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di Alessandro Bertirotti   indice articoli

 

Breve riflessione sul rapporto Singolarità-Società ed il rischio di perdere la prima in favore della seconda

Di Eliseo Palazzo   Dicembre 2014

 

Qualora mi chiedessero un parere circa la società odierna risponderei positivamente.
O almeno sarebbe così a primo acchito.
Certo, quella che stiamo vivendo è una società avanzata, civilissima (in generale), che regala grandi opportunità a tutti.
Non esiste più alcun tipo di gerarchizzazione né divisione in classi.
Il divario fra ricchi e poveri è diminuito rispetto ai secoli precedenti, anche se ultimamente, a causa della grave crisi economica che attanaglia i popoli ed anche a casi più o meno noti ed acclarati di cosiddetti "mangia-mangia", i quali non fanno altro che favorire gli aventi il potere e chi dovrebbe rappresentare il popolo, in realtà più o meno estese, il malcontento dilaga e le ricchezze, appunto, vengono distribuite sempre meno equamente.
Tutti ricevono una discreta istruzione e nessuno viene tagliato fuori da questa possibilità importantissima, anzi (poi che le scuole e le università si reggano spesso e pur troppo su metodi d'insegnamento inadeguati, inviterebbe ad una ulteriore riflessione, che per il momento non gradisco prendere in considerazione, né tanto meno credo sia il caso di avventurarsi in una strada così impervia).
A grandi linee, la società del ventunesimo secolo, quella che ha avuto molto da imparare dalla storia ed in particolare dalle precedenti guerre mondiali e ricostruita dalle rovine delle stesse, potrebbe apparire come modello esemplare del vivere insieme.
Senza ombra di dubbio.
Il vivere insieme, che da sempre è stato considerato dai grandi pensatori come caratteristica fondamentale della natura umana, però, porta anche ad una perdita di considerazione del proprio valore.
Il condividere la vita, quindi  l'associarsi, comporta sì benefici, ma anche risultati negativi.
Se, infatti, chiedessimo a molte delle persone, apparentemente felici di vivere in gruppo o in società, in cosa consiste l'essere se stessi, poche di esse saprebbero rispondere in modo adeguato.
Ognuno parlerebbe di caratteristiche fisiche, psicologiche, di atteggiamenti in determinate situazioni, di reazioni a questo o l'altro evento.
Tutti aspetti molto generali.
Troppi pochi individui considererebbero l'aspetto fondamentale della propria Esistenza: la Singolarità.
La Libertà.
La Singolarità è quella "cosa" che non si acquista nei supermercati, non si trova nelle feste né nelle discoteche, tanto meno nelle riunioni, che siano di condominio o amministrative.
La Singolarità non è il risultato della vita di gruppo né tanto meno del condividere un'idea con centinaia, migliaia o poche unità di individui.
La singolarità è quella che ci caratterizza sin dalla nascita.
Non a caso nasciamo nudi, senza vestiti, ma avvolti nei nostri propri panni, quelli del Pensiero e della Ragione.
Ci viene assegnato un nome, a partire dal quale saremo identificati.
Non è nemmeno questa la Singolarità.
Questa è qualcosa di astratto, quasi metafisico, ma, parimenti, tanto maneggiabile da non rendercene nemmeno conto.
La Singolarità è il nostro Rapporto con le Cose del Mondo.
La Singolarità è il non perdersi mai di vista, l'angolo più nascosto e buio della nostra Esistenza, che, però, nei momenti di difficoltà, se adeguatamente posti di fronte agli altri Enti, si illumina indicandoci la strada maestra.
La Singolarità, tornando al rapporto Essere-società, non si crea con le tessere di appartenenza a questa o l'altra associazione.
Con le tessere, un modo come un altro per agevolare l'identificazione quotidiana, una funzione di etichetta, che facilita il compito di classificazione in vista di controlli degli agenti (dell'ordine e non), la propria Singolarità va perdendosi.
Non scompare totalmente. Quello mai.
Come già detto, essa resta nascosta, ma è la base per la nostra Apertura verso il Mondo.
Una volta tesserati (credo questo sia l'esempio più lampante delle difficoltà incontrate dalla Singolarità nel vivere insieme) facciamo affidamento - e contiamo di reggerci in piedi solo grazie - alle idee che condividiamo con Altri.
Proprio perché ci accorgiamo di Altri, aventi qualcosa in comune con noi, ci sentiamo più sicuri ed affidiamo la nostra presenza semplice (e non Esistenza in senso proprio) ad essi.
Questo accade col tesseramento di partito, tramite il quale ci rendiamo partecipi della vita politica del paese vissuto, senza renderci conto che noi stessi siamo la politica e dobbiamo fare politica a partire dalla nostra Singolarità.
Accade anche quando, nonostante la Passione sacrosanta che viene posta nello svolgere un'attività, assecondiamo questo stesso ardore alle direttive imposteci dai ''superiori''.
Ed è proprio il vedere Altri come ''superiori'' un altro sintomo di disfatta della Singolarità.
L'Anima umana non conosce confini e limitarla entro i margini di una tessera significa cadere in errore, se non annichilire la nostra stessa Singolarità.
Lo Spirito personale (altro nome con cui poter identificare la Singolarità) ha viaggiato, viaggia, e viaggerà sempre nell'infinito spazio-temporale, senza possibilità di freni, con continuità, in modo inafferrabile.
