Sistemi di difesa del proprio ego

Aperto da Anello Verde, 18 Maggio 2026, 16:23:03 PM

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Anello Verde

In questo post proponiamo un altro estratto dell'articolo di Giovanni Ponte "Questioni pratiche". (Testo completo disponibile al link: https://ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo).
D'altra parte, spesso la reazione individuale contraria ad intraprendere la via ardua che passa attraverso la "morte iniziatica" si manifesta in modi assai più subdoli di una paura apertamente riconosciuta.
Esistono, a questo riguardo, delle soluzioni di comodo, più o meno raffinate a seconda dei gusti e delle doti mentali degli interessati, che tutte servono ad evitare di dover affrontare e riconoscere la propria situazione effettiva di partenza, e che bastano a dimostrare quanto poco fosse autentica l'aspirazione alla "Liberazione". Un caso tipico di queste soluzioni di comodo è rappresentato da coloro che credono che basti aver preso per buona una dottrina, come ad esempio quella della non dualità (o l'idea che soltanto il "Sé" è reale e che non bisogna attribuirgli falsamente dei limiti), per esimersi da tutto il lavoro di purificazione e di integrazione delle modalità, senza dubbio "illusorie", della propria individualità e della propria situazione, modalità alle quali essi possono così continuare tranquillamente a soggiacere. E questa parodia di "via diretta", che risparmia anche i primi scomodi passi, offre pure il vantaggio e il lustro di potersi appoggiare ad enunciazioni di insegnamenti tradizionali che servono a procurare così una soddisfazione ottenuta a buon mercato, sebbene, in realtà, quelle enunciazioni non si possano affatto riferire legittimamente agli stadi iniziali della via di realizzazione.
Il terreno più adatto per simili cose si può trovare forse in un curioso innesto con la naturale superficialità e faciloneria di certo empirismo anglosassone. È infatti a partire da tale innesto che le applicazioni profanatorie, in particolare del buddismo Zen, ed anche del Vêdânta, hanno incontrato un seguito crescente.
Eppure, a frenare certi troppo facili entusiasmi sarebbe bastato prendere un po' sul serio gli stessi insegnamenti delle vie di realizzazione a cui si pretende di appoggiarsi, anche là dove enunciano le condizioni indispensabili a cui un aspirante ad esse deve corrispondere.
Così, la via della "Discriminazione" del Sé propria del Vêdânta è raccomandata a chi sia già pervenuto allo stato di yogârûdha, e cioè ormai «non provi più nessun attaccamento né per gli oggetti dei sensi, né per le azioni, ed abbia realizzato la rinuncia a qualsiasi desiderio»! Dovrebbe essere evidente che qui non si. tratta affatto di una semplice rinuncia in quanto "repressione" di desideri, e neppure di un'ipocrita pretesa di "distacco" da desideri che si continua ad alimentare, ma della definitiva scomparsa di quei bisogni che rendevano possibile l'attaccamento rappresentato dai desideri stessi. Inoltre, tra le qualificazioni necessarie espressamente enunciate per poter affrontare una simile via, vi è quella di aver già distolto il mentale da ciò che non è la Realtà suprema; vi sono le virtù fondamentali quali vairâgya, che è «la risoluzione a rinunciare a tutte le gioie passeggere, da quelle che può procurare un corpo animato fino a quelle che corrispondono allo stato divino di Brahmâ»; e vi è shama, la "calma dello spirito", la quale, secondo Shrî Shankarâchârya, comporta di assumere il samâdhi, o riassorbimento nell'interiorità, quale «unico mezzo per realizzare l'universo come identico al proprio Sé». Si tratta, insomma, di una via che può riguardare esclusivamente chi abbia raggiunto uno stato che va ben al di là dei vincoli mondani, ivi compresi i legami e gli obblighi familiari  e sociali, legittimi e necessari per il compimento dell'essere umano e per l'integrazione delle sue possibilità negli stadi anteriori di realizzazione, perseguibili nel quadro di altre vie. D'altra parte, è noto che ad esempio i testi tradizionali indù sono particolarmente recisi nell'enunciare la condanna e la maledizione di chi pretenda di uscire dall'ambito degli obblighi relativi alla sacralizzazione della propria vita individuale e sociale senza esserne veramente maturo; e sono ancora gli stessi insegnamenti del Vêdânta ad avvertire: «Se l'investigatore ha rinunciato al mondo soltanto a parole ed affronta la traversata del samsâra, lo squalo del desiderio lo afferra alla gola, lo obbliga a discostarsi dalla buona direzione e lo fa annegare a mezza strada».
