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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Sulle tracce di Alexander Langer

di Roberto Taioli - Maggio 2015

 

Che cosa può dire la filosofia sulla grande crisi che attanaglia il mondo occidentale?

In che modo può interrogarla e comprenderla? Preliminarmente e più radicalmente dovremmo forse chiederci in che modo e con quali categorie la crisi sia pensabile entro le maglie della filosofia e se essa sia in grado di avvicinarsi al problema.

A questa domanda sulle condizioni della pensabilità della crisi (fuori dal paradigma meramente economicistico) siamo costretti dagli stessi eventi che la caratterizzano e dal modo del suo manifestarsi e del suo presentarsi nelle forme di una tempesta meramente finanziaria che cerca le risposte, tautologicamente entro i confini della crisi stessa. Sappiamo infatti che ogni uscita dalla crisi è solo la preparazione e l’attesa di un’altra, se non si mutano le logiche profonde e strutturali che determinano i ricorrenti sconvolgimenti sociali.

Se rimanessimo entro tale circuito, la filosofia sarebbe assolutamente inutile, poiché la sua strumentazione è radicalmente esterna al territorio della tecnofinanza e del suo Gestell che vorrebbe imporci un unico pensiero ed un’unica percezione della stessa. La filosofia può aiutarci e cercare risposte che non siano ideologiche, interne al sistema, rispecchiamento del suo volto.

In realtà si cerca in tutti i modi di far credere che la tecnofinanza possegga gli antidoti per correggere i guasti che essa ha generato, in tal modo conferendole una buona coscienza, come se si trattasse di una degenerazione sfuggita di mano agli operatori che sarebbero un grado di restituirle un corpo sano all’oikos devastato del vivere e dell’abitare.

Ci si dimentica in tal modo che la tecnofinanza rappresenta il più alto e sofisticato livello di rapina prodotto dal sistema capitalistico e dal capitale finanziario e che la sua progressiva metastasi nell’economia reale, nella vita materiale e nelle relazioni interpersonali e intersociali, rende questa crisi molto più insidiosa delle periodiche crisi cicliche che si sono succedute nel tempo.

Questa crisi sembra infatti aver i connotati di qualcosa di strutturale, non facilmente correggibile e ricucibile come le precedenti, talmente vasta e complessa da rinviarci al vulnus originario del sistema e all’idea fuorviante di progresso e di benessere che esso ha iniettato nella storia.

Alexander Langer, nei non lontanissimi anni ’90, profeta inascoltato, aveva messo in guardia sui pericoli dell’idea e della pratica di un progresso illimitato e di un’accumulazione senza freni che avrebbero finito per colpire e danneggiare l’intero sistema ed inquinare anche le coscienze. Aveva percepito il senso delle infinite metastasi che si sarebbero prodotte nel corpo sociale.

La pubblicazione a distanza di anni di un libretto(1) che raccoglie svariati interventi della sua esperienza culturale ed umana, consente di rivisitare quella vicenda riappropriandoci di alcune analisi colpevolmente andate dimenticate e che, pur nei tempi mutati, conservano la loro freschezza e attualità.

Langer non è ascrivibile alla categoria dei catastrofisti e degli apocalittici e il suo pensiero si nutre di una forte connotazione etica e di una costante ricerca delle ragioni della speranza attiva e concreta per un mutamento radicale del paradigma su cui si regge il sistema occidentale e il modello insensato di convivenza.

Le sue tesi, rispetto all’ideologia economicistica ancor oggi dominante che permea i governanti dell’Europa, assumono qualcosa di paradossale, di provocatorio, poiché dislocano la stessa terminologia economica su un altro terreno, ove viene rifondata e rilanciata: “ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l’obiettivo di fondo e sino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in anno. La parte industrializzata del pianeta dovrà finalmente decidersi alla crescita zero e poi a qualche riduzione, naturalmente con la necessaria cautela e moderazione per non causare dei crolli sociali o economici”(2). Sono i temi di cui parlerà un altro inascoltato come Ivan Illich e in maniera più sistematica e compiuta, l’intellettuale francese Serge Latouche nella sua critica alla globalizzazione senza limiti: “La globalizzazione è stata per il capitalismo una tappa decisiva sulla scomparsa di ogni limite. Infatti permette di investire e disinvestire dove si vuole e quando si vuole, in spregio degli uomini e della biosfera. E’ la trasgressione ufficializzata di tutte le norme sociali, morali e ambientali. Il mondo della finanza fornisce ogni giorno una massa di testimonianze del delirio e della perdita dei limiti”(3).

Tornando a Langer, egli proponeva il superamento dell’atteggiamento sviluppista contenuto nel motto citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), nel quale si incarna la pleonoxia, l’avidità, l’agonismo sfrenato, l’accelerazione, la spinta al dominio. Ad esso contrappone come prospettiva intenzionale cui tendere e faticosamente costruire, un modello fondato sul lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce), che assuma l’etica delle responsabilità verso le generazioni future (di cui ha parlato tra l’altro il filosofo Hans Jonas) e faccia propri il senso della moderazione e della sobrietà come cardine dello sviluppo.

