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di Federico E. Perozziello   indice articoli

 

Amore e Psicoanalisi

Ottobre 2012

 

“Di regola le grandi decisioni della vita umana hanno a che fare più con gli istinti che con la volontà cosciente e la ragionevolezza.”     Carl Gustav Jung

 

Uno dei racconti più belli di Arthur Schnitzler è senza dubbio il Ritorno di Casanova (Casanovas Heimfahrt), un romanzo breve, dalla trama verosimile, ma assolutamente fantastica, che racconta il soggiorno a Mantova di un Casanova cinquantenne. Un uomo malinconico e tuttavia non rassegnato, prigioniero della propria fama e del tempo che passa, il quale sta brigando da tempo per tornare in patria e rivedere l’amata Venezia, la città da cui è fuggito in anni giovanili per darsi all’avventura e al libertinaggio. Vi sono altri libri di Schnitzler che possono essere citati per la complementarietà delle riflessioni in essi contenute con le teorie psicoanalitiche. Molto conosciuto, grazie al film di Stanley Kubrick Eyes Wide Shut del 1999a esso ispirato, è Doppio Sogno (Traumnovelle) del 1926, sul lato erotico e dissipatorio più oscuro del rapporto di coppia.

 

Arthur SchnitzlerIl libro di Schnitzler che maggiormente risente di un’impostazione psicoanalitica è Fuga nelle tenebre (Flucht in die Finsternis) del 1931. In questo racconto assistiamo al progressivo cedere della personalità del soggetto alle ossessioni. Per Robert, il protagonista del romanzo, si tratterà di un vero e proprio cammino verso la follia, in cui il suo io narrante ci condurrà, svelandosi in ogni fobia. La nevrosi di questo personaggio aveva avuto inizio sommessamente, qualche tempo dopo l’abbandono da parte dell’amante Alberta, la quale aveva deciso di sposare un altro uomo. Inizialmente si era trattato solo di ansie sfumate, di timori, che scivoleranno progressivamente nell’angoscia di aver commesso chissà quali misfatti. Delitti di cui Robert conservava solo un tenue, ma straziante ed indefinito ricordo. Colpe di cui non si comprenderà mai fino in fondo se ne siano stati a conoscenza anche gli altri protagonisti del romanzo, oppure si sia trattato solo di fantasmi evocati da un rapporto disturbato con la realtà, distorsioni patologiche di una sensibilità accesa e malata.
Racconta  Schnitzler:

 

“… In quella trattoria, dove nessuno poteva supporre che si trovasse a quell’ora, nella luce crepuscolare di un primo pomeriggio di dicembre, gli sembrò di essersi staccato da tutti coloro ai quali, ancora la mattina, si era creduto umanamente legato; tutti: fidanzata, fratello e amici erano come ombre del passato. E allo stesso tempo ebbe l’impressione di dover anch’egli apparire in quell’ora come un’immagine sbiadita e fluttuante nel ricordo di quelle persone.  Questa considerazione gli procurò dapprima solo una specie di brivido strano, quasi dolce, che si trasformò però a poco a poco in un leggero orrore; infine fu colto da un’angoscia che lo spinse a riprendere la strada della città attraverso viali umidi, spopolati e in penombra, come se ogni passo che lo portava più vicino alla vita reale avesse anche la forza di trasformare il suo ricordo sbiadito in un’immagine più precisa e vivace nel cuore di coloro che lo amavano…”

- da Arthur Schnitzler, Fuga nelle tenebre (Flucht in die Finsternis), 1931, trad. di Giuseppe Farese, Milano, 1985

 

I tentativi di salvarlo messi in atto da Otto, il fratello medico, non sortiranno a nulla. Inutile lo sforzo da terapeuta esperto di cercare di opporsi alla follia progressiva che ha invaso la mente del malato. Ormai incapace di resistere ad eventi tragici, che sono del tutto immaginari, ma per lui assolutamente reali, Robert ucciderà il fratello scambiandolo per uno dei suoi persecutori. Troverà subito dopo la morte, cadendo in un dirupo in una fuga questa sì reale, ma ormai senza meta o possibile salvezza. Il libro si chiude con una riflessione del dottor Leinbach, illustre medico viennese, un po’ filosofo e contemporaneamente spettatore molesto ed ingombrante di tutta la vicenda, la cui figura appare decisamente tratteggiata da Schnitzler sul modello dello stesso Freud, con cui lo scrittore ebbe raffinati scambi epistolari:

