Dizionario della Saggezza indice
L'Ozio
Dal latino otium il termine ozio rimanda alla solitudine, intesa come dedizione alla contemplazione, alla riflessione, agli studi, ed è contrapposto al termine negotium, "non ozio" inteso come attività lavorativa. Il termine è diventato nel tempo sinonimo di pigrizia, inerzia, ma come scrive Salvatore Natoli nel seguente articolo tratto da Avvenire del 25 aprile 2001, l’ozio non è sempre stato condannato come vizio sociale, l'ozio non è sempre stato il padre dei vizi.
"Il nostro tempo è caratterizzato dalla frenesia, dall'attivismo, dal produrre per consumare, da un consumare spesso definalizzato e perciò da un produrre per il produrre. Di qui un lavoro obbligato, costretto com'è nei ritmi della produzione, ed insieme un consumo senza gioia. A fronte dell'imperativo della produzione, mimetizzato nelle parole correnti "crescita", "sviluppo", larga parte della popolazione mondiale ha poco di che nutrirsi e in molti casi è priva del necessario per sopravvivere. Tutto ciò dovrebbe destare un qualche sospetto, dovrebbe suggerire che questo ampio e generalizzato produrre è frutto di una qualche distorsione e, ad ogni modo, la produce.
Nel mondo contemporaneo il produrre è divenuto un dovere. Il moderno ha privilegiato l'homo faber quel tipo d'uomo ove l'obbligo di produrre prevale sul libero agire.
Una società che misura il tempo in termini di danaro ha in avversione l'ozio e per i moderni, infatti, tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed effetto, s'instaura una circolarità viziosa. Questa convinzione, per altro era già degli antichi: otia dant vitia. I moderni radicalizzano quest'idea, in certo senso la portano alle sue estreme conseguenze. E tuttavia il moderno nel condannare l'ozio come spreco del tempo e occasione di dissipazione mette tra parentesi - fino poi a dimenticarlo del tutto - l'otium di cui parlavano gli antichi. Quell'ozio opposto, appunto, al negotium, sottratto al giro degli affari, al circuito immediato della produzione e del consumo. L'ozio, concepito al modo degli antichi, non è infatti una fuga dal lavoro, ma, al contrario, coincide con l'agire libero e più esattamente con il modo d'agire proprio degli uomini liberi.
L'età moderna, centrata com'è sull'etica capitalista del lavoro, ha perso di vista la concezione antica dell'ozio e in quei pochi casi in cui lo prende in considerazione lo confonde con quel che in senso lato siamo usi chiamare "svago". Una società improntata ad una logica eminentemente espansiva intende lo svago in funzione del lavoro, lo vede come una necessaria momentanea sospensione dalla fatica in vista di una migliore ripresa, di una più alta efficienza lavorativa.
Per i moderni l'ozio ha dunque senso solo se lo si assume come una pausa - giustificata - dal lavoro e non viene invece concepito come un'attività libera, come il "tempo dell'opera", di cui cifra assoluta è l'opera d'arte. L'arte infatti è insieme lavoro, libertà/creatività, grazia. Gli uomini moderni hanno dimenticato l'idea antica di ozio e tuttavia non mancano di lamentare ad ogni momento - pavesianamente - che lavorare stanca.
La società moderna è caratterizzata da singolari contraddizioni:
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ha celebrato il lavoro come mezzo d'emancipazione e di libertà e ne è divenuta vittima. Di qui lavoro obbligato e produzione non necessaria: in breve fatica e spreco.
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ha bandito l'ozio - massimo tra i vizi - e non riesce a garantire, come dovrebbe, lavoro per tutti. È singolare che una società nata dalla condanna dell'ozio abbia finito per generare disoccupazione. Si vede che lavora male o, in ogni caso, non come dovrebbe.
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infine viviamo in una società in cui si celebra il lavoro ma in genere la maggior parte di coloro che lavorano non amano affatto quel che fanno anzi lo soffrono.


