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Riflessioni Iniziatiche

Riflessioni Iniziatiche
Sull'Uomo, lo Spirito e l'Infinito

di Gianmichele Galassi   indice articoli

 

La modernità della Tradizione esoterico-iniziatica nella Commedia dantesca
Giugno 2015

 

 

“Il pensiero di Dante è meglio conoscerlo qual è…”(1)
(G. Pascoli)

 

Premessa

La riflessione sull’opera di Dante, qui presentata, non intende in alcun modo assurgere al grado di studio o ricerca storico-accademica, bensì tenterà di presentare alcune idee e pure intuizioni sulla validità iniziatico-esoterica della Commedia che sicuramente ha avuto un certo impatto sulla cultura ermetica medievale e, probabilmente, seppur indirettamente, anche sulla struttura iniziatica della Massoneria. L’ermeneutica(2), nella sua accezione più classica ovvero la metodologia di interpretazione, adottata si concentrerà sulla corrispondenza con la tradizione iniziatica. E’ utile precisare che, in questa sede, con il termine “tradizione” intendiamo riferirci al significato più propriamente etimologico che indica il complesso processo di trasmissione della conoscenza, ossia a quell’insieme di pratiche che sono utili alla comprensione di determinati principi e norme comportamentali ripetitive, strettamente connesse con il passato; non va quindi confusa con la «consuetudine», cioè con i vecchi modi di agire o di comunicare ancora vitali, con il folklore, che hanno un sapore più strettamente antropologico. Infine, quindi, si rende necessario il comprendere cosa sia la modernità e, soprattutto, se essa sia una promessa o una condanna. A prima vista, già il titolo di questo articolo potrebbe apparire da un certo punto di vista contraddittorio, in quanto la modernità è definibile come «carattere di ciò che appartiene ai tempi più recenti. Riferito a persone o a manifestazioni, indica adesione allo spirito e al gusto dei tempi, e quindi originalità ed emancipazione dalla tradizione.»(3);ma ad esame più attento possiamo scovare la modernità di Dante in più ambiti. La prima ovvia considerazione è che i grandi poeti di ogni epoca rimangono moderni ed attuali, in quanto le loro opere si rivolgono al cuore e alla mente degli uomini le cui caratteristiche e dubbi fondamentali sono rimasti invariati. Al suo tempo e, forse, anche oggi - così la storia dimostra la sua ciclicità - la visione politico-economica-sociale di Dante appare particolarmente arguta: le allegorie della Lupa e del Veltro(4) sembrano calzare a pennello le contraddizioni politico-economiche dei nostri giorni.
Detto ciò, seppur brevemente, ci concentreremo sulla prima Cantica, accennando solamente alle altre due, i cui concetti vanno al di là della semplice trattazione possibile nell’economia di questo avviamento.

 

Introduzione

Molti autori, assai più autorevoli di me, hanno mostrato grande interesse per il messaggio del Sommo Poeta, scrivendo pagine assai intense e ricche di profonde riflessioni, basti per questo ricordare Pascoli e Foscolo. In realtà, tanto inchiostro – come sovente accade – è causa anche di numerosi fraintendimenti e veri e propri errori interpretativi: ad esempio, l’incomprensione del Foscolo, indotta probabilmente dalle convinzioni del Morelli, suo Maestro, secondo cui Dante sarebbe stato un ghibellino (“ghibellin fuggiasco”) mentre nella realtà era un guelfo “bianco”, ovvero un guelfo moderato, che si opponeva all’estremismo dei concittadini “neri”. Riguardo la sua appartenenza ad una precisa fazione politica, sono necessari poi dei distinguo importanti; del resto è evidente come il pensiero politico di Dante sia andato mutando anche durante la stesura della Commedia stessa. La peculiare e ponderata evoluzione del suo pensiero è certamente dovuta alle numerose vicende personali: dall’impegno giovanile nella sua città, giunse alla frequentazione di numerose città italiane attraverso la tragica esperienza dell’esilio da Firenze.
Parlando poi dell’influsso nella struttura iniziatica massonica, vorrei – già adesso – precisare che intendo riferirmi principalmente alla comune centralità dell’etica. Come un iniziato massone, Dante si trova nella maturità (nel mezzo del cammin di nostra vita) quando si mette in “viaggio” alla ricerca della Felicità: entrambi bramano di essere utili ai propri simili, rendendosi “liberi” con l’acquisizione delle virtù necessarie ad una vita, piena ed attiva, attraverso un’ideale rinascita nella temperanza, volizione e giustizia. Dante si adopera per giungere all’arte ed alla sapienza; arte che è certamente il miglior mezzo materiale per trasmettere agli altri i propri risultati e traguardi, così da tentare di rivelare le intuizioni percepite durante il proprio percorso di elevazione(5).