 

“… Le annotazioni trovate nella sua borsa da viaggio furono consegnate al tribunale e rese pubbliche per sommi capi. Il caso era, in tutta la sua desolazione, assolutamente chiaro: mania di persecuzione, chi poteva dubitarne? Il dottor Leinbach, tuttavia, aveva una sua opinione in merito e non esitò ad affidarla alle pagine del suo accurato diario. « Il mio povero amico » scrisse « è stato tormentato dall’idea fissa, questo è il termine esatto, di dover morire per mano del fratello; e il susseguirsi degli avvenimenti gli ha dato alla fine ragione. Non è stato certo in grado di prevedere come si sarebbe giunti a poco a poco a quella conclusione. Ma non si può contestare che ne abbia avuto il presentimento. E cosa sono i presentimenti? Niente altro che ragionamenti nell’ambito dell’inconscio. La logica del metafisico, si potrebbe forse chiamarli. Noi parliamo invece di rappresentazioni ossessive! Se siamo autorizzati a farlo, se questo termine – come parecchi altri – non rappresenti in realtà una scappatoia – un rifugiarsi nel sistema per sfuggire alla irrequieta molteplicità dei casi singoli - questa è un’altra questione…”

- da Arthur Schnitzler, Fuga nelle tenebre (Flucht in die Finsternis), 1931, trad. di Giuseppe Farese, Milano, 1985 (17)

 

Alcune idee di fondo introdotte da Freud erano talmente innovative ed imbarazzanti per la morale comune da risultare difficili da accettare per la chiesa e le istituzioni. La sua visione costitutiva della personalità umana, fondata secondo Freud sull’importanza attribuita alle pulsioni sessuali come elementi essenziali e regolatori, alimentò molte polemiche tra la borghesia europea del tempo, che trovava scandaloso parlare apertamente di questi argomenti. Anche tra gli addetti ai lavori, altri psichiatri e seguaci dello stesso Freud, le opinioni furono discordi. Questi ultimi ritenevano eccessivo il ruolo che lo studioso viennese attribuiva alle pulsioni sessuali nel formarsi e nello strutturarsi della personalità dell’individuo. Le idee di Freud, interpretate senza troppe distinzioni o sottigliezze argomentative, potevano dare luogo facilmente a qualche sconcerto anche in animi preparati a confrontarsi con esse. In un saggio del 1912-1913 dal titolo di Totem e tabù, il complesso edipico assumerà infine la valenza più generale di costituente della struttura sociale.  Nelle tribù primitive, l’odio del figlio nei confronti del padre sarà all’origine del periodico cambiamento nella gerarchia del gruppo sociale di appartenenza. La necessità di alleviare il senso di colpa, generato nella prole dalla sostituzione nel ruolo paterno, darà origine a comportamenti rituali in grado di alleviare l’angoscia. Secondo Freud questi comportamenti e un sistema complesso di prescrizioni e divieti, costruito di conseguenza, erano alla base di molte nevrosi ossessive della società moderna. Nel 1909, dopo il consolidarsi del successo raggiunto dalle sue teorie tra i medici europei, Freud fu invitato a tenere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti. Insieme a lui partì anche lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961), l’allievo fino ad allora prediletto. Ne seguirono le Cinque conferenze sulla Psicoanalisi, tenutesi alla Clark University di Worchester, nel Massachussetts. Il viaggio in America costituì l’inizio dei dissapori tra Jung e Freud. Jung aveva preso ad elaborare una teoria psicoanalitica della personalità in cui la libido, la pulsione base della personalità umana, dotata di caratteristiche prevalentemente di tipo sessuale secondo Freud, cessava di essere collegata soltanto all’attività erotica, per assumere i caratteri di un’energia di fondo propria della psiche stessa. I continui richiami di Freud alla sessualità come motore principale del comportamento umano continuavano intanto a suscitare riprovazioni e prese di posizione scandalistiche da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico. In realtà, le teorie di Freud sulla sessualità non provenivano dal nulla, ma erano un condensato armonico, non privo naturalmente di intuizioni originali, degli studi di altre personalità scientifiche di quei tempi, come il medico e psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing (1840–1902) ed il suo collega inglese Havelock Ellis (1859-1939), che avevano già suscitato scalpore nell’opinione pubblica dell’epoca. A Norimberga, il 30 e 31 marzo del 1910, si tenne un Congresso Internazionale di Psicoanalisi che nelle intenzioni dello stesso Freud doveva sancire la consacrazione di un movimento psicoanalitico omogeneo e scientificamente autorevole. Si trattò invece di un preludio alla frattura tra le diverse posizioni dei più autorevoli studiosi della materia. La proposta di eleggere Jung presidente a vita del Movimento, con potere di veto e di sconfessione degli articoli e teorie di altri studiosi che fossero stati giudicati eterodossi, venne respinta. La separazione ideologica e programmatica generatasi in questa sede tra freudiani e junghiani non rimase senza conseguenze.

