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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


La scrittura critica di Giacomo Debenedetti.

Conversazione con Alfonso Berardinelli
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - luglio 2005
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Tutti vediamo un po' di televisione: il problema è (come con tutte le nuove tecnologie comunicative e culturali) quale contesto culturale c'è intorno alla tv, prima e dopo. Quando il contesto culturale è fiacco, l'azione della sola tv può essere devastante. È molto diverso se la tv la vede un teorico dei mass media o se la vede un bambino o un nuovo analfabeta. È come con i telefoni cellulari. Se intorno non hanno niente, finiscono per divorare tutto lo spazio e il tempo. In Italia si legge poco, non ci sono biblioteche. Quindi la tv è più pericolosa.

 

Per il cinema nutre ancora un po' d' interesse? Che tipo di film vede più volentieri? Ne ricorda qualcuno che in passato la colpì in modo particolare?
Il cinema mi piace. Sta invecchiando, è insieme l'arte nuova e ormai classica del Novecento. È chiaro che i film in bianco e nero sono i più emozionanti. In fondo il meglio di quello che si può vedere in tv sono proprio i vecchi film. Ancora mio figlio ha fatto in tempo a farsi con la tv una cultura cinematografica vedendo di pomeriggio, da bambino, Chaplin, Buster Keaton, Stanlio e Ollio, a volte perfino i fratelli Marx, e molto Totò. Non riesco a leggere libri polizieschi, ma i film mi piacciono, perfino se non sono granché riesco ad appassionarmi all'ambientazione del delitto. I film degli anni Quaranta e Cinquanta americani mi attirano: i film che insomma vedevo da bambino e adolescente. Fra i tredici e i diciott'anni credo di aver visto cinque o sei volte Da qui all'eternità con Burt Lancaster, Montgomery Clift, Frank Sinatra, Deborah Kerr: quello era il proletariato americano e tutti i personaggi finivano male, niente happy end.

 

 

Si parla sempre più frequentemente di una società in cui i sensi vengono anestetizzati. Che ne pensa? E secondo lei ha ragione Gianni Vattimo, quando afferma che viviamo nell’epoca dei "piacerini", dell'appiattimento dei gusti?
Credo che in effetti questo sia un mondo piuttosto "anestetizzato". I cinque sensi non servono quasi più, sono inibiti, aggrediti, offesi dalla nostra vita urbana. La verità si vede con i bambini: preferiscono le patatine industriali alle vere patate, la CocaCola, e tutta quella massa di pseudo-cibi prodotto appositamente per loro. Crescendo si fa poi fatica a sviluppare i sensi: l'olfatto in città è praticamente ucciso dall'aria irrespirabile, il tatto non viene usato, non si può toccare niente, l'udito è assordato, la vista è assorbita da video di vario tipo e non sa più percorrere con attenzione le superfici di un qualsiasi oggetto. Quanto ai professori di estetica, non sono proprio loro che parlano per categorie astratte e scrivono la prosa più anti-estetica che c'è? A scuola si dovrebbe aggiungere un insegnamento: non educazione estetica, ma educazione sensoriale o percettiva.

 

"Liberatevi dai sensi e allora sarete pronti a toccare la verità", disse Platone, usando un verbo, toccare, che rimandava ai sensi. Dunque l'ispirazione artistica è forse catturare quel momento, esteticamente breve, in cui, tramite i sensi, tocchiamo il 'vero' - come crede Paolo Fabbri -, "quel momento in cui ci si rivela il linguaggio delle cose"?
Forse anche l'abuso della parola deprime la percezione sensoriale. Troppa verbalizzazione veloce. I pittori, i musicisti, gli attori, a volte perfino gli scrittori, parlano poco. Bisogna dare alla mente il tempo di percepire bene, a fondo. La semiologia non ha fatto che riversare su ogni oggetto un fiume di interpretazioni gergali. Prima di interpretare, si deve percepire.