 

Il metodo di lettura della Commedia

Prima di tutto conviene citare Dante stesso che nell’Inferno (IX, 61-63) dichiara espressamente che quanto egli scrive sottiene una “dottrina” (dal lat. doctrina, der. di docere «istruire») celata (“che s’asconde”) agli occhi di coloro che non hanno la giusta predisposizione intellettuale:

 

"0 voi che avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto l velame de li versi strani"

 

Poi ad ulteriore riprova, conviene riportare quanto Dante stesso afferma nella XIII Epistola(6) (o X epistola, a seconda delle classificazioni) a Cangrande della Scala, Signore di Verona, riguardo il molteplice significato che ha volontariamente inserito nella sua più vasta opera:

originale

traduzione

Ad evidentiam itaque dicendorum, sciendum est quod istius operis non est simplex sensus, ymo dici potest polysemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram. Et primus dicitur litteralis, secundus vero allegoricus, sive moralis, sive anagogicus. […]
Et quamquam isti sensus mystici variis appellentur nominibus, generaliter omnes dici possunt allegorici, cum sint a litterali sive historiali diversi. Nam allegoria dicitur ab 'alleon' grece, quod in latinum dicitur 'alienum', sive 'diversum'.
Hiis visis, manifestum est quod duplex oportet esse subiectum circa quod currant alterni sensus. Et ideo videndum est de subiecto huius operis, prout ad litteram accipitur; deinde de subiecto, prout allegorice sententiatur. Est ergo subiectum totius operis, litteraliter tantum accepti, status animarum post mortem simpliciter sumptus. Nam de illo et circa illum totius operis versatur processus.
Si vero accipiatur opus allegorice, subiectum est homo, prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi et puniendi obnoxius est. […]

Per chiarire ciò che stiamo per dire, occorre sapere che il senso di quest'opera non è uno solo, anzi, essa può definirsi polisensa, ovvero avente più significati; infatti, il primo senso è quello ottenuto alla lettera, l’altro è prodotto da una lettura del significato profondo. Il primo è definito significato letterale, il secondo, di tipo allegorico, morale oppure anagogico. [...]E benché questi significati mistici siano chiamati con nomi diversi, generalmente tutti possono dirsi allegorici, perché sono traslati dal senso letterale o narrativo. Infatti la parola allegoria deriva dal greco alleon che, in latino, si pronuncia alienum, ovvero “diverso”. Alla luce di queste considerazioni, è evidente che occorrono due soggetti intorno ai quali scorrano i due sensi. E quindi bisogna fare attenzione in riferimento al soggetto di quest'opera, dapprima che venga accettato in base al senso letterale; poi che quel medesimo oggetto sia colto nel senso allegorico. Preso solo nel suo senso letterale, dunque, il soggetto dell'intera opera riguarda semplicemente la condizione delle anime dopo la morte. Infatti, tutta l'opera procede muovendosi attorno a questo tema. Se in verità, si scava nel senso allegorico, il soggetto diviene l'uomo che per libero arbitrio, meritando o demeritando, è premiato o condannato dalla giustizia.


