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di Danilo Campanella   indice articoli

 

L'atto finale della società: trasformarsi in comunità o perire

Dicembre 2014

 

In questo breve e non certo esaustivo percorso nella rubrica "Riflessioni politiche", grazie allo spazio concesso dal brillante e meritorio Ivo Nardi, ho con-diviso con te lettore alcune prospettive di studio, in parte assodate ed approfondite (quelle che vengono dette "accademia" o "dottrina") altre inedite.
Analizzando la filosofia e l'etica politica, la società, i filosofi politici, l'individuo nella massa, il tema del potere, giungiamo ora al termine di questo breve percorso con quella che è una mia personale analisi e convinzione: il necessario passaggio dalla società statale a quella comunitaria.
Sono necessarie alcune dovute distinzioni fra termini soventemente utilizzati a torto come sinonimi, partendo dalla distinzione tra comunità e società. Entrambe sono realtà etico-organizzative, oltre che biologiche, in cui prevale nella prima l’opera della natura, mentre nella seconda l’opera della ragione. Mentre la prima è una “società” naturale (famiglia, tribù, clan, gruppi etnici) la seconda è artificiale e prevede un contratto o quantomeno un implicito consenso (azienda, sindacato). Come ricordano sia J. Maritain(1) che J. T. Delos(2) in una comunità l’oggetto è un fatto che precede le determinazioni dell’intelligenza e della volontà, agendo indipendentemente formando sentimenti comuni, da cui si sviluppano comuni consuetudini; al contrario nella società l’oggetto è un compito da assolvere o un fine da raggiungere(3) :

 

Nella comunità, le relazioni sociali procedono da date situazioni e ambienti storici; i modi tipici dei sentimenti collettivi – ovvero la psiche collettiva inconscia – hanno la precedenza sulla coscienza personale, e l’uomo appare come il prodotto del gruppo sociale. Nella società la coscienza personale mantiene la priorità … e i rapporti sociali procedono da una certa idea, da una certa iniziativa … Nella comunità, la pressione sociale proviene da un vincolo che impone all’uomo dei tipi di comportamento la cui azione è sottoposta al determinismo della natura. Nella società, la pressione sociale deriva da una legge o da regole razionali, o da una certa idea di fine comune(4).

 

Nella società vivono gli individui, nella comunità vivono le persone. Le persone decidono per sé, l’individuo ha bisogno che altri decidano al suo posto. Le forme della comunità si costituiscono, quelle della società, invece, vengono prodotte artificialmente(5) . Possiamo definire l’individuo è l’uomo “in sé”, l’uomo “privato”, distante dall’ “altro” con cui interagisce per bisogno e necessità, occupandosi della “cosa pubblica” soltanto da “eletto”, ovvero solo da rappresentante istituzionale.
La persona, invece, è l’uomo “per sé”, l’uomo pubblico, che vive con l’ “altro” perché vede in lui un altro “io” a sé simile, escludendo a priori motivi di utilità o di interesse; egli partecipa alla vita pubblica non soltanto quando richiesto dalla stessa, ma come cittadino, come uomo o donna della comunità politica in cui vive, continuamente interessato di ciò che gli accade intorno, realizzando una nuova prospettiva di società politica in cui si consideri

 

la fondamentale uguaglianza (ontologica) di tutti gli uomini come esseri spirituali, cioè come persone e, quindi, sul piano politico, l’eguale diritto di tutti gli uomini a partecipare al governo della cosa pubblica(6) .

