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Riflessioni sulla Cultura Vedica

Riflessioni sulla Cultura Vedica

di Parabhakti dasindice articoli

 

A Cena da Marco.
Storie di quotidiana amicizia e spiritualità

Dicembre 2014

 

La tavola era stata imbandita per le grandi occasioni. Certamente Marco sapeva che il cerimoniale d’accoglienza degli amici è assai diverso da quello comune: niente tovaglie di pizzo, bicchieri di cristallo, piatti di porcellana o posate d’argento. Anche se avesse posseduto quegli oggetti, li avrebbe giudicati utili per una cena d’affari o per un appuntamento formale, ma mai per una cena tra amici. Il basso tavolo poteva radunare, strette strette, una decina di persone; niente sedie, solo cuscinoni sui quali accoccolarsi a gambe incrociate.
Marco si soffermò a controllare che tutto fosse in ordine, poi accese un incenso profumato e regolò il volume della musica che dolcemente avvolgeva la sala.
 “Eh sì…”, ricordava: “Se ti siedi in terra è naturale protendersi verso l’interlocutore. Niente gambe accavallate e braccia conserte ad ostacolare la comunicazione. Devi indossare vestiti comodi per non sentirti costretto; giacca e cravatta sono proprio fuori luogo, come anche il vestito lungo delle signore. Ti vesti comodamente solo, quando sei tra amici”.
Sul tavolo erano disposte delle tovagliette di vimini sulle quali erano sistemati piatti di foglia di banano, un bicchiere di terracotta ed un cucchiaio di legno: stoviglie naturalmente biodegradabili che mai sarebbero state ammesse all’importazione dai severi controlli doganali. Le avrebbero considerate poco igieniche. A quello che la natura spontaneamente mette a disposizione, la legge preferisce, per l’usa e getta, la più “sicura e pulita” plastica.
Per Marco il fascino ed il senso di legame con madre terra che quelle stoviglie naturali suscitavano, non avevano eguali. Portava dai suoi viaggi in India quegli oggetti che non avrebbe potuto trovare nel mercato europeo e li conservava per le grandi occasioni.
Al centro del tavolo un grande cesto, pieno di frutta, a fianco un variopinto vaso di fiori ed ai lati, due brocche piene d’acqua. A quel desco erano invitati solo gli amici più intimi, quelli con cui ci si può permettere di essere se stessi. Nessuna maschera sociale da indossare; non era necessaria in quegli incontri.
A casa di Marco non si era invitati perché si apparteneva ad un certo gruppo o perché si sposava un certo ideale o perché si faceva parte di una certa tradizione religiosa o per amicizia interreligiosa. I prerequisiti per partecipare a quelle cene speciali erano la semplicità, la sincerità, la condivisione. La ricerca dell’armonia con se stessi, con gli uomini e l’amore per Dio erano i sentimenti più profondi che univano i commensali che da lì a poco sarebbero giunti.
Radha, la moglie indiana, lo raggiunse: “Il kitchiri è pronto”.
“Grazie”, rispose Marco: “Che profumino irresistibile c’è nell’aria”.
Alla cena ognuno era stato invitato a portare delle pietanze che doveva preparare personalmente sulla base del significato particolare che avevano per lui o lei, tipo evocare ricordi piacevoli, da condividere con gli altri. Il cibo si sarebbe così riempito dell’energia buona con cui il cuoco, senza fretta, senza ansia, aveva scelto, amalgamato e cotto gli ingredienti. I commensali si sarebbero nutriti, attraverso il cibo, delle sue emozioni e della sua positività.
Ben altre vibrazioni rispetto a quelle che si assimilano cibandosi d’alimenti preparati solo per riempire lo stomaco, o acquistati da chi cerca unicamente profitto dalla loro vendita.