A questo punto occorre fare un piccolo passo indietro e parlare di una vicenda personale successa nel frattempo a Jung. Una storia umana che da strettamente privata finì invece con l’avere delle ripercussioni esistenziali e speculative importanti, anche se venne occultata per anni e forzatamente dimenticata, nel tentativo forse dello stesso Jung di cancellarla dalla propria biografia più esemplare.

 

Carl Gustav Jung da giovaneI laghi della Svizzera sono particolarmente belli ed insondabili. Sembrano nascondere molti segreti, misteri difficili da comprendere e svelare, che utilizzano per occultarsi lo splendore del paesaggio. A volte alla bellezza dei luoghi fa da contrasto la sensazione di una incapacità degli abitanti ad apprezzare pienamente quella meraviglia, quasi che la bellezza, pur evidente e sparsa a piene mani, finisca per assuefare e rendere l’anima meno sensibile alla propria forza evocatrice. Carl Gustav Jung (1875-1961) era nato nel cantone di Turgovia, a maggioranza protestante. Carl era figlio di Paul Jung, teologo e pastore della chiesa locale, che si era trasferito a Basilea nel 1879. In questa città, oltre ad esercitare una carica religiosa, il padre di Jung si adoperava nella cura delle anime dei ricoverati presso il manicomio cittadino. Bambino riflessivo e solitario, Jung si iscrisse alla facoltà di medicina di Basilea, dove si laureò nel 1900 con una tesi sulla psicopatologia dei fenomeni occulti, un argomento che lo avrebbe affascinato anche negli anni a venire. Carl Gustav Jung e la moglie Emma RauschenbachDopo la laurea cominciò a lavorare all’istituto psichiatrico dell’università di Zurigo e nel 1903 si sposò con Emma Rauschenbach, erede di una ricca famiglia di industriali svizzero tedeschi, un matrimonio che sarebbe durato fino alla morte della moglie nel 1955. La vita che Jung trascorse a Zurigo, giovane medico cultore della psicoanalisi e delle innovative teorie freudiane, si intrecciò nel 1904 con quella di una donna portatrice di un particolare caso clinico ed umano. Il nome di questa persona era Sabine Spielrein. Sabine era figlia di un agiato mercante russo di religione ebraica ed era affetta da una forma severa di isteria. Disperando di poter curare la figlia seguendo i metodi della psichiatria tradizionale di tipo coercitivo e contenitivo, che avevano completamente fallito, i genitori si rivolsero a Jung.