 

Egli è l’uomo “aperto”, che non ha bisogno dei riconoscimenti dello Stato per essere felice ma vive in esso e vi partecipa per quel che gli è dato di parteciparvi, distinguendo la sfera pubblica della sua esistenza da quella privata.
Diversamente, lo Stato è una sezione di quella parte di umanità organizzata chiamata corpo politico o società. Lo Stato domina la società (politica) creata dalla ragione umana e tende alla realizzazione del bene comune. Funzione dello Stato è quella di mantenere la legge, l’ordine pubblico, amministrare e interessarsi degli interessi del tutto, ovvero la società nel suo insieme. In tale senso è, secondo la definizione di H. Laski(7) una corporazione di servizio pubblico, composta da tutte le istituzioni combinate nel formare la macchina regolatrice che occupa i vertici della società(8). Eppure lo Stato è inferiore alla società, poiché essa è un tutto, quel popolo che dona allo Stato l’autorità e quindi la sua legittimazione finché lo ritiene opportuno. Non è nemmeno il vertice direttivo pensante poiché la testa nell’essere umano, come ci ricorda Maritain è:

 

lo strumento di potenze spirituali come l’intelligenza e la volontà che il corpo intero deve servire; mentre le funzioni esercitate dallo Stato sono al servizio del corpo politico (società), e non il contrario(9).

 

Ma che cos’è dunque il “popolo”? Esso è una comunità nel senso più ampio del termine, una formazione sociale a cui appartengono persone individuali; non abbraccia tutti gli esseri umani, ma la sua dimensione è circoscritta ad una parte di umanità(10) , con alcune caratteristiche: ha una sua vita, che chiamiamo storia,

 

Lo scenario della storia umana è la terra e ogni popolo abita, per svolgervi la propria vita, uno spazio della terra(11).

 

in cui il legame di sangue non è sufficiente ma a cui si deve aggiungere una comunione spirituale, non si identifica con lo Stato ma cresce fino a costituire un’organizzazione Statale(12).
Quando lo Stato ha preso il sopravvento sulla società, togliendosi da ogni necessità di legittimazione è diventato il mostro totalitario che la storia ha conosciuto nel suo culmine con le ideologie del XX secolo, le quali hanno messo il popolo al servizio dello Stato e non viceversa: le “grandi narrazioni” hanno dissolto la società e i suoi rappresentanti, i partiti, per farli confluire nello Stato (fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco) mentre il comunismo ha dissolto lo Stato facendolo confluire nel Partito, identificato con il corpo politico. Ciò è stato possibile a causa del “mito dell’idealismo”, di origine hegeliana, che voleva lo Stato come suprema incarnazione dell’Idea. Lo Stato ha così sottratto alla società politica (corpo politico) la sua legittima sovranità, il potere supremo e il diritto a questo potere, arrogandoselo a sé e divenendo un “tutto in se stesso”.
La Rivoluzione francese conservò questo concetto trasferendolo dal re deposto alla nazione, erroneamente identificata con la società, in modo tale che quest’ultima, assieme all’idea di Stato e di nazione si trovarono uniti nella suprema e più nefasta identificazione giuridica. La sovranità, che prima era della società tutta, del popolo, era quindi trasferita alla nazione,

 

nello stesso tempo, in virtù di una teoria volontari sta della legge e della società politica, teoria che la filosofia del secolo XVIII si adoperò a consacrare, lo Stato ricevette gli attributi di una persona (di una supposta persona morale) e fu trasformato in un soggetto di diritto, cosicché l’attributo della sovranità assoluta, assegnato alla nazione, doveva inevitabilmente, di fatto, essere rivendicato e esercitato dallo Stato(13)  … Durante il regno della democrazia individualista o “liberale”, lo Stato, trasformato in un assoluto, ha manifestato una tendenza a sostituirsi al popolo e a lasciarlo così, in una certa misura, estraneo alla vita politica, e si è anche dimostrato capace di suscitare tra le nazioni le guerre che turbarono il XIX secolo(14).