Indipendentemente dalle origini geografiche, culturali o religiose, tutti erano vegetariani: era evidente per tutti loro che, per vivere armoniosamente con il mondo, la prima regola è quella di non causare sofferenza agli esseri viventi, soprattutto ai più deboli, come gli animali.
Radha accese delle candele e le dispose qua e là. Un lieve scampanellio annunciò l’arrivo dei primi invitati.
“Afia benvenuta”, disse Marco sorridente. “Fadi, amico mio”, aggiunse abbracciando il marito.
Radha prese dalle mani i contenitori con il cibo che la coppia arabo/africana aveva preparato.
“Manca il tè verde” disse Fadi, “lo preparo ora”.
Il campanello suonò nuovamente, era Joseo, l’amico messicano, con Dorothy, la moglie americana; dietro di loro Bihn, Annette e Luca.
“Incredibile” esclamò Marco, “siete arrivati già tutti”.
“In perfetto orario” replicò Luca.
“Cos’è successo?” disse Fadi rivolto a Luca, “Come mai sei puntuale?”
“Nulla di grave spero” aggiunse Radha.
“Dai, non prendetemi in giro, va bene che la puntualità non è il mio forte, però non arrivo mica sempre in ritardo”.
Gli amici si guardarono tra loro sorpresi dall’affermazione e semplicemente iniziarono a ridere di gusto.
“….Perlomeno ci provo”, esclamò Luca, unendosi al coro delle risate.
“Io e Bihn lo abbiamo letteralmente sequestrato”, disse Annette, “era appena rincasato e, secondo lui, avrebbe dovuto fare una serie di cose inderogabili prima di venire qui. Gli abbiamo lasciato solo il tempo di prendere ciò che ha preparato, poi lo abbiamo caricato in auto, ignorando le sue proteste”.
“Un vero e proprio rapimento” disse Luca “per opera di due bruti”.
Le parole e le smorfie di Luca suscitarono nuovamente l’ilarità generale.
“Luca”, disse Marco, passandogli un braccio sulle spalle “come faremmo senza di te: la tua sola presenza mette tutti di buon umore”.
Lo scambio di convenevoli continuò ancora per qualche minuto, poi i vari pacchetti e contenitori con il cibo furono appoggiati su un tavolino posto sotto un piccolo altare dove svettavano le murti (statue sacre) di Krishna e Radharani ed alcune foto e disegni di maestri spirituali recenti e del passato, tra cui Gesù.
“Come sempre, prima di consumarlo, offriamo il cibo a Dio” disse Radha.
Ognuno dei presenti si raccolse in meditazione o in preghiera, mentre Radha recitava dei mantra rivolta verso l’altare.
Per qualche minuto tutti rimasero in silenzio, poi Radha si alzò e battendo le mani disse: “Chi mi aiuta?”. I contenitori con le vivande furono sistemati sul tavolo della cena.
Fadi prese la parola: “Come ben sapete, io con la cucina sono una frana e per mia fortuna c’è Afia che sopperisce a questa mia mancanza, però volevo condividere con voi un rito intimo che noi nomadi del deserto conserviamo nel cuore: il rito del tè.
Quello dei carovanieri è un mestiere ormai quasi scomparso, ma il ricordo di quei viaggi fatti da ragazzo sono ancora vivi. Dopo la lunga giornata, ci si preparava per la notte; montate le tende, tutti si trovavano intorno al piccolo braciere sul quale si trovava la teiera. Gli anziani mettevano in infusione, seguendo una precisa ritualità, le foglie di tè verde e menta. Quando il tè era pronto veniva offerto prima agli anziani e poi via via a tutti.
Il primo bicchierino, amaro, com’è talvolta la vita, serviva a togliere la polvere di bocca e a stimolare la salivazione prosciugata dal deserto; divideva anche  la parte lavorativa della giornata da quella più piacevole dedicata alle chiacchierate. Il secondo bicchiere era zuccherato… per assaporare la vita. Il terzo dolcissimo per rilassarsi e disporsi positivamente verso gli altri… Questo era perlomeno quello che provavo io ogni volta che mi sedevo a bere il tè.