 

La terapia psicoanalitica che Jung utilizzò nell’Ospedale di Zurigo, il Burghölzli, insieme all’abbandono dei metodi di contenzione fino ad allora utilizzati, fecero il resto. Sabine guarì, anche se l’utilizzo di questo termine può sembrare un po’ limitativo, perché la giovane donna si innamorò, ricambiata, dello stesso Jung. La relazione fu coinvolgente ed appassionata e durò dal 1908 fino al 1911. Inizialmente Jung visse questo sentimento con trasporto ed allo stesso tempo sconcertato dal fatto di non riuscire a controllare i propri sentimenti ed azioni. Preoccupato ne scrisse a Freud, dando origine ad uno dei carteggi più interessanti e suggestivi della storia della psicoanalisi, lettere illuminanti sul rapporto tra Freud ed Jung, insieme a quello tra medico e paziente a riguardo dei suoi lati più oscuri:

 

Burghölzli-Zurigo, 23 ottobre 1906
Stimatissimo professore [Freud], mi permetto di spedirLe, con la stessa posta, un nuovo plico a parte che contiene altre ricerche in tema di psicoanalisi... Devo abreagire [rielaborare] su di Lei un’esperienza recente, a rischio di annoiarla. Sto applicando attualmente il Suo metodo alla cura di un’isteria. E’ un caso difficile: una studentessa russa ventenne, ammalata da sei anni. Primo trauma: verso il terzo-quarto anno di vita. La bimba vede il padre che percuote sul sedere nudo il fratello maggiore. Forte impressione: in seguito è costretta a pensare di aver defecato sulla mano del padre. Dal quarto al settimo anno continui tentativi di defecare sui propri piedi, compiuti nel modo seguente: si siede per terra tenendo un piede ripiegato sotto il corpo, preme il calcagno contro l’ano e cerca di defecare e, al tempo stesso, di impedire la defecazione. In questo modo frena più volte l’evacuazione anche per due intere settimane! Non so come sia arrivata a questa storia stranissima; si trattava, così pare, di un fatto di carattere assolutamente pulsionale, accompagnato da una deliziosa sensazione di orrore. In seguito questo fenomeno è stato sostituito da una masturbazione intensa. Le sarei estremamente grato se volesse comunicarmi in poche parole la sua opinione su questa storia.

        Con stima deferente, Suo devotissimo C. G. Jung

- da  Lettere tra Freud e Jung, Torino, 1974

 

Jung  utilizzò la metodica del colloquio psicoanalitico, insieme a nuove tecniche terapeutiche, come l’analisi delle libere associazioni di idee. Fece leva, in modo forse più o meno consapevole, su di una seduzione mascherata esercitata nei confronti della paziente e riuscì ad aiutare la ragazza a mettere sotto controllo le proprie pulsioni nevrotiche ed autodistruttive. Stimolata in proposito dallo stesso Jung, che ne ammirava l’intelligenza e la capacità di autoanalisi, Sabine iniziò a studiare medicina. Sabine SpielreinNel giugno del 1905 si iscrisse alla facoltà di medicina dell’università di Zurigo.

Nel 1911 si laureò con una tesi dal titolo di Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia, elaborata sotto la guida di Jung. Il lavoro venne pubblicato sullo Jahrbuch [Annuario], la rivista ufficiale del movimento psicoanalitico. Negli anni immediatamente precedenti, a partire dal 1908, la relazione tra Jung e la Spielrein era divenuta una vera e propria passione, non si sa bene quanto tollerata dalla moglie dello psichiatra, che ne era a conoscenza da tempo. Di questa sofferta e travolgente evoluzione sentimentale Jung teneva costantemente informato Freud, che lo confortava con parole un po’ distaccate, quasi osservasse il divenire della vicenda con occhi di tipo professionale e lasciasse in disparte la partecipazione affettiva, che pure tante volte aveva manifestato all’allievo prediletto.
Scrisse Jung a Freud:

 