L’epistola che da molti autorevoli studiosi viene considerata – insieme alle altre – fondamentale per l’enorme valore documentale, sebbene recentemente qualcuno ne abbia messo in dubbio l’autenticità, esplica chiaramente gli intenti e la metodologia applicata dall’autore nella stesura della sua Commedia.
Non resta quindi che sottolineare ancora il significato esoterico di natura etico-iniziatica delle allegorie dirette all’uomo che durante la propria esistenza, scegliendo di operare per il bene o il male, attenda il premio o il castigo della Giustizia. Quest’ultima affermazione dell’Autore, ci porta ad una ulteriore considerazione che appare assai utile prima di cominciare la lettura: la Commedia è certamente complessa (del resto ogni cosa che sia buona e sublime ha le sue difficoltà che poi la rendono tale) e non è immediatamente comprensibile ai più, ma con un po’ di impegno la Poesia sarà capace di regalarci momenti altissimi ed indimenticabili, sensazioni ed emozioni così profonde da apparire addirittura reali. E’ così che credo vada letta la Commedia, non come qualcosa di fantastico, ma come se Dante stesse realmente compiendo quel “viaggio” della durata di una settimana.

 

L’allegoria dantesca: dalla catàbasi del VITRIOL alla luminosa bellezza della Felicità
Aroux diceva che “l'Inferno rappresenta il mondo profano, il Purgatorio comprende le prove iniziatiche, e il Cielo è il soggiorno dei Perfetti (...)”;  da un certo punto di vista che tenterò di illustrare, tale interpretazione sembra sicuramente coerente, ma proverò comunque a fornirne una diversa, per me assai più calzante con le affermazioni di Dante e la tradizione ritualistica che la Massoneria Moderna ha ricavato dal passato.
Ritornando ad Araux sembra facile ipotizzare che i vizi infernali rappresentino la naturale condizione umana, che è superata dagli uomini liberi e di buoni costumi che hanno accesso al Purgatorio; poi, tramite il superamento delle prove iniziatiche, giungono a perfezionare sé stessi, meritando il "Cielo".
La mia ottimistica concezione del mondo mi conduce invece ad una diversa interpretazione del "viaggio" dantesco che egli intraprende durante la vita allorquando, perduta la direzione, si ritrova immerso nella spiacevole e nebbiosa “selva oscura”.
Dante piange davanti alla LupaIn quella condizione di disagio provocata dalla perdita di punti di riferimento egli decide quindi di intraprendere un cammino di catabasi accompagnato dalla saggezza e dalla conoscenza, personificate da Virgilio. Bellissimo l’incontro fra i due: Dante piange davanti alla Lupa(7),  la cui natura malvagia ed empia incute grande timore e paura nel suo animo e Virgilio è lì a suggerirgli che la sua via è un’altra e che di là è bene non passare a meno di perire. Dante viene poi informato da Virgilio che qualcuno più degno lo condurrà nei cieli, e più preannuncia la redenzione finale e, addirittura, la visione di Dio. Da saggio, ritorna perciò sui propri passi, tentando di scoprire gli errori commessi in modo da correggerli.
La virtù è la base fondante della rettitudine di cui è impregnata la Commedia e ne è la chiave di lettura principale, soprattutto per quanto concerne la prima Cantica. Mentre l’amicizia è sicuramente una delle caratteristiche portanti dell’intera Commedia ed il rapporto fra Dante e Virgilio è uno degli esempi più belli nella letteratura di tutti i tempi: Dante ammira Virgilio e la sua amicizia sarà l’unico conforto nel Viaggio infernale.

 

L’inferno: vizi e virtù

 

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"
(Inf. XXVI, vv.119-120)

 

