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Il labirinto di Ivo Nardi tra ragione e volontà

Note critiche su Riflessionale laico

di Cinzia Baldazzi

tratta dal libro: RIFLESSIONALE LAICO di Ivo Nardi

 

Sarebbe confortante, nonostante l’utilizzo del modo condizionale lasci accogliere l’espressione nel ruolo di pura ipotesi, aprire - come una volta - un «dizionario» e cercare il significato di un termine. Ciò non accadeva per unità lessicali di uso comune (le più ambigue di certo), per le quali ad alimentarne la riflessione sui dati giusti o sbagliati, veri o falsi, non occorreva un’opinione testuale, ma colloquiale. In sostanza, molti anni orsono consultavamo il vocabolario per conoscere una lingua tramite la lingua medesima: di rado per l’ortografia, poiché i lessemi utilizzati nella linea della cultura “ufficiale” non erano numerosi e suscitavano assai pochi interrogativi. Anche se in quella “mappa della lingua” nemmeno cinquant’anni orsono si cercava una “bacchetta magica”, essa costituiva per studenti o intellettuali una risorsa fondamentale.
In sintesi, se all’epoca non avessi trovato “riflessionale” sul rinomato Devoto-Oli, avrei avuto qualche empasse. In un “oggi” relativo non è stato così, in quanto, con un messaggio rimasto oscuro al primo approccio, già dal 1963 Bob Dylan sarebbe stato pronto a esortare: «don’t criticize / What you can’t understand». Nella pertinenza dell’attualità, riguardo al Riflessionale (per giunta, laico) di Ivo Nardi, pur ignorando il contenuto precodificato del sostantivo, non sono scoraggiata nell’identificarlo, anzi mi sento stimolata. Inoltre, nell’apprendere la corrispondenza della parola con un intervallo dedicato a «ritrovare sé stessi e riscoprire il valore generativo del dubbio», è come se si spalancasse dinanzi a me un orizzonte «tra il presente e il passato, tra noi e coloro che ci hanno preceduto».
Priva dell’importante esperienza di nascere e vivere nella suggestiva Valle Roveto, non posso quantificarne la nostalgia né la motivazione di nutrirla; dunque, non evocherò il tragitto affascinante offerto dai racconti in un “qui e ora” («Ciò che siamo, ciò che sentiamo»), soprattutto riflesso dell’esperienza legata a un “prima” e a un “dopo”. Tuttavia, sono stata colpita dalla bellezza della Natura non solo «come un pensiero astratto», in analogia a quanto scrive Nardi: «era una sensazione viva, vissuta con ogni parte di me». Quindi, pur non chiamandomi Arianna, scelgo di associare la celebre protagonista del μῦθος (miùthos) a una figura emersa da queste pagine, la quale rimane «sospesa in una rete di presenze evanescenti, alla ricerca di contatti impalpabili che spesso finiscono per sostituire quelli reali».
Nella vicenda della prigione del Μινώταυρος (Minotàurus), dell’ateniese Θησεύς (Thesèus) e della figlia del re Μίνως (Mìnos) esiste un’antinomia suggestiva tra l’epos e l’iter archeologico-simbolico, essendo la forma architettonica labirintica dell’insidioso percorso di Cnosso una struttura univaria (un’unica via conduce al centro), mentre l’alias mitologico la definisce multivaria (il cosiddetto maze, dove una scelta apre ulteriori bivi). Il μίτος (mìtos”), il filo della principessa illustra un mezzo adatto a tramutare il Χάος (Càos) in un percorso dell’ordine. Pertanto, allo scopo di affrontare il dedalo narrativo sviluppato da Nardi, il mosaico di citazioni implicite o testuali, le “svolte” da lui descritte nella cultura occidentale e orientale, consiglio di utilizzare metaforicamente il simbolo del λαβύρινθος (labiurìnthos) in un quid di aura sofisticata del conscio e dell’inconscio, quasi una rete narrativa ad evitare “gomiti” o svolte brusche - a campione, nella scelta di seguire, sul concetto di morte, le dottrine di Epicuro o Buddha - usufruendo invece del suo meditare attraverso “cunicoli” proficui a transitare nei paesaggi stretti tra un’idea e l’altra.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, preferisco concepire il termine di libertà in una feconda convivenza tra l’esegesi di Jean Paul Sartre coincidente con la piena scelta responsabile e l’idea di John Stuart Mill il quale, sull’asse del dubbio, la coltiva condividendola con la dimensione collettiva: «Come funamboli», suggerisce Ivo Nardi, «dobbiamo camminare lungo un filo sottile, cercando di armonizzare i nostri bisogni con quelli degli altri, senza perdere di vista il valore delle nostre scelte».