Gli anziani raccontavano le loro storie e noi giovani bevevamo, con avidità, le loro parole di saggezza, d’esperienza. Gli anziani c’insegnavano a ringraziare Allah per la protezione, la guida ed il sostegno che ci garantiva. Offro a voi questo tè ed il ricordo di quella vita dura ma onesta, schietta, veritiera e leale della quale sento la mancanza”.
Momenti di riflessione…
“Grazie Fadi”, disse Marco “chi desidera continuare?”
Afia prese la parola.
“Quello che mi ha attratto di questo ragazzo…”.
“Grazie del ragazzo” disse Fadi, che aveva 58 anni.
“Quello che mi ha attratto di quest’uomo maturo”, continuò Afia, abbozzando un sorriso, “è la sua  sincerità, a cui si aggiunge una grande empatia per il prossimo. Quando, con mio fratello, scappai dal villaggio per andare a cercare fortuna in Europa, non ero certamente conscia delle enormi difficoltà che avrei incontrato. Mio fratello Afe aveva il pallino della fotografia ed il suo sogno era quello di frequentare corsi di specializzazione e diventare un professionista affermato. Aveva lavorato duramente per comprarsi una macchina fotografica con la quale aveva iniziato a fare servizi fotografici, soprattutto matrimoniali, per i pochi “ricchi” che c’erano in circolazione. Faceva anche foto naturalistiche e ritratti e quello era il settore in cui si sentiva più portato. Non spendeva nulla oltre l’indispensabile per la sopravvivenza; metteva tutto da parte per affrontare il viaggio che lo avrebbe condotto verso un’esistenza migliore. Io sognavo con lui, ed ero disposta a tutto pur di seguirlo. Non avevamo documenti che ci consentissero di espatriare legalmente e così abbiamo seguito le strade della clandestinità, affidandoci il meno possibile a quelle organizzazioni criminali che sfruttano i sogni altrui. Per risparmiare, spesso abbiamo dormito all’aperto e viaggiato a piedi. Afe era sempre attento a non cacciarsi in situazioni pericolose, soprattutto per me, che a quel tempo ero una ragazzina attraente e quindi possibile oggetto di desiderio. Il viaggio era durissimo, ma proseguì fino a quando Afe si ferì gravemente in un incidente automobilistico.
Nessuno gli prestò un reale soccorso. Non riuscii a far valere i nostri diritti: eravamo in un paese straniero, ma forse sarebbe stato lo stesso anche nel nostro. Eravamo dei poveracci dei quali non importava nulla a nessuno.
Quando Afe morì ero disperata: scappai dalla città. Avevo con me solo pochi soldi, la sua macchina fotografica e tanta, tanta paura. Mi accucciai in un angolo, affamata, infreddolita e sconfortata. Pensavo a casa, ai miei genitori, a chi avevo lasciato. Pensavo a quando mamma portava il cous cous in tavola, un unico vassoio per tutti. Ognuno avrebbe dovuto servirsi da solo, regolandosi per la quantità. Prima gli anziani per rispetto, poi gli adulti che necessitano di più energie per il duro lavoro ed infine i bambini, a cui arrivava comunque sempre il necessario. Nulla andava sprecato e nessuno abusava della propria posizione. La mamma prendeva la sua parte per ultima, pronta a dividerla con qualche ospite dell’ultimo minuto.
Quel cous cous non era solo cibo con cui sfamarsi ma anche amicizia, condivisione, fratellanza… mi mancava il cous cous della mia famiglia. Ero affamata di quelle emozioni!
Poi pensai ad Allah, lo pregai di perdonare la mia fuga da casa e di proteggere me e la mia famiglia.
