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Socrate all’asilo.

L’innovazione e la trasformazione sono le parole magiche, che impazzano in ogni campagna elettorale che si rispetti. Sulla scuola in particolare ogni governo eletto ha sempre proposto e applicato ritocchi e riforme, dalla mitica media unica, alla libera iscrivibilità a qualsiasi facoltà dopo un qualsiasi diploma, al togliere e rimettere gli esami di riparazione, all’infinita diatriba tra voto e giudizio, fino al delicato e tutt’ora insoluto problema del coinvolgimento delle famiglie. L’empasse di fondo in realtà è che non si è ancora capito e deciso quale debba essere il vero obiettivo della scuola.

 

Deve formare il cittadino, il lavoratore, il genitore, il politico, lo stesso formatore? Oppure deve fare altro? Diciamocelo fuori dai denti: “Perché la scuola?”
E’ quest’incertezza se non pressappochismo che inficia ogni pseudo-progetto educativo e il prodotto di tale confusione è la nostra attuale società, fatta di lavoratori, genitori, politici ma anche da parassiti, asociali, opportunisti, fanatici, mafiosi (dentro), malavitosi ecc, cui difettano e spesso mancano del tutto le peculiari capacità che ci staccano dagli animali, e cioè il saper ragionare, l’applicare lo spirito critico, la curiosità e la voglia di confrontarsi per capire il mondo e noi stessi.
Da anni si discute su quale sia la materia scolastica più importante e formativa e quasi tutte sono state esaminate e ottimizzate, comprese la ginnastica e la religione. Eppure, incredibilmente, è rimasta del tutto ignorata la più importante, quella che si fonda e si alimenta di quel valore unico e gigantesco che è il pensiero e cioè la filosofia.
Il frutto nefasto di questa storica indifferenza e incompetenza didattica è lo scandalo per cui da decenni in Italia ci si può laureare (medicina, ingegneria, legge, giornalismo ecc) senza aver neppure sfiorato il pensiero smisurato di Platone, Kant, Spinoza o Severino. Abbiamo formato dottori, ingegneri e avvocati super specializzati nel risolvere e spianare le asperità biologiche, materiali o legali della nostra vita, che però non sanno e non si domandano neppure chi sono e perché debbano risolvere cotanti problemi, visto che comunque si muore e l’effimero trionfa.
Tornando alla scuola, il vero disastro dunque è che nessuna riforma ha mai proposto di abbassare e generalizzare l’insegnamento della filosofia alle classi più basse (comprese le elementari), alla stregua dell’italiano, della matematica e della stessa religione. In fondo, il metodo didattico (italiano e non solo), si fonda da decenni su un equivoco che sta diventando un vero abbaglio: considerare la scuola meramente propedeutica al lavoro, trascurandone totalmente il fine autentico che è ben altro e più importante. Come ben sapevano e facevano gli antichi greci e latini, la scuola deve insegnare all’infante a pensare, semplicemente, continuamente, necessariamente, applicando lo spirito critico, studiando e accrescendo il sapere e in una parola a essere autenticamente uomini e dunque filosofi. L’alibi della presunta difficoltà della materia non regge, giacché lo stesso varrebbe per la matematica, la storia e lo stesso italiano. Dall’America, bontà loro, sta arrivando l’ennesima ondata culturale (speriamo che non sia solo una moda) che ha un nome che è tutto un programma: “philosophy for children”. Dopo essere apparsa oltre trenta anni forse è tempo che se ne parli anche da noi.
Paradossalmente da anni dilagano le iscrizioni e le lauree in scienza della comunicazione, che preparano migliaia di esperti in questo settore, che certo divulgheranno e accresceranno le “molte conoscenze” tecniche, informatiche, linguistiche, economiche e altro ma che rischiano di mancare il vero obiettivo, quello di trasmettere l’imperitura e incontrovertibile certezza che pochi conoscono e cioè che sappiamo solo una cosa, di non sapere.

 

Guido Martinoli - Bedero Valcuvia (VA)
guido.martinoli@libero.it

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