In queste condizioni, a quegli Occidentali che pretendono di aver intrapreso una "via diretta" restando tranquillamente nel loro piccolo mondo si potrebbe amichevolmente augurare che ciò rappresenti l'illusione più innocentemente immaginaria e superficiale possibile. Ma le cose sono rese senza dubbio meno innocue quando intervenga anche una pseudoiniziazione, o la trasmissione di un'influenza la cui sorgente stia al di fuori dei ristretti limiti del "mentale" di colui che la riceve, per lo meno se si intende il dominio mentale nel senso necessariamente soggettivo e psicologico che è in pratica il solo corrispondente alla sua concreta esperienza. L'esaltazione che ne può derivare lascerà allora intravedere l'azione di qualcosa di più effettivo di una semplice e quasi accidentale "trovata" psicologica.
La situazione si presenta ancor più complessa quando simili correnti si appoggiano a una derivazione di una iniziazione autentica, utilizzata in un senso ben diverso da quello originario. Tipico è il caso della scuola di Vivêkânanda, il quale, sia pure soltanto per breve tempo e in assai giovane età, era stato discepolo di un Maestro spirituale quale Râmakrishna, e che divenne più tardi lo strumento di un movimento in cui prevalgono tendenze e direttive nettamente moderne ed occidentali, pseudospirituali e antitradizionali, nonostante il permanere di riferimenti allo Yoga e al Vêdânta. Del resto, non è poi molto stupefacente constatare che qualche personaggio considerato come un'autorità della spiritualità orientale (in verità basta che ve ne sia un piccolissimo numero) si lascia così attrarre dall'illusorio successo ottenibile, in certe circostanze, e accettando certi compromessi, con il pubblico americano ed europeo, senza ben rendersi conto dell'ingranaggio in cui viene a trovarsi in tal modo coinvolto. Ad ogni modo, per chi si sia posta chiaramente la questione di ricercare una via di realizzazione spirituale, vi sono pur sempre dei segni abbastanza evidenti per non lasciarsi trarre in inganno. In effetti, nei movimenti a cui abbiamo accennato non soltanto si trova generalmente la negazione esplicita o pratica dell'esigenza di una vita rituale, sacralizzata dall'adesione a una determinata forma tradizionale; ma si trovano anche delle significative convergenze con correnti d'"avanguardia" del mondo contemporaneo, si trova spesso un'insensibilità sorprendente di fronte ad aspetti sovversivi e dissolventi di ambienti ultra-moderni ed estremamente artificiali, si trova addirittura l'incapacità più completa a riconoscere l'esistenza dell'"avversario" che, nella presente "età oscura" (l'ultima fase del kali-yuga della dottrina indù), sta dispiegando massimamente, e inesorabilmente per chi non sa e non vuole avvedersene, il suo formidabile potere d'illusione. E non dovrebbe essere difficile intravedere quale genere di influenze intervengono là dove si vorrebbe far passare per una fastidiosa mania (perché si è giunti anche a questo) il ricordare che nel dominio individuale e relativo l'"avversario" esiste, e che, come dice il proverbio, la maggior astuzia del diavolo (qualunque sia il senso che si saprà dare concretamente a questo termine in altri tempi abusato) consiste nel far credere che non esiste. Del resto, come si potrebbe mettere in guardia contro le tendenze più dissolventi chi guarda ormai con sufficienza tutto ciò che appare "soltanto" di ordine cosmologico, e pensa di non avere più da compiere quel lavoro di purificazione ed integrazione che forse non aveva mai neppure iniziato?
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fabriba