Mi risvegliò dai pensieri un altro fuggiasco che inseguiva il suo miraggio, il mio “ragazzo maturo”, disse ridendo ed indirizzando lo sguardo verso Fadi.
“Quando lo vidi comparire improvvisamente mi si raggelò il sangue, lui se ne accorse e mi disse: “anch’io ho una fifa da morire”.
Insieme abbiamo proseguito il viaggio, siamo arrivati in occidente e ci siamo sistemati niente male secondo i parametri di questo mondo. Grazie alla macchina fotografica di mio fratello, Fadi si è avviato alla professione di fotografo, divenendo il famoso artista internazionale oggi così ricercato che conoscete.
Quel mondo, che anche in Africa non esiste quasi più, mi manca; mi mancano la pace e la fratellanza che riesco a rivivere solo in momenti come questo.
Il cous cous che ho portato questa sera è stato cucinato con la ricetta originale della mamma e contiene anche il suo ingrediente segreto: l’amore per i propri cari”.
Intervenne Annette spezzando il momento di commozione generale: “Eh no, per cortesia non mettiamola su questo piano, altrimenti tra poco rischiate di vedermi annegare nelle lacrime.
Ho portato delle quiche, le torte con pasta brisée tipiche della Francia dove sono nata e cresciuta.
Era vecchia usanza nel mio paese, in occasione dell’arrivo della primavera e dell’autunno, cucinare le torte dolci e salate e poi portarle in piazza dove sarebbero state distribuite. Tutti erano impegnati nella preparazione delle torte. In famiglia ognuno dava il suo contributo: papà e nonno andavano a raccogliere le erbette nei campi, mamma e nonna stendevano la pasta, io e chi c’era dei miei cugini ci occupavamo di guarnirle. Poi si andava in piazza e la cosa più straordinaria era che tutti in quel giorno erano amici. I dissapori, in quella giornata, erano accantonati.
Gli assaggi erano offerti ed accettati con un sorriso sincero. L’atmosfera era gioiosa, armoniosa…si stava bene.
Ecco le mie torte della pace e dell’amicizia”.
“Come sei solare Annette”, esclamò Dorothy, “se tutti fossero come te il mondo non conoscerebbe le ostilità. Io invece porto una preparazione molto semplice ma che, per me, ha sempre avuto un grande significato, il pan cake.
Se non lo conoscete, è una specie di frittella che si prepara, soprattutto negli Stati Uniti del Sud, per colazione; viene poi guarnita secondo i gusti personali con sciroppi vari, in particolare quello di acero.
Quando ero piccola la mamma preparava quasi ogni mattina il pan cake per colazione. All’annuncio che la colazione era pronta, correvo verso il momento che ho sempre considerato il più bello della giornata. Era l’unico momento in cui tutti erano a tavola, mamma, papà ed i miei due fratelli. Si scherzava e si rideva intorno alla tavola, poi ognuno andava verso le proprie occupazioni: lavoro, scuola, sport. Si pranzava fuori e la cena era solitaria, poiché ognuno rincasava ad orari troppo diversi.
Il pan cake era il cibo che ci univa.
Col passare del tempo, il pan cake fu sostituito da snack e caffè consumati di fretta dietro il bancone di un bar o in un botteghino lungo la strada.
Spinta da un cieco idealismo, mi arruolai nella Polizia di frontiera con la ferrea determinazione di voler arrestare l’immigrazione clandestina, che consideravo la rovina del paese. Per un paio d’anni interpretai il ruolo della poliziotta di ferro, inflessibile, integerrima, tutta d’un pezzo, ma quello che vedevo tutti i giorni, goccia dopo goccia, minava le mie certezze.
Quelli che prima vedevo come delinquenti che arrivavano per ingrossare le file della criminalità o per sfruttare le ricchezze che con il sudore noi americani c’eravamo guadagnati, iniziavano ad apparirmi come povera gente in fuga dalla miseria e dai soprusi, in cerca di una vita più libera.