 

Veniamo ora alla nazione, il cui termine trae origine dal latino nasci, ossia nascita, ed è stata perciò assimilata alla patria, derivata dalla parola “padre” e che designa il luogo che ci ha dato la vita. La nazione è una comunità etico-sociale fondata sull’appartenenza di stirpe o di nascita, ad una “paternità” comune, ed ha luogo quando una comunità etnica prende coscienza di se stessa e della sua storia(15), diventando una “comunità di comunità”, una rete cosciente di sentimenti comuni, la cui confusione con lo Stato, ha portato alla nascita dello “Stato nazionale” o “Stato-nazione”, facendo della nazione una:

 

divinità terrestre il cui assoluto egoismo è sacro, e si è servita del potere politico per travolgere ogni ordine stabile tra i popoli. Lo Stato, una volta identificato con la Nazione, o addirittura con la Razza, e una volta che la febbre degli istinti terreni ebbe cosi invaso il suo sangue, questo Stato ha visto esasperarsi la sua volontà di potenza, e ha preteso di imporre con la forza della legge il cosiddetto tipo e il cosiddetto genio della Nazione, diventando così uno Stato culturale, ideologico, cesaro-papista, totalitario(16).

 

Il passaggio dallo Stato alla società - di massa – esige un ulteriore sforzo per il raggiungimento di un nuovo tipo di corpo politico, in cui pulsioni e sentimenti siano vivi, naturali, in cui alla collaborazione si sostituisca la solidarietà, quell’agire mosso non dall’obbligo o dalla convenzione, bensì dalla naturale empatia che si sviluppa fra persone che sentono di avere qualcosa in comune.

 

Promuovere … la creazione di una rete di rapporti multilaterali, ma non necessariamente universali, che consentono una coesistenza proficua … non si tratta di spostare il concetto di sovranità dagli Stati nazione ai popoli o alle culture. Superare il nazionalismo di Stato non significa trasporre la stessa ideologia dell’autosovranità e delle libertà assoluta a unità più ampie, o addirittura all’intera razza umana … il problema non è soltanto politico, ma anche filosofico e teologico. Due società determinate possono essere ontonomicamente collegate solo se c’è un terzo elemento che le coordina … l’impero era un mito con una forza unificante. Dal suo smembramento sono nati gli Stati-nazione. L’impero poteva essere sovrano, poiché si presumeva fosse fondato su un principio divino superiore a esso … l’ideologia dell’impero è crollata e con essa la sovranità assoluta delle unità parziali. Occorre quindi un nuovo mito(17).

 

Questo nuovo “apparato” dovrà quindi allontanarsi sempre più dal concetto filosofico-giuridico di società, per ricapitolare nella comunità in cui interagiscano tre strutture: la famiglia o comunità di base, i corpi intermedi e le istituzioni dello Stato, tutte inserite nella società civile(18) . La famiglia è particolarmente indispensabile perché, come detto in precedenza, in questa piccola comunità naturale la persona matura il senso morale che poi sfocia in virtù etica, ossia civica. La famiglia è e deve essere un istituto tutelato, e non già riconosciuto poiché essa non ha bisogno del riconoscimento dello Stato, essendo naturale. Questo apparato comunitario sarà il corpo politico in cui l’essere umano potrà veramente emanciparsi, senza tuttavia rischiare di cadere nelle derive “asettiche” e poi “stataliste” del passato.
Essenziale per la formazione dell’apparato comunitario è la presenza e l’equilibrio, al suo interno, di contrappesi assicuratori di libertà. I contrappesi del potere sono la presenza di una magistratura indipendente, una stampa libera(19) e la libertà di culto religioso.
Questa idea, anzi, questa prospettiva comunitaria, è già una realtà viva ed operante. La comunità come realtà in atto, interconnessa e pulsante è già reale anche se non riconosciuta da alcun governo: essa è internet, attraverso cui milioni di persone si informano, discutono e decidono persino. Come si può in verità chiamare una tale realtà “virtuale”? Il passaggio da una comunità digitale, informatica, ad una comunità “concreta”, ovvero in forma geografica, territoriale, darà luogo ad un nuovo tipo di democrazia, meno rappresentativa e più partecipata(20). In questo caso è probabile che il compito dei partiti si esaurirà poiché verrà annullata la distanza fra mezzi e fini o, più realisticamente, sarà in collaborazione con altre realtà associative, quando la struttura della società e Stato (allora divenuti appieno comunità) si integreranno. A quel punto sarà l’apparato comunitario, nel suo insieme (società famigliare, società religiosa, società politica) e non i partiti politici, con le loro prospettive ideologiche, a costituire lo Stato. Le decisioni ideologiche hanno, di fatto, intralciato l’evoluzione della civiltà, producendo in massima parte differenze di classe, fanatismo, miseria, ovvero tutto quello che avevano promesso di eliminare(21).
Questo passaggio da democrazia “ordinaria” a democrazia “comunitaria” porterà alla completa realizzazione di quella “terza via” auspicata da alcuni pensatori, attraverso un nuovo concetto di sovranità, staccandosi di fatto da quella elaborata dai principi rivoluzionari del 1789 che legò sovranità a suffragio universale, spostando la sovranità, già in mano al sovrano, alla nazione, poi allo Stato, poi andò ai partiti, ai soviet … giungendo finalmente alle comunità locali, all’interno del grande apparato social-politico che è l’apparato comunitario.