Chiudersi in pezzi di carta o plastica non fa altro che annichilire il nostro essere singoli.
Confinarci in limiti imposti dall'associazione di cui ci rendiamo partecipi significa sminuire il vero valore dell'Esistenza.
Quest'ultima dev'essere vissuta in prima persona, senza perdere di vista il proprio Essere.
Ordinare il vivere insieme va bene, tutti abbiamo bisogno di confrontarci, parlare, relazionarci coi nostri simili. Tutti, però, dobbiamo anche riuscire a guardare il mondo con occhi liberi da ogni sorta di impedimento visivo. Dobbiamo liberarci dell'opprimente peso sociale che ci viene posto sulla schiena.
Dobbiamo allenare i muscoli e le ossa della schiena per sollevare le svariate libbre sociali per le quali ci arruoliamo ogni giorno ed ogni ora e, da ciò, riuscire a sollevare, appunto, non solo il peso del nostro Esistere, ma anche quello altrui, in modo tale, possibilmente, di aiutare chi ha più bisogno (per svariate ragioni, anche magari, e questo accade ormai troppo spesso, perché il sofferente, avendo perso di vista la propria Singolarità, è in cerca di un appoggio, grazie al quale poter camminare).
Il vivere in comunità è e deve essere piacevole, certamente; non lo si deve far diventare, però, una prerogativa più del nutrirsi o della riflessione filosofica, ovvero, del conoscere se stessi. È importante stare insieme, sentire il calore degli altri, di familiari, amici, compagni di studi e di lavoro, ma è necessario considerarci come Singolarità indipendenti.
Noi siamo con gli Altri, ma siamo prima di tutto Noi stessi.
Il mondo di oggi si fonda sempre più su rapporti indiretti, perché i dirigenti non guardano in faccia i lavoratori ed anche perché troppo spesso si preferisce chattare sui social network piuttosto di parlarsi a quattr'occhi. Assistiamo a rapporti indiretti anche perché veniamo ridotti in categorie: io sono uno studente, tu un lavoratore, io sono il presente-futuro, tu il passato-presente.
In pochissimi casi ci pensiamo in quanto Esseri presenti. Quasi mai guardiamo a noi stessi come Individui viventi infinitamente gli infiniti momenti presenti, ognuno di questi eterno e diverso dai precedenti e dai successivi.
Troppe poche volte ci consideriamo veri Costruttori della Storia (natura dell'Architetto del Mondo a parte), in favore di un ridursi a meri cittadini, lavoratori, politici, maestri, sportivi, insomma, a qualsiasi attività che comporti uno stare insieme, qualsiasi opera che metta al primo posto il piacere sociale e non il personale.
Lo ripeto: non c'è niente di sbagliato nel relazionarsi, anzi, ma è il perdersi nello strano sentimento sociale e l'essere legati alle catene dello stare con gli altri, in vista di un ordinare lo stesso trascorrere assieme la quotidianità, che mette a repentaglio la Singolarità, sfociando, spesso, in pura Pazzia (distinta ed opposta alla Follia, la quale ha effetti contrari, ma di questi due effetti non parlerò adesso).
La Singolarità profuma anche di Libertà. Quest'ultima ci caratterizza sin dalla nostra venuta alla luce. La Singolarità è Libertà, di pensiero, parola, opinione, azione. Libertà di Vivere. Libertà che incontra il proprio limite nell'attimo in cui lede la Libertà altrui. Libertà che implica anche una Dignità: siamo degni di vivere, in ogni caso; siamo degni e liberi di ragionare ed esprimerci, in qualsiasi situazione.
Dignità e Libertà da rendere attive ad ogni costo (pena cadere nuovamente nella Pazzia o quanto meno giungervi gradualmente).
Ed è proprio ponendoci dei limiti che perdiamo di vista noi stessi. E' con la partecipazione passiva sociale e col rendersi schiavi delle associazioni (con le quali condividiamo queste o le altre idee), ancor peggio se ciò avviene senza rendersene conto o anche senza volerlo accettare, che perdiamo la Possibilità di vivere e viverCi pienamente.
Ecco, la Società ad oggi regala, o comunque mette a disposizione, beni materiali e possibilità di vivere felicemente. La Società fa di tutto affinché ognuno si senta realizzato, così da guadagnarci essa stessa, in un sistema di favori e scambi reciproci: col nostro contributo la quotidianità si arricchisce e con una porzione della ricchezza quotidiana noi traiamo vantaggio per giungere ai nostri fini. Si tratta di un continuo gioco delle parti, nel quale, però, effettivamente, Noi non siamo mai pienamente noi stessi.
Ognuno è parte integrante del vivere insieme, ma il vivere insieme non è altro che una minima parte dello Spirito personale. Questo vaga per il Mondo senza mèta. Esso è come un viaggiatore che ama trascorrere la propria vita sempre in cerca di cose nuove, nuovi ambienti da scoprire. Il Viaggiatore, in quanto tale, non può sentirsi appagato dell'ultima scoperta fatta, ma interpreterà questa come una delle tante, parimenti importanti, fondamentali per conoscere se stessi.
Allo stesso modo dobbiamo comportarci con la Singolarità: è necessario fornirle tanta benzina (il Rapporto col Mondo, la Cultura, la Meraviglia…), quanta ne necessita per raggiungere l'obiettivo finale. Ovvero, più avremo voglia di conoscerCi, più riusciremo a sorvolare la quotidianità, superare gli ostacoli incontrati in essa e tornare a vestire i nostri stessi panni, e solo questi.

 

   Eliseo Palazzo

 

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