Una vita difficile la loro, della quale noi ricchi gringos avevamo molte responsabilità.
L’ennesimo episodio di violenza verso i clandestini da parte dei volontari di “supporto” alle forze dell’ordine regolari mi mandò in ulteriore confusione: una coppia era stata massacrata di botte, lei era morta ed il compagno, se fosse sopravvissuto, avrebbe avuto danni permanenti.
I bulli di turno parlavano di lezione esemplare, di deterrente. Mi allontanai nel deserto con la scusa di controllare la zona. Sedetti con la testa fra le mani cercando di fermare quel pulsante mal di testa e quella violenta angoscia che mi attanagliava. Fu allora che sentii un rumore impercettibile che proveniva da una nicchia nel terreno, seguito da un respiro nascosto.
Presi la torcia per illuminare l’anfratto; illuminai Joseo. Mi guardò fisso negli occhi, non cercò di giustificarsi, non parlò; in quello sguardo umile ma fiero c’era la risposta a tutti i miei tormenti”.
Lo sguardo di tutto il gruppo si posò su Joseo, che allargò le braccia e sorrise in modo disarmante.
“Riposi la pistola e gli dissi: “Se ti muovi di qui non hai nessuna possibilità di cavartela. Tra qualche ora torno a prenderti. Scegli tu se fidarti o no!”. Lui continuò a guardarmi senza parlare.
Quando tornai era ancora lì; lo portai a casa mia. Rimanemmo tutta la notte a parlare di noi e delle nostre esperienze di vita, delle nostre emozioni, delle nostre speranze. Al mattino, andai in drogheria e comprai l’occorrente per preparare il pan cake. Quella mattina abbiamo fatto colazione insieme: mi sentivo nuovamente a casa. Finalmente ero di nuovo in pace con me stessa e con il mondo.
Joseo è diventato mio marito dopo la prova del pan cake”.
L’improvvisa battuta suscitò l’ilarità generale.
“Dopo pochi giorni mi licenziai…e smisi di mangiare di corsa al bar”.
“Che donna ho sposato, eh?…”, disse Joseo.
“Ora tocca a me parlare delle mie preparazioni! Se voi italiani siete conosciuti nel mondo come mangiaspaghetti”, disse Joseo volgendo distrattamente le mani verso Marco e Luca, “noi messicani siamo conosciuti come mangiatortillas. Tortillas, tacos e frijoles sono il cibo di tutti, è quello che trovi sempre nelle fieste di famiglia, di quartiere, di paese.
Mi nonno mi diceva sempre: “Ringrazia Dio per il cibo che ti sta dando, se non lo fai sei un ladro. E dopo offrilo ai tuoi amici. Guarda negli occhi le persone per capire se sono tuoi amici o se cercano di sfruttarti, negli occhi di una persona c’è la sua storia, la verità. Ti capiterà di mangiare con persone diverse, ma le tortillas le mangerai con gusto solo con chi ha la pace dentro”.
Quello stesso giorno, a casa di Dorothy, dopo colazione, uscii ed andai a comprare gli ingredienti per cucinare tortillas, tacos e frijoles. Ringraziai Dio per avermi protetto e per il cibo che mi aveva donato; io e Dorothy mangiammo con gusto guardandoci negli occhi. Allora compresi che la fatalità non esiste e che tutto quello che ci accade serve a farci fare esperienza, a farci crescere.
Dio ci presenta delle situazioni alle quali noi possiamo rispondere con il nostro egoismo o con il nostro amore, possiamo scegliere la pace o la guerra”.
Fadi stava servendo il secondo giro di tè, quello per assaporare la vita. Lo versò a Bihn.
“Amico mio”, disse Fadi, “tocca a te parlare. Sei talmente riservato che se non ci pensa questo figlio di cammello rompiscatole ad invitarti a parlare, sono sicuro che resteresti tutta la sera zitto ad ascoltare gli altri”.