Il «filo sottile» della logica in grado di salvare dal Chaos, la memoria o legame d’amore per l’umanità, è il saldo leitmotiv del volume: non scaturisce, però, dall’obbedienza a categorie ancestrali, piuttosto, al pari del mythos, procede da un’eversione utopica alle norme imposte, perché in questo caso, a differenza dei labirinti del pensiero moderno, non sussistono percorsi con bivi o vicoli ciechi e la via di uscita (remota, ambita) si deve solo rintracciare. Come? È stato utile ritrovarmi strumentalmente in Arianna, il cui filum appare oggi funzionale in campi diversissimi, raccolto in un gomitolo capace di ospitare e ordinare i grovigli mentali ispezionati nel profondo. Di conseguenza, per comprendere meglio l’inquietante Weltanschauung (“visione del mondo”) di Nardi, si potrebbe paragonarlo a Teseo, uno dei grandi ἥρωες (eròes) classici insieme ad Eracle. Figure imponenti della mitologia greca, legati da stima, affetto e parentela (erano cugini), entrambi provvisti di natura divina e mortale, sconfissero creature mostruose a favore della sopravvivenza della volontà di tutti. Ma il futuro re di Atene, discendente di Poseidone, a differenza del possente figlio di Zeus e Anfitrione, è paladino della μῆτις (mètis, “astuzia”, “saggezza”), unita alla forza della Φύσις (Fìùsis) e non da essa meccanicamente trascinata.
In via analogica, in una ψυχή (psiuchè) moderna, aperta al divenire delle cose e della storia, il labirinto dal quale esce Ivo Nardi in virtù della ratio potrebbe coincidere con il superamento di quella fitta rete del ménage quotidiano la quale impediva, come gli ricordava il padre, di convincersi che «la felicità non viene dalle cose che possiedi», sebbene il nostro autore fosse oggetto di un simile “caos” nella fanciullezza, quando il condizionamento illusorio si esprimeva nel voler possedere una bicicletta da cross, poiché quella rossa, tesoro “inestimabile”, era ormai troppo piccola.
Comunque, i meandri dei desideri e delle false mète, rumore mentale della volontà, sono percorsi non solo da falsi impulsi fisici, bensì anche da pregiudizi o impulsi distruttivi indotti da opinioni altrui. Le prime tracce letterarie di Dedalo, Arianna e Cnosso risalgono all’VIII secolo a.C., nell’Iliade omerica, e due secoli dopo, nel lungo viaggio verso il traguardo del Nirvana, Buddha consiglierà - lo spiega bene Ivo Nardi - «di sviluppare una consapevolezza profonda, osservando il modo in cui i desideri sorgono, persistono e si dissolvono, sia nella nostra mente che nelle interazioni con il mondo». In effetti, proprio nell’acquisire un νοῦς (nùs - “intelletto”), da paragonare al “riflessionale”, Teseo accetta di entrare in un sistema arcano mostrando, per superarlo, di affidarsi a un mìtos costituito da un metodo logico con regole umane e “democratiche”, capace di suscitare idee non casuali, svincolate da stravaganze inutili così da evitare la paralisi timorosa del dubbio. Emblema dell’eroe della scelta consapevole, Teseo è l’unico a decidere di entrare e affrontare il pericolo assoluto, non per se stesso ma per gli altri, in vista di una libertà effettiva e condivisa.
Generato da Egeo ed Etra, gli era accaduto qualcosa di affine al «gesto responsabile» indicato da Nardi nel suo viaggio gnoseologico: «Dal Riflessionale nascono scelte più attente, parole più giuste, azioni che non rispondono all’impulso ma alla comprensione. Riflettere è anche assumersi la responsabilità di ciò che si pensa, si dice, si fa». Dal momento che il protagonista del capitolo con sottitolo “Il desiderio e il distacco” è un fanciullo alla ricerca di un’esistenza felice, ovvero illuminata da un verum in progress, avendo introdotto nel discorso il simbolo del labirinto, segno di una struttura non statica, in continua espansione (con bivi equivalenti a scelte etiche e vicoli ciechi dove la ragione involuta torna su se stessa), suppongo opportuno citare Shining (1980) di Stanley Kubrick, sceneggiato con Diane Johnson, basato sul romanzo quasi omonimo di Stephen King (1977). Il regista ha avuto l’ingegno indiscusso di modificare un espediente del film horror in un’allegoria globale della psiche: nel novel compaiono, al posto del dedalo, siepi modellate su icone di animali i quali, inosservati, prendono vita.
Incombe ovunque il pericolo della brevità del tempo in agguato: per l’argomento trattato, risulta centrale la sequenza in cui Jack Torrance (marito e padre) contempla il plastico del labirinto di siepi nella hall dell’hotel nelle montagne del Colorado. In pochi istanti, in uno zoom, osserviamo Wendy e Danny (moglie e figlio) camminare all’esterno del λαβύρινθος (labiurìnthos). All’improvviso scorgiamo l’autore in crisi, bloccato al centro di un insuperabile intrico di parole: “All work and no play makes Jack a dull boy”. Ispirandosi alla struttura “riflessionale” di Nardi, tale atmosfera vissuta dall’ex-docente alcolista (intento a terminare un capolavoro teatrale) potrebbe coincidere con la possibilità interrotta di produrre un atto poetico-letterario: si è spezzata in lui (con le parole di Nardi) la «capacità di trasformare il pensiero in bellezza, di dare forma alla meraviglia». Il λόγος (lògos) non nasce «dopo l’ascolto», perché nella trama-intreccio trionfa il silenzio della follia. Torrance si altera nell’ibrido Minotauro, legato al passato lugubre dell’Overlook Hotel.