 

Detto questo ringrazio voi che mi avete in-seguito, e quindi anche doverosamente criticato, quando lo ritenevate necessario. Un grazie a tutti voi che mi avete permesso di crescere. Nel salutarvi vi ricordo che voi siete unici perché "persone", straordinari poiché siete il tempo in cui l'essere si fa parola. E la parola è viva in chi la pronuncia, o la scrive, e in chi la ascolta, o la legge.

 

   Grazie.

 

   Danilo Campanella

 

Altre riflessioni politiche

 

NOTE

(1) Si veda J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014.

(2) Si veda J. T. Delos, La Nation, l’Arbre, Montréal 1944.

(3) Cfr. J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 7.

(4) J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 8.

(5) Cfr. Edith Stein, Vado per il mio popolo, Angela Ales Bello (a cura di), Castelvecchi, Lit Edizioni, Roma 2012, p. 43.

(6) A. Olivetti, L’ordine politico delle comunità, Edizioni di Comunità, Milano 1970, p. 41.

(7) H. Laski, A Grammar of Politics, Allen e Unwin, London 1935, p. 69.

(8) Cfr. J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 16.

(9) J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 16.

(10) Cfr. Edith Stein, La struttura della persona umana, tr. it. di M. D’Ambra, Città Nuova, Roma 2000, in Edith Stein, Vado per il mio popolo, Angela Ales Bello (a cura di), Castelvecchi, Lit Edizioni, Roma 2012, p. 64.

(11) Edith Stein, La struttura della persona umana, tr. it. di M. D’Ambra, Città Nuova, Roma 2000, in Edith Stein, Vado per il mio popolo, Angela Ales Bello (a cura di), Castelvecchi, Lit Edizioni, Roma 2012, p. 65.

(12) Cfr. Edith Stein, La struttura della persona umana, tr. it. di M. D’Ambra, Città Nuova, Roma 2000, in Edith Stein, Vado per il mio popolo, Angela Ales Bello (a cura di), Castelvecchi, Lit Edizioni, Roma 2012, p. 73.

(13) J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 19.

(14) J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 21.

(15) Cfr. J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 9.

(16) J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Marietti, Genova 2014, p. 11.

(17) Raimon Panikkar, Concordia e armonia, Mondatori, Milano 2010, p. 130.

(18) La società civile è regolata da leggi universali, valide nello stabilire i rapporti tra cittadini di ogni paese e in ogni tempo, e particolari.

(19) La libertà di stampa non significa assenza di censura. Lo Stato ha il dovere di censurare quelle immagini o quei messaggi pubblici che sono un chiaro turbamento verso gli animi immaturi o sensibili. I bambini e gli anziani, in particolare, hanno uno speciale diritto a questa tutela.

(20) Cfr. A. Olivetti, Democrazia senza partiti, Edizioni di Comunità, Roma-Ivrea 2013, p. 43.

(21) Cfr. A. Olivetti, Il cammino della comunità, Edizioni di Comunità, Roma-Ivrea 2013, p. 32.

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