“Lo sapete che non sono un campione di loquacità”, osservò Bihn, “mi piace ascoltare i vostri discorsi pieni di vita”.
Bihn era sempre umile, gentile e riservato, un amico di poche parole, ma del quale ti puoi fidare ciecamente. Veniva dalla Cambogia ed era scampato per miracolo al massacro del suo villaggio da parte dei Khmer rossi.
In quelle scorribande, ordinate dal governo di Pol Pot, erano risparmiati solo i bambini, che i Khmer volevano crescere ed educare senza storia, senza tradizione, senza...
Erano le famose matrici bianche di cui parlava il regime e sulle quali voleva scrivere la sua di storia.
I legami con la cultura del passato erano sistematicamente distrutti, tutti gli uomini e le donne venivano, specialmente se istruiti, trucidati.
“Ero poco più di un bimbo”, continuò Bihn, “ero stato momentaneamente risparmiato dai soldati, ma ad ogni momento che passava mi rendevo conto che magari ero troppo grande per loro, che non volevano ragazzi cresciuti, perché più difficili da istruire. Pregavo senza sapere a chi rivolgermi. Papà mi aveva detto che bisogna imparare a tollerare quello che ci succede, ma ora che lui era morto, non sapevo a chi chiedere consiglio, non avevo più riferimenti perché tutti erano stati uccisi… semplicemente pregavo.
Non sapevo se si poteva fare, se era giusto farlo, ma pregavo Buddha di aiutarmi.
Un giorno scappai nella giungla. Non notarono subito la mia fuga, e quando lo fecero, probabilmente non m’inseguirono perché immaginarono che ci avrebbe pensato la giungla stessa ad uccidermi. Dopo due giorni mi ero perso, non sapevo dove andare, non avevo nulla da mangiare, ma continuavo a sperare, continuavo a pregare.
Incontrai un piccolo villaggio sperduto, abitato da umili agricoltori. Erano impauriti dalla mia presenza, avevano subito compreso che ero un fuggiasco e sapevano che se i Khmer avessero saputo del loro aiuto, non avrebbero esitato a sterminarli. Non volevano denunciarmi, ma avevano troppa paura, e chiedevano che me n’andassi immediatamente…
Sembrava mia madre quella signora che mi venne incontro porgendomi delle canne di bambù ripiene di  riso.
È un modo tradizionale di cucinare il riso: è messo dentro le canne di bambù e poi cotto nell’acqua. Rimane caldo e si conserva più a lungo in quel contenitore naturale.
La signora aveva il volto segnato dalle lacrime, ma non piangeva più perché non aveva più lacrime per farlo.
Gli altri abitanti del villaggio si guardarono tra loro, andarono nelle loro case e mi portarono viveri e alcuni oggetti che mi consentirono di sopravvivere.
Il marito della signora mi fece compagnia nella giungla per tutto il giorno. La sua esperienza ci consentì di evitare una pattuglia di Khmer, dei quali io non mi sarei mai accorto. Mi indicò la strada per la Thailandia, la strada della salvezza.
Non ho mai rivisto quelle persone, ma il sapore di quel riso non lo dimenticherò mai.
Quando qualcuno nel mio ristorante vegetariano ordina il riso in canna di bambù, non sa che ordina un pezzo del mio cuore”.
“Profumano d’amore e di pace le canne di bambù che hai portato”, disse Marco: “Grazie!”
“Tocca a me ora!” esclamò Luca.
“Come cuoco anche io sono una frana, ma fortunatamente ho amici come voi che spesso mi invitano a cena. Senza di voi rischierei la morte per denutrizione”.
Le espressioni e i movimenti di Luca suscitarono il sorriso nei volti degli amici.
Sempre scherzoso ed affabile, amico di tutti, Luca riusciva a suscitare ottimismo anche nelle situazioni più difficili.