Al contrario, il bimbo con il triciclo azzurro (parallelo perverso dell’inoffensiva bicicletta rossa di Ivo Nardi) riesce a favorire l’input della salvezza e autoaffermazione per sé e per gli altri (la madre) attraverso un annuncio spaventoso della tragedia. Il veicolo a tre ruote conduce verso l’orrore con un rumore sordo tra i tappeti e un frastuono metallico sul parquet, promuovendo un gravoso sentimento del freudiano Unheimlich (il “non familiare”), poiché mentre i balocchi possiedono di consueto la pertinenza di un’infanzia sicura, il giocattolo di Shining provoca un impatto visibile non ordinario, non quotidiano: alla fine di un corridoio, nel girare un angolo all’interno dell’albergo (non ancora del labirinto), procura il trauma emotivo di visioni spaventose, ossia le gemelle Grady.
Tra le pagine di Riflessionale laico trapela un simile Voce, epifanica della sciagurata rinuncia al pensiero, della disfatta nella ricerca della libertà: di certo non truculenta come la follia omicida del film di Kubrick, comunque carica di un monito altrettanto catastrofico, a meno che non si ricorra al prezioso dono insito nell’aura riflessionale come «riconoscimento della complessità»: «È il luogo dove le risposte semplici non bastano».
L’intricata struttura del giardino di siepi, illuminato di notte da luci irreali, non enfatizza un ambito familiare, ospitando anzi la proiezione fisica della mente omicida del padre Jack mutato in mostro: in contrasto con l’erede di Parsifae e del bianco Toro di Creta, il Μινώταυρος-Minotàurus è frutto di peccati altrui, non può sfuggire alla fame animalesca, si ciba della carne di fanciulli per la decisione legata a una vendetta del patrigno Minosse. Lo scrittore fallito, nella vicenda di Shining, adombra altresì una bestia spietata con la maschera di uomo.
Così, l’overlook di Danny ricorda un filo di Arianna nel senso opposto: il bimbo può tornare sui propri passi per ingannare il monstrum e - utilizzando le parole di Ivo Nardi in senso traslato, relative al Riflessionale Laico - concepisce che «la realtà può essere guardata da più angolazioni e ogni certezza è un invito a indagare più a fondo». La “luccicanza” del fanciullo non si incrementa per costruzione, non viene alimentata o coltivata, piuttosto ha il significato di «imparare a vedere, senza giudicare».
In breve, se affronteremo il percorso creato da Riflessionale laico, riusciremo «a trasformare il pensiero in bellezza», sostiene Roberto Taioli, a «dare forma alla meraviglia» e, in analogia al piccolo Torrance (τόπος-tòpos allo stesso tempo di Arianna e Teseo), guadagneremo salvezza nel saper leggere i segnali dell’umanità autentica, occultata ai conformisti e a gente priva del coraggio di imparare; guariremo, infine, dalla paura di tornare indietro e di trascurare i sensi comuni illusori, nemici della coscienza.
Tentiamo di non affidarci alla tutela “assistita” (millenni orsono, salvifica per Teseo), piuttosto - accettando uno dei messaggi centrali del libro di Ivo Nardi - centriamo l’obiettivo di allargare la prospettiva e l’energia della coscienza in un reciproco e attualissimo «atto di cura». Come? Prestando attenzione all’astuzia cinetica, con sfumature strategiche mimetizzate nei nostri passi prima di arrivare al traguardo finale. Lo shining di Danny, il thread di Arianna materiale ed extrasensoriale, sembra filosoficamente relativo alla Sorge di Martin Heidegger, ossia la “cura” coincidente con il filum invisibile relativo alle nostre intenzionalità coltivate. Ambedue delineano l’esito di tenere legati al mondo donne e uomini salvandoli dal nichilismo o dallo smarrimento totale: gettati nel labirinto del Dasein (l’Esserci) in das Chaos, il “prezioso filo” appare struttura fondamentale per rilevare impronte del passato e proiettarsi nel futuro.
Nel capitolo intitolato “Il tessitore”, apprendiamo da Nardi che il «passato vive nella memoria, il futuro si proietta nelle aspettative, e il presente è l’unico istante in cui possiamo davvero esistere». Ma “esistere” come? Del resto, il mìtos di Arianna non era una “bacchetta magica”, piuttosto un tropo della Sorge: senza la sua collaborazione, il dedalo anche quella volta avrebbe vinto, poiché in esso l’angoscia, il contesto Unheimlich (il “perturbante” freudiano derivato dal non “trovarsi a casa”, ossia in un luogo familiare) avrebbe annullato ogni salvezza.
Voltata l’ultima pagina, posso assicurare ai lettori di poter godere di una cura heideggeriana, verso se stessi e la collettività, raffigurata dall’invito a non dimenticare mai, dentro o fuori qualsiasi intrico della mente e del corpo, quanto apparteniamo al contesto spazio-temporale circostante, il citato Dasein, enfatizzando così l’importanza del divenire e della morte, tappa o salto finale della vita. Nel confrontarsi con esso, grazie al filo di Arianna utilizzato per non perdere l’orientamento, occorre però non lasciare tracce per il male, anche se non va mai ignorato. La soluzione? Forse sarà il caso di cercarla nel cuore del libro di Ivo Nardi, quando l’autore (ricordando il monito di Friedrich Nietzsche) trova la definizione di “felicità” nel «coraggio di accettare tutto, il bene e il male, e di usarlo per scoprire e diventare chi siamo davvero».


