutt'oggi riecheggiano in noi, ora: in altre forme e altri contesti storici. 
Hai ragione: siamo plurali nella nostra identità personale, che per questo è ricca, pur pagando il prezzo del conflitto, che risulta  produttivo solo se ininterrotto.
Ai tempi di Delfi suppongo che non si potesse far altro che prendere alla lettera i responsi, giacchè il simbolo era concepito come realtà, attraverso .. la magia del linguaggio: si può dire  così, stiracchiando un po' Cassirer?
il passaggio dal mythos al logos non è lineare, ma  - solo per noi umani più recenti -  è un biglietto di andata e ritorno.

Nello specifico posso solo contribuire a tratteggiare qualche  contorno storico (e tragico ) di questa transizione che fu anche materiale e non solo spirituale.
Da quest'ultimo punto di vista il rito sacro (in cui la voce collettiva del coro invoca la divinità che viene vissuta e impersonata dai partecipanti ) si evolve in narrazione mitica per rappresentare la divinità  con altre modalità concettuali: prima con la tragedia delfica (ancora legata al sangue e al destino, alla pari dei personaggi dell'Iliade) e poi in tragedia greca classica.
Ho l'impressione che questi passaggi culturali  siano il risvolto di transizioni tecnologiche, commerciali e politiche, come conseguenza del passaggio dal bronzo al ferro: una salto, uno scontro di mondi, di commerci e di culture. Quindi anche di immaginari, che risentono dei conflitti e delle sconfitte sottostanti. 
Sul versante mitico religioso è la sconfitta delle divinità ctonie e della vittoria di quelle celesti e olimpiche, che  da un lato cooptano e personalizzano figure mitiche importate e dall'altro trasformano i culti arcaici della dea madre in divinità femminili più articolate e subordinate.
Quello politico che dalla scomparsa del wanax  miceneo (e poi anax come Agamennone) porta alla creazione di nuove forme di potere locale durante il crollo nel medio evo ellenico, quando appunto il  basileus e il tyrannos portano allo sviluppo di nuove forme di diritto nelle polis, anche loro una forma "importata" di aggregazione sociale nell'Egeo. Non è un caso che la prima polis europea fu Poliochni a Limnos , un'isola nei pressi dello stretto che congiunge Mar Nero e Mediterraneo 
Non è nemmeno un caso che nella medesima isola cadde Efesto, il dio della metallurgia che proprio lì divenne storpio o deforme, come accadeva proprio ai primi metallurgici che si ammalavano trattando il primo bronzo, quello arsenicale, che non prevedeva la presenza dello stagno, che ai tempi era una rarità. Il commercio di ques'ultimo minerale necessario per un bronzo meno tossico e più resistente creò forse il primo  commercio globalizzato della storia con rete commerciale e di relazioni (che ora diremmo) internazionali che toccva la Cornovaglia, come territorio esportatore.
Ecco che l'avvento del più comune  ferro fece crollare un'economia millenaria e dalla rottura di un equilibrio geopolitoco si passa presto alla violenza e alla tragedia.

Da quel caos si sviluppò, complice anche la scrittura come sottoprodotto di un n uovo equilibrio delle relazioni internazionali,  una evoluzione del sentirsi coscienti, che contribuì a modellare la visione del  nostro mondo occidentale, Noncerto un processo lineare, ma un intreccio di processi cognitivi: pensiero analogico, simbolico, magico, mitico, analtico e razionale. Se quello analogico è primordiale lo sviluppo avvenne per salti e strappi, per innesti culturali e di potere.
Sono funzioni prelogiche e logiche che ci troviamo a costruirci dentro anche nella nostra personale evoluzione, suppongo. Si trasformano in contraddizioni che segnano tutta una vita, contrapponendoci per esempio una nostra  identità costruita su diritto e morale ideale e quella -sempre personale- legata all'organizzazione sociale, economica o politica a cui apparteniamo o voremmo farlo 
Sentire la tensione fra queste due identità è lacerante, in tempi ancora relativamente pacifici per quanto riguarda il nostro piccolo orticello. 
Ma ora rischia di sfociare in tragedia anche lì.
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Homo sum, Humani nihil a me alienum puto.