Dante mostra costante paura ed impaccio durante il viaggio nelle profondità del proprio io: queste due emozioni saranno le sole a confortarlo e guidarlo nell'arduo cammino verso la conoscenza del male (episodio dell'Arcangelo Michele).
Dall'episodio si evince come il viaggio dantesco sia stato voluto dalla suprema luce che, in un certo senso, vuole Dante. E se Dante è visibilmente disorientato ed intimorito da ciò che non conosceva, oltre alla valenza storico-politica dei suoi versi, si scorge - più in profondità - un esame attento dei vizi umani, alcuni dei quali Dante sa benissimo di dover eliminare per sé stesso. Si affida quindi completamente alla sua guida spirituale, al padre ideale Virgilio, che intrinsecamente rappresenta conoscenza, intelligenza, sapienza ed intuizione, in una sola parola l'unica "Luce" nelle tenebre dell'Averno, ovvero delle proprie profonde debolezze.
Di fronte alla virtù capitolano numerosi personaggi quali Ulisse (ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto / e delli vizi umani e del valore – Inf. XXVI, vv.98-97), Achille, Elena, Didone etc.; egli poi fa riferimento anche all’amico Guido, quando incontrando suo padre Cavalcante de’ Cavalcanti (Inf. X), fa capire come l’amore deve basarsi sulla virtù e non sulla passione, canone dell’amor cortese.
Tale visione sarà più evidente facendo riferimento ad uno dei passi maggiormente apprezzati di tutta la Commedia, quello relativo a Paolo e Francesca: un momento sublime di amore che, seppur commovente per Dante stesso, è simbolo della passione che turba lo spirito, quale intensa sorgente di tensione spirituale merita quindi la punizione riservata ai morti per amore che pur stando vicini ai lussuriosi sono assai diversi. In questo caso – Dante stesso lo ripete – la ragione soccombe alla passione (“talento”). Il viaggio infernale serve quindi a capire e conoscere i propri punti deboli che solo con la piena consapevolezza possono essere controllati e superati, rendendo l'uomo più vicino alla perfezione divina.
La discesa agli inferi si identifica quindi con l'ermetico VITRIOL (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem) [Ndr si veda l’articolo: V.I.T.R.I.O.L. ed il tema della discesa agli inferi], la catàbasi catartica che può condurre un uomo al livello superiore, ovvero uscire "a riveder le stelle" come scritto in precedenza anche da Virgilio che, per Dante, è simbolo di quella rettitudine pagana che precorre ed è radice stessa di quella cristiana. A questo punto risulta abbastanza semplice accostarvi il primo viaggio dell’iniziando massone nel Gabinetto di Riflessione, viaggio all’insegna dell’elemento terra, in cui è richiesto di esaminare il proprio io, proprio come accadrebbe prima di esalare l’ultimo respiro; per poi lasciare un “testamento” che renda chiari gli intenti benevoli ed elevativi di colui che ha compreso i propri punti deboli e che, avendone l’occasione, saprebbe come porvi rimedio.
Accompagnato dal Maestro Esperto (Virgilio), attraverso il superamento delle prove del percorso catartico, l’iniziando, così come Dante, una volta che sarà purificato dal “fuoco”, riuscirà a scorgere la “luminosità” della propria consapevolezza e redenzione dal vizio.

 

Purgatorio e Paradiso: amicizia, Amore e Luce

 

“Lamor che move il sole e laltre stelle

 

La luce sale sull’orizzonte del Purgatorio, Dante e Virgilio sostano sulla riva del mare, poco dopo... l’arrivo dell’amico Casella che canta “Amor che ne la mente mi ragiona” dal Convivio e la serenità di Dante: l’atmosfera dopo il «cammino ascoso» è alquanto diversa e, sebbene richiamati dal senso morale (Catone) a non indugiare oltre nell’espiazione dei propri peccati, per un attimo sono tutti rapiti dalla dolcezza del canto. L’invito dantesco sembra qui diretto a superare la materialitàà, dedicandosi esclusivamente all’elevazione spirituale del proprio essere.
Beatrice purgatorioInfine, se il Purgatorio ricorda il mondo terreno, in particolare nei primi canti, ed il tema dell'amicizia è ricorrente nell'incontro affettuoso con Nino Visconti, poi con Forese Donati, allora probabilmente Dante vuole sottolineare quanto sia importante e necessaria la “compagnia” degli amici durante l’esistenza in vita.
Passando avanti, abbiamo visto nell’Inferno, come Dante abbia superato il binomio amore-passione in favore di quello Amore-virtù, successivamente confermato dalla scelta di Beatrice quale guida e accesso alla volta celeste, ma è nell’ultima cantica che si concretizza ed evidenzia il paradigma dell’intera Commedia: l’identità fra Amore, Verità e Luce. Tre termini che nel loro significato più alto, quello essenzialmente esoterico, trascendono la materia per realizzarsi nella “Perfezione” divina. Con l’ultimo verso, citato ad inizio paragrafo, Dante riesce ancora una volta a sintetizzare l’Idea più sublime; idea che rende tutta l’Opera esplicitamente la “commedia” per eccellenza: quale miglior chiusura, di un finale che riconduce tutto ciò che conosciamo, l’Universo intero, all’Amore nella sua forma più eterea e pura.

