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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Tra la prosa di Stevenson, il vento e l'acqua.

Conversazione con Alessandro Ceni
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Quali sono le sue principali fonti d'ispirazione?
Come probabilmente si sarà capito dalla precedente risposta, io sono un animale onnivoro (con le sue predilezioni, è chiaro) e pertanto fonti d'ispirazione e materiali sono molteplici e a vasto raggio (così, in letteratura, sono per la conflagrazione: Stilnovo e metafisici inglesi, romantici anglo-tedeschi e pensiero orientale,
Dante e Petrarca, Leopardi e Foscolo... con buona pace dell'insegnamento scolastico); ma nella sostanza fonti e materiali sono l'assoluta realtà. Cerco di scrivere il reale. Può sembrare un'affermazione paradossale o almeno difficile da accettare da parte di coloro che parlano della mia poesia in termini di "oscurità", di "neo-orfismo", di "neo-ermetismo" et similia ma tant'è; se il poeta ha una pretesa è quella di vedere, egli vede le cose per quello che mostrano e per quello che non mostrano, nella loro lucida verità (che è esattamente il contrario del realismo o del surrealismo) sottratta al velo (di tessuto assai pesante, pare) della quotidianità.

Vorrei entrasse ora in merito al problema della traduzione...
Per dirla in maniera semplice e succinta, tradurre è sul serio traghettare la voce originale di uno scrittore nella tua. Ciò significa una costante, faticosissima, ricerca di adattamento di quella lingua in questa (con gli inevitabili - ma direi, permessi - tradimenti, con le inevitabili - ma direi, felicemente concesse - forzature: tradimenti e forzature che il testo originale è disposto a subire, che, quasi, contiene). Tradurre dovrebbe essere riuscire a far pensare (e di conseguenza, far scrivere) quell'autore nella lingua del traduttore. Quindi, massima fedeltà, massima sensibilità, massima coerenza. Se tradurre è, come credo, ri-scrivere, ciò comporta da parte di chi traduce una profonda ma naturale capacità interpretativa e, dove possibile, una sicura disposizione imitativa. In una formula: passione (ma rigorosa), umiltà (ma non supina), arbitrio (ma non libero).

Quali sono gli autori che le hanno creato maggiori difficoltà?
Debbo nuovamente citare
Stevenson (anche se per dare una risposta più veritiera, dovrei aspettare ancora anni, perché ci sono autori che amo ma sui quali ancora non ho avuto l'opportunità di lavorare). Il più ostico (ma per via della fascinazione, perché avrei voglia di insisterci ancora), Coleridge (la sua Ballata ha già in me depositato tre strati - una prima traduzione privata, una seconda e una terza editoriali - ma sarei pronto per un quarto). Anche Conrad non scherza.

Sono sempre più numerosi coloro che praticano la poesia con una vena sportiva, con slancio olimpionico… Sono una perenne velleità di canto, eppure il canto non arriva…
La poesia è ed è sempre stata e sarà sempre rara. La poeticità è ed è sempre stata e (purtroppo) sarà sempre diffusa. Il guaio attuale, se ho capito bene cosa intende, è la totale ignoranza della diversità dei due termini: la poeticità è ritenuta poesia (che è come omologare il fuoco di un camino al fuoco di un incendio), la cosa peggiore è l'aspetto, diciamo, culturalmente doloso del fraintendimento; voglio dire che mi pare sia in atto una vera e propria acquisizione consapevole di quell'ignoranza (anche in certe sedi di critica letteraria), cosicché semplicisticamente (e letalmente) la poeticità viene identificata con la poesia. Una volta di più nel nostro mondo si afferma come degna e meritevole l'immediatezza della superficie, il bagliore del traslato, giungendo alla pacificante e asinina equazione: poeticità = poesia. Secondo questa ammiccante democratica mediocrità chiunque, pertanto, è in grado di "esprimersi poeticamente" e, quel che è peggio, di farsi pubblicare. L'importante, per ora, è che non ci obblighino anche a farsi leggere.

Quando ha sentito, per la prima volta, di voler scrivere davvero e, quando, di saper scrivere?
Al proprio destino, per tragico che sia, si risponde con un sì. Nel momento in cui per un breve ma quanto intenso attimo ti appare, esso ti inocula una consapevolezza che, per quanti sforzi tu faccia, non è permutabile. Mai più. Chiedendomi quanto ho sentito di voler scrivere mi costringeresti al ricordo personale, alla narrazione di un episodio (anzi di due, successivi ma non conseguenti) della mia infanzia. Due episodi casuali e sufficientemente banali; di scarso rilievo per chi ci legge: Evito qui di menzionarli. Posso però dire che a quei due "casi", nel tempo, ho attribuito il peso o la responsabilità della via; li ho, evidentemente, trasformati in simbolici e primitivi avvalli di quel voler sentire. Qualcosa che chiama.


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