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Scetticismo

Indirizzo di pensiero che, attraverso una rigorosa indagine, mette a fondamento dell'etica una critica serrata di tutta la scienza.

 

GRECIA ANTICA
Sorto verso la fine del sec. IV a. C., lo scetticismo è l'espressione del profondo disagio in cui le varie scuole filosofiche si trovavano per l'insuccesso nella ricerca della verità assoluta nell'ambito della conoscenza. La ricerca viene quindi spostata dall'oggetto (il mondo) al soggetto (l'uomo) per spiegare le ragioni dei suoi limiti. Sotto questo aspetto lo scetticismo ha la sua origine in Socrate, anche se viene precisando i suoi aspetti solo con Pirrone (ca. 360-ca. 270 a. C.) alcuni decenni dopo la morte del maestro. Pirrone fondò la sua scuola a Elide basandola sui problemi morali e dandole come fine il raggiungimento della felicità umana. Fondamento di questo insegnamento morale è il giudizio che in natura le cose sono "tutte ugualmente incerte e indiscernibili"; il saggio di conseguenza non deve presumere di esprimere opinioni su di esse, ma astenersi dal discorrere sulla loro natura (afasia), dal dare giudizi (epoché) e rimanere di fronte a esse imperturbabile (atarassia), anzi felicemente indifferente (apatia): posizione finale, questa, comune con quella dei gimnosofi indiani. In questi termini lo scetticismo rappresenta una lotta aperta al dogmatismo e questo sarà il bersaglio di Timone di Fliunte nei suoi Silloi (Satire). L'eredità del pirronismo passò alla Media Accademia, che ebbe a principali maestri Arcesilao di Pitane (315-240 a. C.) e Carneade di Cirene (ca. 219-129 a. C.), i quali diedero allo scetticismo nuovi sviluppi: Arcesilao scoprì elementi di scetticismo anche nei Dialoghi di Platone (confutazione delle tesi dell'avversario usando le sue stesse proposizioni con le quali le aveva avanzate; l'affermazione del Timeo sull'inconoscibilità della natura, ecc.), ma si fondò principalmente sull'impossibilità di distinguere con certezza una rappresentazione vera da un'altra falsa. Necessaria quindi una sospensione di giudizio (epoché), che suona come un preciso ammonimento: in filosofia nulla si deve dare come certo. Carneade rimase nel solco del procedimento socratico e combatté l'avversario con le sue stesse proposizioni, ma di un problema elencava anche tutte le soluzioni date per dimostrare che le une distruggevano le altre. Contro la dottrina dell'assenso e della persuasione della scuola stoica egli obiettava che, se era vero che le rappresentazioni potevano essere "persuasive", ciò non significava affatto che fossero "vere". Suo continuatore fu Clitomaco di Cartagine (187-110 a. C.), che portò la scuola a uno scetticismo più radicale, al quale reagì Filone di Larissa (160-79 a. C.), che si collocò su posizioni semi-dogmatiche riportando la scuola su di una linea probabilistica: le cose di per sé possono essere conosciute con certezza, alla quale tuttavia noi non siamo ancora pervenuti; dobbiamo quindi giudicarle almeno probabili. In polemica con Filone si fece assertore di un maggior rigore scettico Enesidemo di Cnosso, che giustificava l'epoché con ben dieci argomentazioni. Su questa strada si mantenne rigorosamente Sesto Empirico (180-220 d. C.): anche in lui la posizione scettica si radicalizzò al punto da investire non solo il ragionamento dogmatico, ma anche quello scettico: egli analizzò nuovamente i fondamenti del dogmatismo dimostrando che non hanno consistenza alcuna di fronte alla realtà. Lo scetticismo antico aveva così raggiunto il suo scopo di battere il dogmatismo e di dissolvere i dualismi dei postaristotelici; nel contempo aveva ampliato la funzione del dubbio socratico, rivelando nuove esigenze dello spirito umano.

 

DAL RINASCIMENTO AL PENSIERO MODERNO
Nel Medioevo lo scetticismo scomparve del tutto dalla cultura filosofica occidentale. Per la prima volta esso riapparve nel tardo Rinascimento nel pensiero di M. Montaigne. La constatazione della debolezza, dell'incertezza, dell'insicurezza del sapere umano conduce Montaigne allo scetticismo da lui inteso come un continuo e ininterrotto tentare ed esperimentare, una prova e un tirocinio senza soste e che non conoscono mai fine giacché appare impossibile il conseguimento di una certezza assoluta. In questo stesso senso lo scetticismo veniva inteso da P. Charron (1541-1603) nel suo saggio Sulla saggezza e da F. Sánchez nella sua opera Quod nihil scitur (1581). Ma si tratta, in tutti questi casi, più di una tendenza e di un atteggiamento scettici che non di uno scetticismo vero e proprio, sistematico e rigoroso. Nel sec. XVIII Hume sostenne una forma mitigata e attenuata di scetticismo consistente nella "limitazione delle nostre ricerche a quegli oggetti che meglio si adattano alla ristretta capacità della mente umana". Nella filosofia moderna e contemporanea lo scetticismo, anziché essere esplicitamente teorizzato,viene piuttosto usato come un'arma critica nei confronti di filosofie dogmatiche o che pretendono di dare una sistemazione definitiva ed esaustiva del sapere umano. Così, nell'ambito della filosofia moderna E. A. Schulze intitolò Enesidemo (dal nome dell'antico filosofo scettico) una sua opera pubblicata nel 1792 in cui rivendicava la validità, opponendola al razionalismo di Kant, dello scetticismo di Hume. Fra i contemporanei G. Rensi (Lineamenti di filosofia scettica, 1919) si rifece allo scetticismo per combattere l'idealismo d'ispirazione hegeliana che, a opera di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, andava diffondendosi in Italia nei primi decenni del sec. XX.

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