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La principessa Rosetta

(Alla ricerca del Re dei Pavoni)

Di Madame D'Aulnoy (Marie-Catherine, baronessa d'Aulnoy)
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Giunti alla meta, il Re dei Pavoni aveva mandato al molo cento berline tirate da ogni sorta di bestie rare: leoni, orsi, cervi, aquile, pavoni. La berlina in cui la principessa Rosetta doveva salire era tirata da sei scimmie blu che sapevano saltare, ballare sulla corda e fare mille giochi diversi. Si vedevano inoltre sessanta giovinette che il Re aveva scelto per tenere compagnia alla sposa; erano vestite di tutti i colori dell'iride, l'oro e l'argento erano le cose meno preziose che portassero indosso.
La nutrice si era molto preoccupata di agghindare sua figlia; le aveva fatto indossare il più bell'abito di Rosetta e rovesciato i diamanti di lei sulla testa e da tutte le parti.
Ma, così ingioiellata, ella sembrava più brutta d'una bertuccia: coi capelli di un nero oleoso, gli occhi storti, le gambe a ciambella, una grossa gobba nel mezzo della schiena. Come se non bastasse era musona e sgarbata di carattere e, per di più, non faceva che brontolare.
Quando la gente del Re dei Pavoni la vide scendere dalla nave, rimase così stupita da non aver più fiato per parlare. - Ebbene, che vi prende? - esclamò la falsa principessa - Siete tutti imbambolati? Suvvia, portatemi da mangiare! Vedo che siete dei buoni a nulla. Vi farò impiccare tutti!
A sentir questo la gente mormorava: - Che strega! È tanto cattiva quanto brutta! Povero Re, che moglie orrenda si prende! Valeva proprio la pena di farla venire da tanto lontano!
Poiché il corteo era lungo, la nuova regina aveva ordinato di procedere lentamente e nella carrozza prendeva pose da gran signora. Ma tutti i pavoni che si erano messi sugli alberi per salutarla, quando la videro così orribile, strillarono: - Mamma mia, che mostro!
Lei schiumava di rabbia e ordinava alle sue guardie: - Ammazzate subito quelle canaglie che mi stanno ingiuriando!
Ma i pavoni volavano via in un batter d'ali burlandosi di lei. Quel ladro del timoniere, vedendo tutto questo, diceva sottovoce alla nutrice: - Comare mia, le cose non vanno bene. Vostra figlia doveva essere più carina. - Ma lei rispondeva: ­ Sta' zitto, scioccone, finirai col portarci disgrazia!
Si andò ad avvertire il Re che la principessa stava arrivando.
- Ebbene, - disse lui - i suoi fratelli dicevano la verità? È più bella del ritratto?
- Maestà, - risposero - sarebbe già abbastanza se fosse bella così.
- È vero! - esclamò il Re - mi contenterei. Ma andiamo a vederla!
Sentì infatti, dal gran rumore che proveniva dal cortile, ch'ella era arrivata; ma non poteva distinguere nulla di quel che si diceva, salvo questo: - Mamma mia, che mostro! Credette si parlasse di qualcuno che Rosetta avesse portato con sé; non lo sfiorava neanche l'idea che potessero parlare proprio di lei.
Il ritratto di Rosetta era portato in corteo in cima a un bastone come uno stendardo; il Re veniva dietro con i suoi baroni e i suoi pavoni, impaziente di vedere la promessa sposa. Ma quando la scorse, mancò poco che non morisse sul colpo. Fu preso da una collera terribile, si stracciò le vesti, non voleva neppure avvicinarsi alla carrozza; la fanciulla gli faceva addirittura paura.
- Quei due impostori che giacciono nelle mie prigioni, come hanno potuto osare di prendermi in giro e propormi in moglie un simile mostro? Li farò morire! Gettate nel sotterraneo della grande torre questa impertinente, la sua nutrice e l'uomo che è con loro.
Intanto il Re e suo fratello, che erano ancora prigionieri e sapevano che la sorella stava per arrivare, erano ansiosi di rivederla. Ma il carceriere, invece di metterli in libertà come essi speravano, arrivò coi soldati e li fece scendere in una cantina buia come la notte, piena di orribili bestiacce.
- Ahimè, - si dicevano l'un l'altro - ecco un matrimonio ben triste per noi! Cosa mai ha potuto attirarci una simile disgrazia? - Non sapevano proprio cosa pensare ed erano disperati.
Passarono tre giorni senza che sentissero parlare di nulla. All'alba del quarto giorno, il Re dei Pavoni venne a coprirli di insulti.
- Avete preso il titolo di Re e di Principe per imbrogliarmi, - gridava - e per impegnarmi a sposare vostra sorella! Ma siete soltanto degli straccioni. Vi darò dei giudici che in breve sbrigheranno il vostro processo. Già si sta filando la corda che v'impiccherà!
- Maestà, - rispose il Re rosso di rabbia - mi sembra che voi andiate troppo lesto in questa faccenda, potreste pentirvene! Io sono Re non meno di voi, ho un bel regno, una corona, bei vestiti, gioielli e buoni scudi! Son disposto a dimostrarvi chi ha ragione. Che bella idea, la vostra, di volerci impiccare! Abbiamo forse rubato qualcosa?
Il Re, sentendolo parlare con tanta sicurezza, non sapeva più che pensare ed ebbe perfino voglia di lasciarli andar via con la sorella, senza farli morire. Ma poi pensò che se non si vendicava, tutti si sarebbero burlati di lui. Allora ordinò il processo, che si svolse rapidamente: bastò vedere il ritratto della principessa Rosetta accanto a quella che si spacciava per tale, perché i due fratelli fossero condannati al taglio della testa, come impostori. Ci si recò in gran pompa alla prigione a leggere la sentenza; essi gridarono che non erano affatto dei mentitori, perché la loro sorella era una principessa e bella come il sole. C'era qualcosa sotto ch'essi non capivano e chiedevano ancora sette giorni prima d'essere uccisi. Il Re dei Pavoni esitò molto ad accordargli questa grazia, ma alla fine acconsentì.