Burghölzli-Zurigo, 7 marzo 1909
[...] sono terribilmente perseguitato da un complesso: una paziente che anni fa ho strappato con estrema dedizione a una gravissima nevrosi ha deluso la mia fiducia e la mia amicizia nel modo più offensivo che si possa immaginare. Mi ha provocato uno scandalo unicamente perché ho rinunciato al piacere di darle un figlio. Mi sono sempre comportato come un gentiluomo con lei, ma non mi sento limpido di fronte alla mia coscienza un po' troppo sensibile e questo mi fa soffrire più di ogni altra cosa, perché le mie intenzioni sono sempre state oneste... Queste esperienze dolorose eppure quanto mai salutari hanno scatenato l’inferno in me, ma proprio perciò mi hanno assicurato, spero, qualità morali il cui possesso sarà di estrema utilità per la vita futura...
      dal Suo devotissimo Jung   - da  Lettere tra Freud e Jung, Torino, 1974

 

Alla lettera preoccupata di Jung, seguì rapidamente la risposta di Freud, che cercava di ricondurre la vicenda in un contesto di normalità. Secondo quest’ultimo si era trattato unicamente di un incidente professionale, alla cui evenienza si doveva sottostare. Uno dei rischi da correre nella pratica della psicoanalisi, una possibilità frequente e non eliminabile, con cui occorreva convivere e da tenere a freno:

 

Vienna, IX Bergasse, 19 - 9 marzo 1909
Caro amico... Anche a me è arrivata notizia di quella paziente che Le ha insegnato la gratitudine nevrotica dell’amante disprezzata. Muthmann [un altro psicoanalista], durante una visita, parlò di una certa dama che si era presentata a lui come la sua amante; egli commentava che, se Lei era riuscito davvero a conservarsi tanta libertà, la faccenda lo impressionava. Ma eravamo ambedue concordi nel supporre che le cose stessero altrimenti e non si potessero spiegare senza tener conto delle nevrosi di chi ce le aveva raccontate. Essere calunniato e rimanere scottati dall’amore con cui operiamo, sono questi i pericoli del nostro lavoro, a causa dei quali però non abbandoneremo certo la professione [...]”

       Cordialmente, Suo Freud - da  Lettere tra Freud e Jung, Torino, 1974

 

In quegli anni, tra il 1908 ed il 1910, l’amore di Sabine per Carl esplose in tutta la sua intensità. Fu un amore ricambiato, anche se Jung non riuscì a viverlo fino in fondo. Sensi di colpa per il torto cui sottoponeva la moglie, diminuzione della autostima personale di medico e psicoanalista per non essere riuscito a proteggersi dal tranfert affettivo che lo aveva investito come un’onda calda di passione nella gelida e protestante Zurigo, concorsero ad impedire che la relazione tra Carl e Sabine trovasse una propria serena sintesi in una convivenza alla luce del sole e magari nel concepimento di un figlio, come la donna gli aveva più volte chiesto. La moglie di Jung era molto ricca ed il dover abbandonare con un possibile divorzio una posizione di prestigio sociale, di quieta e facile esistenza, giocò un ruolo non secondario nella decisione finale dello psichiatra.  Jung si allontanò con forza e durezza da Sabine, strappandosi dal cuore quell’amore che riteneva di non potere o dovere vivere. Al posto delle radici di quella pianta cui stava rinunciando rimasero delle ferite insanabili e dei rimpianti che lo avrebbero accompagnato per il resto della vita. Scrisse ancora Jung al proprio maestro, in una lettera che denota una qualche ipocrisia di fondo, oltre al tenore di un rispetto un po’ pedante nei confronti di Sigmund Freud:

 

4 giugno 1909, Im Feld, Küsnach-Zurigo

Caro Professore, la Spielrein è la stessa persona della quale Le ho scritto. Il suo caso è stato pubblicato in forma abbreviata nella mia relazione di Amsterdam di beata memoria. E’ stato il mio caso psicoanalitico “da manuale”, per così dire, ragion per cui ho conservato per lei una particolare gratitudine e affezione. Poiché sapevo per esperienza che sarebbe ricaduta subito se le avessi rifiutato la mia assistenza, il rapporto s’è trascinato per anni e io ho finito col ritenermi quasi moralmente impegnato a concederle anche in seguito la mia amicizia, fino al momento in cui vidi che questo metteva in moto una rotella imprevista e perciò alla fine ho troncato. Essa aveva naturalmente programmato di sedurmi, cosa che io consideravo inopportuna. Ora sta maturando la sua vendetta. Recentemente ha sparso la voce che entro poco tempo divorzierò da mia moglie e sposerò una certa studentessa, cosa che ha suscitato agitazione presso alcuni miei colleghi. Non so cosa abbia in mente ora: niente di buono a quanto presumo. Penso che voglia abusare di Lei coinvolgendola in un tentativo di mediazione....