Adalberto

Troppo buono Jacopus, temevo di essermi allargato troppo sbrodolando fuori tema, tentando di allineare temporalmente le diverse forme di pensiero con le situazioni critiche che le hanno accompagnate, formate, forse partorite, non so. 
Mi incuriosiscono  le origini di quei pensieri/concezioni che poi migrano per secoli di qua e di là, stratificandosi per generazion, per poi trovarcele noi addosso, tutte intrecciate.  Poi ci tocca, nel corso della nostra esistenza, tentare di sbrogliarne la matassa, in quanto quelle sedimentazioni riecheggiano continuamente nelle diverse componenti evolutive del nostro cervello e della nostra carne, fino a costruire un sistema di coscienza, che alla fine riconosco plurima, mutevole e instabile nella sua continua ricerca di equilibri dinamici. Vederci poi delle analogie - vero o presunte - nell'evoluzione delle età personali o storiche è gioco curioso.Così sento il  bisogno di vedere e ricordarmi da dove nascono queste concezioni, per evitare di crederli concetti indipendenti  che possano svolazzarmi via come giochi di parole. verso non so quale cielo.
Mi permetto allora di copiare e incollare qui sotto una parte del tuo testo dell'altro giorno  che poi è anche quello che mi ha spinto a scrivere qualcosa.


Collegandomi a quello che dice Lou, non so se sia per il tipo di scrittura che abbiamo adottato dalle nostre parti,  però quella scissione che noi interpetiamo come frattura, come suddivisione di una moneta in due, come la genesi di concetti opposti che leggiamo nei racconti biblici, altrove viene letta diversamente. Nel pensiero estremo orientale (ma forse non solo) prevale l'interpretazione del procresso di contrapposizione, più che la sua concettualizzazione estremizzata, polarizzata.
Lì, con modalità diverse da qui, è stato valorizzato il  mutamento ininterrotto, la trasformazione e la metamorfosi.
Non che questa concettualizzazione eviti i conflitti, giacchè l taoista Sun Tzu era uno stratega militare. però il non sostare troppo nell'ambiente mentale mediterraneo forse aiuta a disancorarci un po'  dalla nostra  propria individulità personale o culturale. Che comunque accetto come fondativa e, nel caso, provo a difenderla, contraddicendomi.
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Ci son dei giorni smègi e lombidiosi...
ma oggi è un giorno a zìmpani e zirlecchi.
(Fosco Maraini)

Adalberto

ecco cosa avevo trovato stimolante nell'intervento di Jacopus 

....vorrei citare B. Croce secondo il quale ogni riflessione sulla storia (e sulla storia del pensiero) è una riflessione attualizzata rispetto ai problemi dell'attualità e pertanto non esiste una "interpretazione autentica" e "oggettiva", specialmente sulla tragedia delfica, su cui c'è una letteratura sterminata da due millenni.

Il mio è ovviamente un gioco per provare a mettere insieme degli indizi e chiedere "cosa sarebbe accaduto se..." oppure "perché è accaduto, ciò che è accaduto". Ma sono anche consapevole che la tragedia delfica si presta a molteplici interpretazioni, compresa quella del Phyrosphera.

L'attualità di quella tragedia, secondo questa mia visione, non sta tanto nel tentativo di cristianizzarla, ma in un processo più profondo, che è uno dei miei daimones. Ovvero la lotta dialettica fra una visione del mondo "scissa", perché c'è sempre un gioco non a somma zero, un vincitore e un vinto e una visione del mondo integrata, che sfocia nella tragedia, proprio perché il pensiero "scisso" è più potente. Ed è proprio così, visto che la sua potenza è la "technè".
Rinunciare alla technè significa rinunciare al pensiero scisso, e ritrovare l'unità del symballein, grazie all'accettazione stoica dell'unus et multi in me.
Nella filosofia greca esistono almeno due diversi tipi di violenza "l'A-dikema" e "l'Ha-Martema". La prima è quella che stabilisce senza dubbi chi è il colpevole e qual'è la pena : è la posizione di Creonte. In essa convivono il basileus e il tyrannos, ma la consapevolezza di quella doppia presenza viene rimossa. Nell'Ha-martema, avviene il di svelamento di quella doppia presenza ed Edipo pur piagato e cieco sopravvive.
Non vi è il sacrificio completo di Amleto o anche di Antigone. In questo credo che vi sia la differenza fra Edipo e il pensiero cristiano. La salvezza avviene sulla terra, a patto di riconoscere il fatto che l'uomo è doppio, frutto del dya-ballein. È solo riconoscendosi in questa molteplicità riesce a riconnettersi con il tutto (sym-ballein), evitando di scinderlo nuovamente nel duello tipicamente religioso (e nuovamente scisso) fra il mondo fisico e quello metafisico.
Infine sia chiaro che anche il cristianesimo non promuove esclusivamente una visione scissa (ad esempio la visione integrata è presente nel @chi è senza peccato scagli la prima pietra). Si tratta di scovare indizi e tracce di una storia del pensiero che è molto intrecciata e costruita tramite relazioni, furti d'autore e improvvisi scarti.
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(Fosco Maraini)

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