Non si tratta per Langer di vezzo intellettuale ma di una cogente necessità cui attrezzarsi per scongiurare l’irreparabile, cioè il degrado irreversibile della biosfera e una nuova barbarie di cui l’umanità neppure avrebbe la coscienza perché disabituata ormai a percepire il bello e l’armonioso a vantaggio del mero utile, della produttività a senso unico, della sfrenatezza del mercato.

Si tratta di compiere una opzione tra espansione e contrazione, ove quest’ultima non è sinonimo di povertà e ritardo né di regressione, ma riorganizzazione delle intelligenze verso più equilibrati livelli e per un agire più responsabile, attento, prudente. Ciò consentirebbe tra l’altro di riscoprire nuove forme di vita materiale e spirituale, non più viziate dallo sviluppismo sfrenato e dall’utilitarismo, quali la convivialità, la gratuità, l’agape il dono, il commercio equo e solidale: “Meno invece che più, come programma di contrazione non va disgiunto dal vivere meglio con meno: la qualità ecologica e sociale e culturale (l’armonia con la natura, lo sviluppo di rapporti sociali più conviviali, le molteplici risorse di identità e di autorealizzazione) della nostra vita personale e comunitaria non dipende in primo luogo dalle quantità materiali”(4). Invocare la crescita illimitata (anche quando la crescita non c’è) significa rimanere nella logica dello sviluppo indiscriminato, senza selezione alcuna delle opzioni, e quindi attendere una nuova congiuntura perché tutto torni come prima (quando la crescita era alta).

Si tratta di compiere delle scelte etiche, ancor prima che economiche e politiche, perché il prendersi a cuore del tutto significa anche compiere gesti controcorrente, ridisegnare la sfera dei bisogni, introdurre rinunce e autolimitazioni che se praticate su più larga scala, possano diventare modificatrici delle molte distorsioni che siamo stati capaci di mettere in atto. Ecco quindi in Langer la proposta del perdersi e trovarsi che non vuole dire da un lato regressione e dall’altro attesa messianica del mutamento di paradigma. Le due voci e due atteggiamenti si intrecciano, si dispongono su di un piano di simultaneità. Non v’è infatti azione che sia neutra, indifferente al tutto, che non provochi conseguenze e sequele, che non determini ritorni o contraccolpi. Agire nel micro per accedere al macro sta diventando la via obbligatoria per una diversa e più umana modalità dell’abitare ed essere nel convivium.

Rifondare l’agape come convivium, ricollocare l’individuo nel tutto senza sbilanciarsi verso uno o l’altro dei due poli, cercare il giusto mezzo come risposta concreta alla crisi più devastante del dopoguerra, è così anche riorganizzare un nuovo senso della cultura. L’uomo senza l’altro uomo non può vivere, ma l’uomo può anche uccidere e annientare l’altro o autodistruggersi. L’uomo portatore di umanità è lo stesso portatore di barbarie. Su questo crinale estremo si situa l’opzione. L’inversione del paradigma sfrenatamente sviluppistico è sempre più urgente, ma deve lottare per farsi strada contro gli apparati potenti del pensiero unico e le sue subdole forme di addomesticamento e di convincimento delle coscienze. Una grande anestesia occulta la verità, ma non siamo capaci o non vogliamo risvegliarci.

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

NOTE
1) A. Langer, Non per il potere, a cura di Federico Faloppa, Chiarelettere editore, Milano, 2012, pp. 150, d’ora in poi riportato con la sigla NP.
2) A. Langer, Intervento ai colloqui di Dobbiaco 94, pubblicato in A. Langer, Il viaggiatore leggero,. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo, 2011, ora in NP, p. 18.
3) S. Latouche, Limite, trad. it. di Fabrizio Grillenzoni, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, p. 68. Ma tutta questa problematica è presente, con altre sfumature, anche in un altro dimenticato, il francese André Gorz, il cui lungo itinerario intellettuale dall’esistenzialismo, attraverso il marxismo, all’ecologia e alla critica della modernità, postula la possibilità di una speranza non utopica. Vedansi in particolare le opere dell’ultimo periodo Metamorfosi del lavoroCritica della ragione economica(1988), Capitalismo, socialismo, ecologia (1992), Ecologica (1992), Miserie del presente ricchezza del possibile (1997), L’immateriale (2003). Su Gorz vedasi inoltre il saggio di Graziella Rizzi e Roberto Taioli, L’utopia di André Gorz. Per una rilettura complessiva del suo pensiero nel sito www.riflessioni.it/angolo_filosofico/utopia-andre-gorz.htm.
4) NP, cit, p. 62.

 

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