  Suo Jung - da Lettere tra Freud e Jung, Torino, 1974

 

In questo modo le cose tornavano nel loro alveo di apparente normalità. Il super-Io di Jung aveva vinto ed aveva riconquistato un posto preminente nell’organizzazione delle volontà dello studioso. La sua personalità rispettabile si ricomponeva davanti agli occhi della società zurighese del tempo. Jung poteva tornare agli studi ed alle comunicazioni ai congressi senza l’impaccio imbarazzante di una donna appassionata, che ne aveva destabilizzato la vita con la forza dell’amore. Leggiamo quest’ultima lettera di Freud a Jung, che sembra distillare saggezza e compostezza, oltre ad una consapevolezza dei pericoli cui si può incorrere a voler guardare troppo in profondità dentro sé stessi e gli altri, abbandonando per imprudenza, vanità ed inarrestabile sentimento, lo scudo imposto dalla professione e dal ruolo di medico.
La grandezza della personalità di Freud traspare da queste righe, in cui confessa di essere stato tentato anche lui, più volte, dalla stessa possibilità erotica ed affettiva che aveva sconvolto la vita di Jung:

 

7 giugno 1909, Vienna, IX Bergasse, 19

Caro amico, poiché so che Lei è personalmente interessato alla questione Spielrein, Le scrivo ancora in proposito... Dopo il telegramma ho dunque scritto una lettera alla Spielrein in cui facevo l’ingenuo, come se avessi da giudicare l’offerta di una seguace troppo entusiasta. Ma dicevo di non potere assumermi la responsabilità di un suo viaggio, dato che si trattava di una cosa così interessante per me; d’altra parte, aggiungevo di non sapere che cosa la spingesse a fare questo sacrificio; e perciò la pregavo di comunicarmi prima di tutto per lettera di che genere fosse la questione. Non è ancora giunta risposta. Esperienze del genere, sebbene dolorose, sono necessarie e difficilmente ci si può sottrarre da esse. Solo dopo averle vissute si conoscono la vita e ciò con cui si ha a che fare. Quanto a me, non ci sono cascato del tutto, ma alcune volte mi ci sono trovato assai vicino e ho avuto «a narrow escape» [sono riuscito a cavarmela per un pelo]. Io credo che soltanto le dure necessità in mezzo alle quali il mio lavoro si è svolto e i dieci anni di ritardo rispetto a Lei, prima che giungessi alla psicoanalisi, mi hanno preservato da esperienze analoghe. Ma non fa nulla. Ci si fa in tal modo la necessaria pelle dura, si domina la «controtraslazione»  in cui ci si viene a trovare ogni volta e si impara a spostare i propri affetti ed a piazzarli in modo opportuno…”

  Suo Freud - da  Lettere tra Freud e Jung, Torino, 1974

 

Sabine Spielrein era una persona straordinaria. Reagì con dignità all’abbandono da parte di Jung e continuò gli studi. Si interessò alla comprensione di quel fenomeno psicoanalitico che prese in seguito il nome di istinto di morte e il 25 novembre del 1911, alla presenza di Freud ed altri studiosi di psicoanalisi, terrà una relazione proprio su questo argomento. La reazione dei partecipanti a quel convegno non fu troppo positiva. Tuttavia Freud, molti anni dopo la conferenza, confessò di essersi reso conto dell’acuta intuizione della Spielrein su di un argomento, la pulsione distruttiva, che lui stesso aveva avuto inizialmente qualche reticenza ad accettare. Le stesse idee di fondo del secondo periodo della ricerca di Freud, legate al rapporto dialettico tra eros e tanatos nei loro reciproci influssi, sembrano essere debitrici dell’intuizione della Spielrein. La donna aveva vissuto in prima persona l’azione devastante della passione, unita alla lacerazione distruttiva dell’abbandono per interesse e una discreta dose di codardia. Fattori che sembravano averla fortificata, al contrario di Jung.