 

 

In chi - almeno in Italia - sente di poter trovare una profonda intesa intellettuale?
Nominerei diverse persone che non sono pubblicamente note e che non scrivono. Preferisco non vivere tutto il tempo con rappresentanti del ceto culturale. Anzi li evito, a meno che non si tratti di amici personali. Le persone con cui si ha una vera intesa sono quelle con cui si parla con il minimo di censure perché sei certo che non ti fraintendono: Patrizia Cavalli, Filippo La Porta, Piergiorgio Bellocchio, Carlo Cecchi, Cesare Garboli, Giuseppe Leonelli, Raffaele La Capria, Giulio Ferroni, Gianfranco Bettin, i redattori della Bollati Boringhieri... e naturalmente aggiungerei Goffredo Fofi, che però tende a fraintendermi. L'intesa con lui è più intuitiva che discorsiva: è quasi comico fra intellettuali...!

 

È al passo con l'attuale produzione poetica?
Ammetto che non è facile seguirla. Ci sono centinaia di autori, vengono pubblicati troppi libri: usare il termine "pubblicazione" è perfino improprio. Si tratta di testi stampati la cui circolazione non è superiore a quella di un manoscritto inedito. Il potere di fascinazione dello scrivere poesia, questo voler essere poeti è un fenomeno che mi stupisce. In parte è una superstizione simile a quelle religiose o alla nascita di sempre nuove sette occulte. Comunque i libri che mi vengono mandati sono moltissimi, e così posso dire di essere piuttosto al corrente. Purtroppo in nove casi su dieci da leggere c'è davvero poco. Apro il libro, leggo una poesia, due, tre: spesso questo già basta per constatare che l'autore si illude su se stesso e soprattutto non ha letto altri poeti, non abbastanza, o non li ha capiti, non è in grado di rendersi conto di quello che sta facendo e di quello che in poesia è stato fatto. Anche i migliori fra i giovani critici, quelli che hanno oggi fra i trenta e i quarant'anni, non si interessano molto di poesia: sembra che abbiano preso atto di una grave crisi di questo genere letterario, che ormai da almeno una ventina di anni produce una bizzarra sub-cultura. I critici sono in imbarazzo, sono respinti, preferiscono tacere, fare qualche atto di cortesia momentanea e poi rivolgersi ad altro. Nella maggior parte dei casi, insomma, la poesia non viene letta perché in realtà leggerla è (quasi) impossibile. Gli autori stessi non scrivono con la passione di essere letti. Scrivono in una specie di trance narcisistica, in uno strano dormiveglia della mente, in cui non nascono né vere visioni né veri pensieri...

 

Da dove le sembra, dunque, provengano gli spunti più innovativi, più vitali?
Un fatto evidente è che il meglio della poesia negli ultimi vent'anni è stato scritto da donne. Anche quando si illudono, le loro illusioni sono più energiche. E comunque mi pare che Patrizia Valduga, Bianca Tarozzi, Vivian Lamarque, Alida Airaghi, Marina Mariani, Patrizia Cavalli abbiano dimostrato quante cose si possono ancora dire in versi, veri versi. Anche le maggiori invenzioni formali vengono da loro. Ed hanno un più forte e personale rapporto con la tradizione poetica italiana, a cui aggiungono uno spiccato senso del teatro: la Cavalli e la Valduga sembra quasi che scrivano per il teatro, per la scena. Il loro linguaggio mi pare che stia creando un nuovo pubblico. Grazie a queste scrittrici i libri di poesia circolano di più, vengono davvero letti.

 

C'è d'altra parte una trasformazione della figura del poeta...
Fino a
Pasolini, Zanzotto, Giudici l'essere poeti comportava un impegno spasmodico, un investimento morale e intellettuale fortissimo, estremo. Che quasi sempre dava luogo ad una intensa e originalissima attività critica. Oggi il poeta sembra meno ambizioso. Il suo spazio vitale, il suo raggio d'azione è più limitato. Insomma: Pasolini restava un poeta importante e di prim'ordine anche quando scriveva poesie difettose o brutte... I più giovani sembra che non siano veri poeti anche se scrivono poesie interessanti. È un paradosso su cui riflettere. La poesia si è settorializzata. Non è al centro della cultura letteraria: è marginale, è una ramificazione secondaria, una sub-cultura, appunto. Questo non avviene solo in Italia, mi pare che sia un fenomeno molto diffuso. In fondo l'ultima generazione di poeti importanti, influenti, letti e capaci di dire in poesia "tutto" è stata quella di Pasolini, Ginsberg, Enzensberger... Dopo è successo qualcosa: si può essere anche meglio di loro, ma ci si trova in un angolo, in mezzo a mille falsi poeti e circondati dalla benevola indifferenza dei critici...

 

Doriano Fasoli

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