Cinzia Baldazzi


Cinzia Baldazzi (1955) è una scrittrice, critico letterario e giornalista italiana nata a Roma, dove vive tuttora. Laureata in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza nel 1978 con una tesi di critica letteraria su alcune novelle di Luigi Pirandello, ha orientato i suoi studi verso la storia della critica, la filosofia estetica, morale e del linguaggio.
Da giornalista pubblicista, negli anni ’70 e ’80, è stata critico teatrale sul quotidiano “Il Giornale d’Italia”, come cronista attenta all’avanguardia e alla sperimentazione della scena romana, proseguendo poi su periodici specializzati, testate online (“Scenario”, di cui è stata vice-direttore) e sul suo blog “La memoria di Adriano”.
I suoi riferimenti letterari e critici principali includono Pirandello, Leopardi, Lorca, Brecht e Bob Dylan, mentre sul piano teorico si ispira soprattutto a Walter Benjamin, Kant, Adorno, Horkheimer, Wittgenstein e Heidegger.
Dal 1990 ha lavorato come consulente per Rai1, partecipando a programmi di intrattenimento di grande successo.
A partire dagli anni Duemila si è dedicata con intensità all’esegesi letteraria, alla promozione della poesia contemporanea e all’editing, curando antologie poetiche, scrivendo prefazioni, partecipando come presidente di giuria a concorsi letterari, allargando inoltre l’attività alla critica d’arte.  
È co-autrice di numerosi libri in cui commenta singolarmente le poesie di un autore: Passi nel tempo (2011) con Maurizio Minniti, EraTre (2016) con Concezio Salvi e Gianpaolo Berto, Tra le crepe della vita (2020) con Andrea Lepone, Sassi e perle (2022) con Paola Ercole, Caleidoscopi (2025) con Elisabetta Ferraresi, Parole allo specchio (2026) con Gianna Trimigliozzi. Ha inoltre curato l’antologia Duecento anni d’infinito (2019), i cataloghi delle due edizioni del progetto Versi in cornice (2021 e 2026), il primo fascicolo di Panorama Letterario dedicato alla poesia(2024).
Negli ultimi anni ha organizzato due edizioni del Dima Book Festival, del concorso letterario “L’Azalea” e del progetto “Versi in cornice”.
Tra i Premi alla Carriera ricordiamo il “Labore Civitatis” nel 2018.
Cinzia Baldazzi continua a essere una figura attiva nel panorama culturale italiano, impegnata nella diffusione della poesia come strumento di conoscenza e di consolazione, nonché nella valorizzazione del dialogo tra arti e critica. La sua produzione unisce rigore analitico e passione civile, mantenendo sempre al centro la funzione etica ed estetica della letteratura.


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