“Il nonno viveva in campagna” proseguì Luca “ed era usanza che la domenica pomeriggio gli amici si ritrovassero nei vari cascinali per la merenda. La domenica era il giorno per eccellenza da dedicare a Dio, alla famiglia, agli amici. Ognuno portava qualcosa da casa; ci si riuniva in cucina d’inverno e sotto il porticato d’estate. La televisione era tassativamente spenta ed i discorsi non contemplavano pettegolezzi o critiche: si parlava delle famiglie, di come collaborare, di come aiutarsi… Si stava bene insieme.
Quei tempi paiono perduti, i ritmi lenti della campagna non interessano più a nessuno. Quelle emozioni e quei sentimenti rivivono però intorno a questa tavola. Ecco il pane e il formaggio delle merende”.
Luca scoprì il vassoio che aveva portato.
“Non ci crederete, ma questi prodotti non sono stati comprati in negozio: li ho preparati con le mie mani…beh, ad essere sincero con la supervisione di un professionista”, aggiunge schiacciando l’occhiolino a Bihn, che rivolse lo sguardo verso l’alto come ad esimersi dal coinvolgimento.
“Sei sempre sorprendente”, disse Radha, prendendo le mani di Luca tra le sue.
“Io ho preparato il kitchiri. È il piatto che ogni giorno l’organizzazione umanitaria della quale io e Marco siamo membri attivi, distribuisce in India a decine di migliaia di poveri. Riso, legumi e verdura sono i semplici ingredienti del kitchiri e garantiscono il necessario apporto calorico.
Sono nata in una famiglia benestante e molto devota. Posizione sociale privilegiata e aderenza ai principi della religione c’invitavano a fare qualcosa per i meno fortunati: ogni giorno, nella nostra cucina, si preparava una discreta quantità di kitchiri da distribuire ai poveri.
Nella cultura indiana originale, la misericordia e la compassione sono concetti pratici, che gli uomini di conoscenza e spiritualità applicano quotidianamente. Sin da piccola ho visto nel kitchiri uno strumento d’amore e di fratellanza”.
“Ricordo ancora come se fosse appena accaduto”, intervenne Marco, “il mio primo incontro con i genitori di Radha. Senza troppi giri di parole, avevano manifestato tutte le loro preoccupazioni per le mie origini occidentali. Quello che li spaventava non era il colore della mia pelle o il paese dal quale provenivo, bensì i valori dell’occidente. Li spaventava la cultura dell’apparire e non dell’essere che l’occidente stava esportando anche nel loro paese. Il padre continuava a ripetermi che quel presupposto, pericolosissimo, è alla base dei conflitti. “Se non comprendi chi sei tu veramente, se non ricerchi la tua natura spirituale, se non metti Dio al centro delle tue attività, non potrai mai essere veramente utile a te stesso e alla tua famiglia, che dire degli altri. Tu parli di pace nel mondo”, mi diceva “ma sei sicuro di essere in pace con te stesso? Per essere in pace con se stessi e per distribuire la pace, bisogna innanzitutto capire cosa può darci la vera felicità e di conseguenza la pace. Puoi riempire mia figlia di regali, puoi offrirle una vita agiata, ma se non sei in grado di comprendere il fine dell’esistenza umana, trascinerai anche lei nel fallimento. Non sono i regali o le agevolazioni che ci fanno stare bene. Certo, non disdegniamo le facilitazioni, ma è bene ricordare che sono effimere. Se pensiamo che l’opulenza materiale sia il fine e non un mezzo, le nostre aspettative rimarranno insoddisfatte e cercheremo di scaricare le nostre di frustrazioni sugli altri. Per parlare seriamente di pace bisogna ritrovarla in noi stessi; bisogna essere sereni e felici dentro”. Finito di parlare mi guardò negli occhi: il suo sguardo era profondo e grave, ed al contempo dolce ed