 

Mentre accadevano tutte queste cose alla Corte, occorre dire qualcosa della povera principessa Rosetta. Non appena si fece giorno, ella rimase assai meravigliata nel vedersi in mezzo al mare senza più barca e senza soccorsi. Cominciò a piangere, e piangeva piangeva da straziare il cuore anche ai pesci. Non sapeva che fare né dove sbattere il capo. «Certamente» si diceva «sono stata gettata nel mare per ordine del Re dei Pavoni; egli non vorrà più sposarmi e per disfarsi comodamente di me, m'ha fatta affogare. Che uomo cattivo!» continuava fra sé «Gli avrei voluto tanto bene! Saremmo andati così d'accordo!» E qui giù a piangere perché, nonostante tutto, non poteva fare a meno di amarlo.
Rimase per due giorni sballottata qua e là per il mare, quasi assiderata, bagnata e raffreddata da morire; senza il caro Frugoletto che le riscaldava un poco il cuore sarebbe morta cento volte.
Al mattino del terzo giorno il letto della principessa non era lontano da una spiaggia. C'era in quel luogo un vecchio poverissimo che viveva tutto solo in una capanna. Quando udì abbaiare Frugoletto si meravigliò perché non passavano mai cani da lì; pensò che qualche viaggiatore si fosse smarrito e uscì per rimetterlo sulla buona strada, quando, tutt'a un tratto, egli scorse la principessa e il suo cane che galleggiavano sul mare; la giovane, vedendolo, tese verso di lui le braccia e gli gridò:
- Buon vecchio, salvatemi, sto per morire, sono due giorni che mi trovo in mare!
Nel sentire questa triste invocazione, il vecchio provò una gran compassione e rientrò in casa per prendere una lunga pertica con un uncino in punta con cui riuscì a portare a riva i due poveretti. Non vi dico il loro sollievo nel toccare terra!
Rosetta ringraziò di gran cuore il brav'uomo, poi entrò nella capanna dove il vecchio accese un fuocherello di rami secchi e tirò fuori da una cassa l'abito più bello della defunta sua moglie, calze e scarpe che la principessa indossò. Ma anche così, vestita da contadina, era più bella del sole e Frugoletto le ballava intorno per farla ridere.
Il vecchio capì subito che Rosetta era una gran dama e la pregò di narrargli la sua storia. Lei gli raccontò tutto, dal principio alla fine, piangendo come una fontana.
- Come faremo, figlia mia? - disse il vecchio - Voi siete una nobile signora, abituata a mangiare cibi prelibati e io non ho che pane nero e qualche rapa da darvi. Starete molto male da me; se volete darmi retta, posso andare io a dire al Re dei Pavoni che siete qui; se vi vede certamente lui vi sposerà.
- Ah! È un uomo malvagio, - disse Rosetta - mi farà morire! Ma se avete un cestino, attacchiamolo al collo del mio cane; non mi chiamo Rosetta se lui non torna con qualche provvista!
Il vecchio diede un paniere alla principessa, lei lo legò al collo di Frugoletto e gli disse: - Va' dove bolle la pentola migliore della città e portami quello che c'è dentro. - Frugoletto corse in città, e poiché non c'era pentola migliore di quella del Re, entrò nella sua cucina, scoprì la pentola, prese lesto lesto tutto quel che c'era dentro, e tornò a casa. Rosetta gli disse: - Torna alla dispensa e prendi quel che c'è di meglio. - Frugoletto andò diritto alla dispensa del Re, prese pane bianco, vino moscato e ogni sorta di frutta e marmellate. Era così carico da non poterne più.