Ciao Anello Verde,
non mi è chiaro l'angolo che vuoi dare a questo intervento.

Ammetto che non ho capito a fondo, ma la mia comprensione del testo accosta il titolo <<Sistemi di difesa del proprio ego>> all'idea che chi non ha la comprensione pura e la disciplina per praticare le spiritualità orientali che citi, si nasconde e difende dietro delle versioni "di comodo" delle stesse.

Se ho capito un tubo, non è una cosa del tutto nuova: capita (a me quantomeno capita)... aiutami a capire meglio :)


Se invece più o meno ho capito:
Per quanto nei contenuti capisco e in buona parte condivido quello che intendi, è la forma che mi stona: non è possibile -per un vero buddista/induista/zen- dire che chi si avvicina in un certo modo sta sbagliando tutto.

Personalmente mi mette automaticamente un dubbio: chi scrive, è forse troppo immerso nella visione dualista del mondo per poter dare giudizi su come si approccia una visione non-dualista del mondo?
Non è un commento particolarmente conciliante, mi rendo conto, ma a mia discolpa... non sono un maestro zen  ;D


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Sei quello che ascolti 🎵

Phil

Citazione di: Anello Verde il 18 Maggio 2026, 16:23:03 PMnon è poi molto stupefacente constatare che qualche personaggio considerato come un'autorità della spiritualità orientale (in verità basta che ve ne sia un piccolissimo numero) si lascia così attrarre dall'illusorio successo ottenibile, in certe circostanze, e accettando certi compromessi, con il pubblico americano ed europeo, senza ben rendersi conto dell'ingranaggio in cui viene a trovarsi in tal modo coinvolto.
Tale ingranaggio sembra girare in senso opposto all'altro, proprio perché sono interconnessi e interdipendenti: se uno gira verso destra, l'altro non può che girare verso sinistra, al punto che è difficile stabilire chi dei due spinga l'altro oppure se invece entrambi abbiano un moto proprio, solo apparentemente antagonista (poiché in realtà la rotazione dell'uno non è in conflitto con quella dell'altro, ma è complementare, girando uno in un verso e l'altro in un verso opposto).
Detto diversamente: l'ingranggio della tradizione, del culto, etc. sembra girare in un verso opposto a quello del sincretismo, dell'iconoclastia, etc. proprio perché si è nel samsara fino al collo, e rimarcare l'opposizione fra i due ingranaggi e i due moti, è celebrare il "culto del samsara" dispiacendosi che tale culto abbia praticanti... un po' come quella storiella in cui i monaci si rimproverano l'un l'altro di non aver mantenuto il voto del silenzio, rompendo tale voto per invitare gli altri a non romperlo.
Per chi «non provi più nessun attaccamento né per gli oggetti dei sensi, né per le azioni, ed abbia realizzato la rinuncia a qualsiasi desiderio» (cit.) l'ultima preoccupazione (per così dire) è di mantenere intatta la sacralità di una tradizione o mettere in guardia gli altri dal proprio "avversario" (anche se è uno dei voti del bodhisattva). Queste sono premure di chi ha solo sentito parlare del percorso e lo racconta "di seconda mano" (senza offesa, sono sulla stessa barca anch'io); chi lo ha fatto è plausibilmente troppo lontano per tornare indietro a dissertare capziosamente su rituali e primi passi da compiere. Al massimo farà forse notare che non importa se misuriamo le lunghezze in centimetri, pollici o sassi, il teorema di Pitagora funziona sempre e perdere tempo a discutere su quale sia l'unità di misura "più giusta" comporta solo la non applicazione del teorema, quindi il non raggiungimento del "risultato" desiderato (e anche qui è facile impantanarsi...).
Secondo me, ovviamente.
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Alexander

Se è vero che, una volta guariti, sarebbe stupido continuare a prendere la medicina che ti ha guarito (Phil) ;è altrettanto vero che per guarire da una malattia una medicina non vale l'altra (forse è anche di questo che parla Giovanni Ponte). Prendere un po' di questo e un po' di quello, un po' di vedanta e un po' di buddismo, aggiungiamo un po' di psicologismo e un pò di evoluzionismo, frullare il tutto e farne qualcosa di non ben chiaro può non solo essere inutile, ma pure dannoso (illusorio). E' anche altresi vero che ogni nuova idea (anche spirituale/religiosa) non compare dal nulla, ma viene sempre fecondata dall'humus culturale e sociale dove sboccia. Di solito il "fiore" così sbocciato, preso e trapiantato in tutt'altro humus, tende a mantenere la forma, spesso cambiando però colore, e quasi sempre profumo. 
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Adalberto

Quello che non capisco in  chi effettua questi copia incolla è perché mai senta (ancora) il desiderio di farlo (su internet, poi..) sperperando sforzi compiuti per concentrarsi in quel  percorso di maturazione che avrebbe già potuto condurlo ad un iniziale ritiro dalle apparenze, con le quali il suo ego non pare aver ancora fatto del tutto i suoi conti.  Evidentemente l'"avversario" esiste.
 Come dicevano gli anziani: chi non sa parla e ...
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Ci son dei giorni smègi e lombidiosi...
ma oggi è un giorno a zìmpani e zirlecchi.
(Fosco Maraini)

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