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Riflessioni sui Nativi AmericaniRiflessioni sui Nativi Americani

di Alessandro Martire  - indice articoli

 

Lacrima di sole

Ottobre 2011
Di Giovanna Di Filippo

 

Lacrima di soleSeduta sulla poltroncina nel mio angolo di casa preferito, sono intenta a guardare una pietra. Si chiama “lacrima di sole”, così mi ha detto il mio amico. La giro tra le mani, la osservo e la “sento”. Il suo colore giallo e la sua forma, la fanno sembrare veramente una lacrima che il Sole ha lasciato cadere sul pianeta Terra. La guardo e la sento, emana calore pur essendo fredda e la cosa  non mi sorprende. Il mio bel  rapporto con le pietre non è recente, ma solo da pochi anni ho capito il perché. Ora capisco il perché ho sempre raccolto pietre ovunque  mi trovassi. Ricordo che mia madre, il giorno che uscii di casa per andare con mio marito, mi diede due grosse buste di plastica contenenti  pietre e mi disse “queste sono tue, portale con te”.

 

“….tutto è sacro, dal ramo dell’albero, al sasso, all’acqua, la Terra e ciò che in essa vive….”

 

Questo è uno dei concetti alla base della spiritualità dei Nativi Americani. Da qui si parte per comprendere che tutto intorno a noi, tutto ciò che la Natura ci offre, sono dei doni che ci sono stati messi a disposizione e con i quali dobbiamo interagire con grande rispetto.

 

“….spesso i bipedi senza ali si dimenticano che sono solo ospiti…..” mi disse il mio amico un giorno.

Tutti gli elementi della Natura ci parlano, ma noi  Esseri umani, non ascoltiamo.

 

“…se ti siedi su un Sasso sentirai il suo cuore che batte. La pietra vive, la pietra parla, ascolta la pietra….”

 

I Nativi d’America considerano tutto ciò che è in natura con reale potere: le pietre, ad esempio, non sono oggetti inanimati, ma pulsanti di vita e di magico potere.
Mi piacque molto conoscere la storia di Ragazzo Pietra. Una storia tramandata prima solo oralmente, e poi scritta in una raccolta di miti e leggende. In questa leggenda un mucchio di pietre insegnò a Ragazzo Pietra a costruire una capanna per la purificazione.
Le pietre, rese incandescenti, all’interno della Capanna Sudatoria, sono vive più che mai, il calore e l’umidità che rilasciano dopo essere state bagnate, ti penetrano nella pelle fino ad arrivare all’anima e il collegamento che si crea con esse fa da ponte per far salire le preghiere fino a Dio.
Si canta dentro l’Inipi, e le canzoni sono preghiere, a modo loro anche le pietre cantano perché le foglie di cedro che vengono poggiate su esse, bruciando  provocano dei piccoli scricchiolii che sembrano gridolini.
I canti ci sono sempre, qualunque cerimonia si faccia, cantare è importante, e spesso le canzoni sono ricavate da sogni e visioni.
Non posso non pensare alla visione per eccellenza,  quella più conosciuta al mondo indiano e non: la grande  visione di Alce Nero. Chiunque si avvicini, anche per poco, al mondo indiano, passa attraverso questa visione. La conosce e la porta con se, spesso anche senza comprenderne il significato, comunque la fa propria. Penso che la visione stessa penetri dentro le viscere di chi la legge e non ne esce più e, anche quando il lettore si dimentica di averla letta… la visione agisce perché la grande visione di Alce Nero si adatta a tutti, di qualsiasi razza, cultura e religione.

 

“…e mi trovai in cima alla più alta delle montagne e sotto di me vidi il Cerchio del mondo. In quel luogo vidi più di quel che posso raccontare e capii più di quel che vedevo, perché vedevo in maniera sacra la forma di tutte le cose così come debbono vivere insieme come un unico essere…”

 

Una delle cose che mi colpì di più all’inizio delle mie letture fu quella di constatare l’importanza che gli indiani davano (e danno ancora!) ai sogni. Chiunque raccontava un sogno, anche se a raccontarlo era un bambino, veniva ascoltato con estremo interesse e se il sogno conteneva qualche indicazione specifica nessuno si poneva il problema se crederci o meno.  Nessuno dubitava, si eseguiva e basta. Ad esempio, c’era un segnale di pericolo per l’intera tribù? Bene, senza alcun problema l’accampamento veniva spostato in luoghi più sicuri, e quando un sogno non era ben compreso si organizzava subito una “ricerca per una visione”, un rito molto importante organizzato e guidato  da un uomo di medicina, che serviva per chiedere consiglio alle Forze Superiori.
In ogni cerimonia ci sono canti e ogni canto è accompagnato dal ritmo dei battiti del tamburo.
Per me il tamburo è lo strumento per eccellenza perché è quello che rappresenta meglio il battito del cuore e di conseguenza la vita. Con il suo ritmo in battere e in levare si identifica perfettamente il pulsare del cuore con i suoi movimenti di sistole e diastole,  perciò quando si  ascolta  non si può fare a meno di venirne inglobati fino a diventare un tutt’uno con tutto ciò che è intorno.

 

“….la nostra moderna lingua utilizza molte parole dei bianchi, ma non c’è potere in essa. La conoscenza dei vecchi racconti del mio Popolo la ricevo da un tamburo o dal suono di un flauto o dalle mie visioni e dalla nostra sacra erba pejuta, ma soprattutto dalle antiche parole del tempo andato, le parole degli antenati…..”

 

 

Giovanna Di Filippo
Delegata Responsabile per la Regione Abruzzo dell'Associazione Wambli Gleska

 

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