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di Paolo Bancale   indice articoli

 

Il senso dello Stato è il grande assente. Siamo prima italiani o prima cattolici?

Aprile 2016

 

Per Aristotele  l’uomo è un animale sociale, cioè che “si  associa”.  E per associarsi occorre un criterio o un codice di aggregazione, dai gruppi nomadi dei cacciatori-raccoglitori fin al Rinascimento con il suo concetto di Stato, si fece leva sulla leadership, il capo carismatico o il più forte, finché si  giunse allo Stato di diritto ove invece ciò che unisce, che aggrega, è la condivisione, almeno da parte della larga maggioranza, di un dato modello di società, di una comunità unita dalle regole che essa stessa si dà e che si chiamano “leggi”, e i cui componenti non sono né sudditi né fedeli ma “cittadini”, gli stessi che hanno fatto quello Stato, ci vivono, lo difendono, lo alimentano tributariamente e ci si riconoscono. E’ l’avvento del diritto positivo umanisticamente fondato contro imposture come il diritto naturale per volontà divina, è il trionfo della ragione politica e della sovranità del popolo. Non è la lingua che fa lo Stato moderno, vedi la Svizzera che ne ha quattro nazionali, né il centralismo come dimostrano gli efficienti Stati federali, né la religione come evidenzia  la grande molteplicità di confessioni negli Stati Uniti o nel Regno Unito, non è la mono-etnia come dimostrano i tanti Stati multietnici, né l’orientamento ideologico politico che invece muta nel tempo mentre lo Stato rimane se stesso, non è la matrice storica come dimostra l’Italia con le sue tantissime frazionarie dominazioni straniere, non è la stabilità dei confini come la Polonia che da molti secoli cambia continuamente il suo territorio di riferimento, non è la povertà o la ricchezza come si vede nei ricchissimi Stati del Golfo che erano deserto e oasi fino ad un secolo fa. Lo Stato nasce dal “senso dello Stato”, quell’ansia vivificante di essere tutti un UNO al di là di ogni altra distinzione, quella che anima catalani, curdi, tirolesi, baschi, scozzesi ma che, a dispetto di un appassionante Risorgimento, manca nell’Italia post-papalina. Non ci riuscì neppure Caporetto o il Littorio.

 

Lo Stato è il nostro noi collettivo, è me, te, lui, ognuno, tutti, e non ammette discriminanti di natura altra. Ogni successiva  aggregazione come lingua, religione, ideologia, tradizione ecc non può che essere vassalla e tributaria allo Stato, il frazionamento aggregativo appartiene alle libertà fondamentali riconosciute dallo Stato, ma solo in seconda o terza battuta: lo Stato è l’essenza della realtà di un popolo e di ogni singolo, è la fondamentale appartenenza identitaria. Anteporre o rendere comprimaria una religione rispetto allo Stato è un intollerabile atto di arbitrio verso cittadini di altra o nessuna credenza, lo si lasci fare ai Paesi della  sharia islamica o a Israele che lo dichiarano apertamente, mentre l’Italia di fatto lo fa ma lo “sottintende”, mistificando il termine “laicità,” che pure le piace sbandierare. Il Primo Emendamento della Costituzione degli USA, il paese dove forse più si parla di dio, garantisce in modo tassativo la TERZIETA’ della legge e dello Stato rispetto a qualsiasi religione e proibisce al Parlamentodi fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione”. Ed è per questo che tutti gli americani sono innanzitutto cittadini degli USA vivendo ciò con alto senso dello Stato, e solo dopo diventano bianchi o neri, progressisti o conservatori, protestanti o cattolici, oriundi inglesi o italiani. Per tutti vale il “right or wrong, my country”. E in Italia? In Italia si va dalla “religione di Stato”(!) del primo Concordato al finanziamento al Vaticano per miliardi di euro con l’otto per mille del secondo. Senso dello Stato? No, c’è la croce. Rimaniamo, per vocazione, un paese di Crociati. Ahimè.

 

I cattolici, così come gli ebrei, non ispirano la certezza della fedeltà allo Stato rispetto ai dettami ed agli interessi della loro religione; quel senso dello Stato che alligna come patrimonio culturale ed etico nei paesi della Riforma o da essa derivati non trova assolutamente riscontro nei paesi storicamente e maggioritariamente cattolici, ove la fedeltà alle gerarchie ecclesiali fa ampiamente premio sul quasi necessariamente carente senso dello Stato. Canossa è un paradigma: qualunque sovrano o principe europeo per oltre un millennio è stato consapevole che una scomunica papale contro di lui agiva come ordine di ribellione alle folle salmodianti guidate dai preti, l’anatema era il crisma della indiscutibile supremazia “per volere di dio” del potere clericale su qualsiasi altro potere politico, popolare, dinastico, militare. La scomunica, come la fatwa, esprime il primato di viscosità, legami e interessi clericali a spese del sentimento nazionale, del territorio e del suo popolo. A differenza dei protestanti che, ovunque hanno prevalso, hanno favorito l’instaurarsi di una democrazia di stampo ateniese, il cattolicesimo papista, come l’islam, non accetta nessun controllo democratico che possa mettere in dubbio la propria monocrazia teocratica, dogmatica e castale imperante. Vaticano docet. La prova? Tutti i papi italiani, i vescovi e i potentati cattolici, pur essendo italiani, hanno senza esitazioni agito nell’interesse di “cosa loro”, della “ Istituzione” in campo politico e non solo, come dimostra la inimmaginabile ricchezza patrimoniale della Chiesa cattolica con un quarto (!) di tutte le proprietà immobiliari italiane. Ma non appare bizzarro, controverso e forse contro natura che una Istituzione che si rifà alle parole di un Grande Povero sia così favolosamente ricca?

 

Pio XI con il primo concordato (la religione di Stato!), Pacelli col suo infiltrato nel Parlamento Dossetti per l’articolo 7 della Costituzione, hanno fatto, loro tutti italiani, gli interessi del Regno/Repubblica d’Italia ovvero della loro consorteria ideologica? Finché esisterà l’imboscata dell’articolo 7, in politica e nel pubblico dovremmo ricordarci, mutatis mutandis, dell’antico avvertimento:  “cave canem”.       

 

 

Paolo Bancale
Dalla rivista "NonCredo"

 


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