Ammessa a far parte della Società di Psicoanalisi, Sabine continuò la propria vita di medico, di ricercatrice dell’animo e della personalità umana. Sposò Pavel Scheftel, un collega russo anch'egli di origine ebrea, da cui ebbe due figlie, Renate ed Eva. Nel 1923 ritornò con la famiglia in Russia e fondò a Mosca, insieme alla psicoanalista Vera Federovna Schmidt (1889-1937), un asilo infantile chiamato l'asilo bianco. In questo luogo di accoglienza per bambini e fanciulli, le cui pareti ed arredi erano dipinti di bianco per stimolare un senso di serenità e di tenerezza, Sabine applicò delle innovative modalità di educazione. Curò con passione i conflitti interiori e partecipò alla soluzione dei traumi familiari che quelle giovani vite avevano ricevuto. Nonostante le ristrettezze materiali e morali del periodo stalinista, cercava di far crescere i bambini come persone libere, lontano da condizionamenti violenti. L’asilo bianco venne infine chiuso dalle autorità sovietiche con l'accusa di utilizzare dei principi educativi contrari alla dottrina del partito, anche se si narra che lo stesso Stalin avesse a suo tempo iscritto all’asilo, in gran segreto e sotto falso nome, il proprio figlio. Il marito di Sabine fu ucciso nel 1936 durante le purghe staliniane ed un destino tragico era stato riservato anche a lei. Nel 1942, durante l’invasione nazista della Russia, Sabine fu portata con le figlie nella sinagoga di Rostov con gli altri cittadini di religione ebraica. Là venne uccisa insieme alle due ragazze. Si ignora dove siano finite le sue spoglie mortali, probabilmente in una fossa comune.  La vicenda di Sabine era forse stata accantonata da un punto di vista esistenziale quando Jung iniziò a staccarsi dalla concezione della teoria della personalità di tipo freudiano. Nel 1912 pubblicò un saggio che si metteva in contrasto con la visione speculativa del maestro viennese. Si trattava di Trasformazioni e simboli della libido. Il libro conteneva molti elementi di disaccordo sulla natura dei costituenti della psiche. Il nucleo centrale delle idee di Jung era basato sul diverso peso da lui attribuito alla sessualità come componente essenziale della libido. Secondo Jung la libido non doveva essere vista come una costituente energetica della psiche umana che si alimentava attraverso le pulsioni sessuali, come era stato sostenuto da Freud. La libido era per lui una specie di contenitore di energia psichica, le cui componenti non erano influenzate solo dal sesso. Si trattava invece di un’energia di fondo, presente da sempre nella psiche, che poteva essere incanalata in varie direzioni. Il sesso continuava ad esercitare un’azione profonda, ma non costituiva che una delle forze in gioco. In questa visione la sessualità manteneva un compito importante, ma concorreva con altre forze a delimitare e ad incanalare i pensieri e le azioni.