affascinante. “Sono qui per imparare”, risposi, “voglio imparare ad amare”. Senza abbassare lo sguardo Chaitanya, il padre di Radha, continuò: “Tra poco pranzeremo e naturalmente sei invitato a restare. Il cibo che mangerai è stato preparato con amore ed è stato offerto a Krishna, Dio, prima di essere consumato. Lui accetta la nostra offerta fatta con devozione e la ricambia rendendo il cibo un veicolo del suo amore. Cambia la tua vita iniziando dal cibo, nutriti d’amore e ne diventerai un messaggero. Smetti di cibarti di violenza. Krishna, Dio, non accetterà mai come cibo un povero essere vivente massacrato per soddisfare il palato”. “Sono vegetariano”, intervenni. “Questo è buono” disse Chaitanya “ma non è tutto. Krishna ci ha detto che gradisce frutta, foglie, cereali, fiori, ma ricorda che quello a cui tiene di più è il sentimento con cui offriamo quei doni, che Lui stesso ci mette a disposizione attraverso la natura. Essere vegetariani è importante, è un buon punto di partenza, ma non è sufficiente. Se non restituisci i doni a Dio, il legittimo proprietario, rimarrai un approfittatore anche se più raffinato”. Ero diventato vegetariano perché non tolleravo la violenza e anche per ragioni di salute, ma le parole di Chaitanya stavano mostrando un aspetto più profondo del vegetarianismo. Il cibo che gustai quel giorno a casa di Chaitanya trasformò la mia vita.
Ieri ho pensato a lungo a quali preparazioni avrei dovuto cucinare per questa sera e non riuscivo a decidermi. Mi sono così recato in campagna da Giorgio, un caro amico che mi ha lasciato scegliere frutta e verdura direttamente dagli alberi e dai suoi campi. Ho cercato le cose migliori, poi ho preso acqua di fonte e raccolto i fiori nei campi. È quello che vedete sul tavolo: acqua, fiori, frutti, raccolti per essere offerti a Dio e poi a voi amici”.
Fadi servì il terzo bicchierino di tè verde alla menta, quello dell’amicizia.
Annette stava meditando sulla scritta incorniciata sulla parete della stanza.
Tutti seguirono il suo sguardo e lessero la frase, La pace è dentro di te…vivila.
Quella semplice frase che avevano letto molte volte evocava sempre nuovi sentimenti.
“Quanti siamo?”, disse Annette, rivolgendosi agli amici.
“Molti”, rispose Fadi, “più di quelli che possiamo immaginare”.
“Sempre più persone sono stufe degli stereotipi propinati dal consumismo”, aggiunse Dorothy.
“Forse il problema è che non c’è collegamento tra noi”, intervenne Luca.
Le ultime frasi continuarono a fluttuare nell’aria per lunghissimi momenti.
Scorci di vita riaffiorarono nei pensieri degli amici…emozioni risvegliate si fusero in un abbraccio comune… paure sottili turbarono gli animi.
Marco l’ispiratore del gruppo, si alzò lentamente, trovò un vissuto blocco per appunti, dal quale lesse una sua antica riflessione:
“Per cambiare il mondo dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi.
I grandi raduni, i grandi avvenimenti, risvegliano le coscienze ed aiutano le persone a scoprire i valori autentici, ma è con i piccoli gesti quotidiani che trasformiamo le nostre vite e contagiamo positivamente quelle degli altri.
Ogni giorno dobbiamo fare delle scelte, scegliere se alimentare l’aspetto negativo di noi stessi, quello che si nutre di paura, collera, invidia, tristezza, rimpianto, avidità, arroganza, ambizione, risentimento, falsità, orgoglio, separatismo; oppure la parte del cuore: gioia, amore, speranza, serenità, umiltà, gentilezza, benevolenza, amicizia, empatia, generosità, veridicità, compassione e fede in Dio.
Ogni giorno dobbiamo scegliere se stare con la pace…”.

 

   Parabhakti das

 

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