Quando il Re dei Pavoni volle pranzare, non c'era più nulla da mettere sotto i denti né in pentola né in dispensa. Tutti si guardavano negli occhi e il Re non stava più in sé dalla rabbia. - Pazienza! - disse alla fine - vuol dire che oggi non pranzerò; ma stasera si metta lo spiedo al fuoco: voglio mangiare un bell'arrosto!
Venuta la sera, la principessa disse a Frugoletto: - Va' in città, entra nella miglior cucina e portami un bell'arrosto.
Frugoletto fece quello che la padrona gli aveva ordinato e, non conoscendo una cucina migliore di quella del Re, vi entrò pian piano, approfittando che i cuochi gli voltavano le spalle; rubò tutto l'arrosto infilato nello spiedo e portò il paniere pieno alla principessa; lei lo rispedì subito alla dispensa e lui ne riportò tutta la frutta cotta che c'era.
Il Re, che era rimasto senza pranzo, aveva una gran fame e volle cenare prima del solito. Ma anche quella volta non c'era niente; allora s'infuriò enormemente e andò a letto digiuno.
Il dì seguente avvenne la stessa cosa sia per il pranzo che per la cena; e in questo modo il Re restò tre giorni senza mangiare. Il suo confidente, preoccupato per lui, si nascose in un cantuccio della cucina, con gli occhi fissi alla pentola che bolliva. Quale non fu il suo stupore nel veder entrare un cagnolino, il quale scopriva la pentola e metteva la carne in un paniere che aveva al collo! Lo seguì per scoprire dove andava. Vide che usciva dalla città, e lui sempre dietro, finché non si trovò davanti alla capanna del buon vecchio.
Allora tornò a raccontare tutto al Re, che ne fu assai stupito e ordinò che andassero subito a prendere quel contadino. Il confidente, per farsi più bello ai suoi occhi, vi volle andare personalmente e vi condusse i suoi arcieri; trovarono il vecchio che stava pranzando, insieme alla principessa, col bollito del Re. Li presero tutti e tre, compreso Frugoletto e li legarono con grosse funi.
Quando essi furono al palazzo lo dissero al Re, il quale dichiarò:
- Domani scade il settimo giorno di dilazione che ho accordato a quegli imbroglioni; li manderò a morte insieme ai ladri della mia cucina.
Poi entrò nella sala di giustizia. Il vecchio si mise in ginocchio e cominciò a raccontargli come stavano le cose. Mentre lui parlava, il Re guardava la bella principessa e gli faceva pena di vederla piangere; ma quando ebbe sentito dal brav'uomo che lei era la principessa Rosetta e che l'avevano buttata in mare, nonostante la debolezza per i tre giorni di digiuno, fece tre salti uno dopo l'altro per la gioia e corse ad abbracciarla e a sciogliere le corde che la legavano, dicendole che l'amava con tutto il cuore. In un batter d'occhio si mandarono a prendere i principi i quali, pensando di dover morire, arrivarono mogi mogi, a testa bassa; si andò anche a prendere la nutrice e sua figlia.
Appena furono riuniti, Rosetta buttò le braccia al collo dei fratelli che erano al colmo della felicità. Il buon vecchio fu largamente ricompensato, restando ad abitare nel palazzo reale, mentre la nutrice con sua figlia e il timoniere furono condannati a morte. Il Re del Pavoni diede ai fratelli di Rosetta tutte le soddisfazioni possibili, dimostrando il proprio dolore per averli trattati così male. I festeggiamenti per le nozze durarono quindici giorni e tutti furono contenti, specialmente Frugoletto, che non mangiò più altro che ali di pernici.

 

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