La libido era dotata di una propria intrinseca capacità evolutiva, poteva avere come oggetto dell’attenzione delle idee o delle entità prive di natura materiale e perveniva attraverso di esse ad una forma di spiritualità e ad una trascendenza. Nel caso tale evoluzione venisse arrestata o impedita, potevano sorgere le nevrosi. Queste patologie non traevano la loro origine solo dall’infanzia, a causa di episodi che avevano generato conflitti non risolti o rimossi, a sfondo e natura sessuale. Le nevrosi erano attribuibili a situazioni contemporanee allo svolgersi della vita dell’individuo, legate alla frustrazione provocata nella persona dalla incapacità di adattarsi all’ambiente ed all’impossibilità di agire per cambiarlo. L’esito finale sarebbe consistito nell’instaurarsi di un comportamento di inerzia, nel riconoscimento della propria impotenza, che avrebbe portato alla regressione della libido verso comportamenti primitivi ed infantili. Nella visione di Jung la libido divenne una pulsione dinamica alla base della vita, il fattore che ne garantiva la conservazione e l’evoluzione senza fine, protesa verso un futuro con caratteristiche di intrinseca positività. La teoria psicoanalitica di Freud, basata invece su di una libido intesa come un coacervo oscuro di pulsioni sessuali, più o meno risolte e definite, era parsa a Jung troppo pessimistica per essere messa alla base della personalità umana. Di un essere umano, potremmo aggiungere, che aveva avuto l’opportunità di crescere e maturare in una società civile, magari nella migliore di tutte quelle possibili, come nell’ordinata ed apparentemente tranquilla Zurigo, dove lo stesso Jung aveva avuto la ventura di vivere. Una città simbolo di una nazione, la Svizzera, che sarà risparmiata almeno fisicamente dalle ondate di morte e di disperazione di due Guerre Mondiali che stavano per sommergere l’Europa. Tuttavia non è difficile scorgere in questa visione speculativa dei riflessi di una vicenda personale, una forma magari mascherata di auto assolvimento dall’aver mancato di vivere pienamente altre possibilità esistenziali. Del resto, strapparsi dall’anima l’amore per una persona non è mai stato privo di conseguenze.

Carl Gustav  Jung nella vecchiaiaNell’ultima parte della vita Jung divenne critico nei confronti della società moderna e dei fenomeni di massificazione da essa indotti. Comportamenti che si presentavano insieme alla perdita di un senso spirituale della vita. Manifesterà un ostentato interesse per le culture primitive, le religioni orientali e tutto il loro bagaglio simbolico, viste come un momento di critica allo strapotere di una scienza che aveva creduto di poter cambiare la vita di ogni uomo in senso positivo. Quello intravisto da Jung era un universo ideologico e culturale diverso dal mondo moderno, capace ai suoi occhi di testimoniare la presenza di archetipi spirituali e di un senso del trascendente, comportamenti che erano divenuti difficili da osservare nella contemporaneità.

La Torre o Castello di BollingenCon l’avanzare dell’età Jung prese l’abitudine di trascorrere sempre più tempo presso la così detta Torre di Bollingen, un edificio singolare, privo di elettricità ed acqua corrente, che aveva fatto costruire sulle rive del lago di Zurigo. Viveva in quella strana casa buona parte dell’anno, separato dal mondo e immerso in un totale silenzio.

 

Si dedicava per diletto alla scultura di opere che riprendevano i motivi delle tribù primitive e di un’arte africana idealizzata. Era un tempo dedicato alla riflessione ed alla elaborazione di idee critiche sull’evoluzione della realtà contemporanea, che sembrava restringere sempre di più gli spazi alla funzione creatrice dell’uomo. Una società che pareva unicamente capace di dare spazio alle nevrosi, alle credenze negative, sempre diverse e nuove. A Bollingen, ancora sulle rive di un lago svizzero dalle acque scure, la lunga vita di Carl Gustav Jung terminò nel giugno del 1961.

 

Federico E. Perozziello


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Bibliografia essenziale di riferimento

  1. Ellenberger H.F., Introduzione a Jung, Torino, 2006.
  2. Carotenuto A., Diario di una segreta simmetria, Roma, 1980.
  3. Lettere tra Freud e Jung, Torino, 1974.
  4. Carotenuto A., Jung e la cultura del 20° secolo, Milano, 2000.
  5. Jung. C. G., Introduzione alla psicologia analitica, Torino, 2000.
  6. Jung. C. G., L’uomo e i suoi simboli, Milano, 2007.
  7. Perozziello F. E., Storia del Pensiero Medico, dalla psicoanalisi al  codice genetico, le risposte senza domande. Fidenza (PR), 2010.

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