 

Conclusioni

La Divina Commedia è eterna perché, come i miti, racconta qualcosa che ci tocca profondamente, insomma riguarda vuoi la parte più oscura vuoi quella più luminosa di ciascun individuo. In poche parole - sebbene apparentemente incredibile - Dante riesce a condurre per mano il lettore che dall’iniziale, desolante paura dovuta alla perdita di punti di riferimento, attraverso un cammino sofferto nella dimensione interiore alla scoperta della bassezza umana, giunge alla nuova luce della speranza; speranza in una possibile e concreta redenzione spirituale che successivamente, tramite la temperanza e la volizione, conduce alla pura trascendenza, nella piena consapevolezza del tutto...
In una singola opera è perciò sintetizzato il percorso umano nella sua essenza, un compendio della realtà che, esaminando ogni singolo aspetto della personalità nella sua crudezza e nella sua Bellezza, fornisce una risposta a molti dei quesiti e delle necessità di un individuo: coloro che sapranno approfittarne potranno migliorare la propria esistenza in questa e, forse, nell’altra dimensione.
Infine, sembra incredibile, come nel secolo d’oro - a cavallo fra il XIII ed il XIV – Firenze sia divenuta il centro del mondo intero: con Giotto e Dante, precursori dei molti altri grandi personaggi del Rinascimento culturale medievale, ha fatto sorgere un sole eterno che continua a diffondere luce sino ai giorni nostri...

 

Gianmichele Galassi

Tratto da: G. Galassi, Gradus n° 82/ gen.-apr. 2015, Turri Editore, Firenze.

 

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NOTE

1) Dalla Prefazione di “Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del Poema  sacro.” G. Pascoli, 1900.

2) In questo contesto non vogliamo assolutamente fare riferimento all’accezione di ermeneutica elaborata da Heidegger ed al pensiero dei filosofi post-heideggeriani.

3) Enciclopedia italiana Treccani online (www.treccani.it/enciclopedia/modernita), in questa definizione la tradizione è intesa come “consuetudine” e “folklore”.

4) Quella del “veltro” è sicuramente una delle allegorie più discusse e controverse. Ma ultimamente si è affacciata una nuova interpretazio- ne che, con franchezza, mi pare piuttosto attinente e supportata dalla coerenza con i successivi versi danteschi a tal riguardo: se in preceden- za Giovanni Getto (nel suo “Aspetti della poesia di Dante”, Sansoni, Firenze, 1966, pp.13-14.) aveva ipotizzato che dietro l’allegoria del vel- tro si trovasse il Sommo Poeta stesso, Lamberto Vaghetti (nel suo Il vel- tro non è più un mistero, in «Nuova Antologia», diretta dal prof. Cosimo Ceccuti, Fascicolo 2229, anno 139° Gennaio-Marzo 2004, pp. 356-359, Felice Le Monnier, Firenze) avrebbe adesso individuato l’opera stessa, ossia la Commedia, quale elemento “dottrinale” che potrà condurre qualsiasi uomo dallo stato di peccato alla salvezza, sconfiggendo così la lupa).

5) Sebbene Dante stesso dichiari apertamente la sua incapacità a trasmettere la propria esperienza celeste al termine della Cantica del Paradiso.

6) La traduzione originale dell’Epistola a Cangrande è di G. Galassi che si è basato su quella, ancora inedita, della Prof.ssa Maria Adele Garavaglia i cui diritti sono riservati, e su quella presente in Dante Alighieri, Tutte le opere (in versione integrale), 2005.

7) La lupa rappresenta la peggiore cupidigia, l’avidità senza fine del potere.

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