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Salute e alimentazione naturale

Del dott. Giacomo Bo   indice articoli

  

 

Alimentazione, Impatto Ambientale e Sviluppo Sostenibile

Febbraio 2008

Estratto dal convegno “Educazione allo Sviluppo Sostenibile” organizzato dall’Unesco a Udine il 21 dicembre 2007.

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L’ecologia della nutrizione
“Ecologia della nutrizione” (Nutrition ecology) è un termine relativamente recente. È stato coniato nel 1986 da un gruppo di nutrizionisti dell'Università di Giessen, in Germania. Si tratta di una scienza interdisciplinare, che prende in esame tutte le componenti della catena alimentare e ne valuta gli effetti secondo 4 punti di vista principali: la salute umana, l’ambiente, la società e l'economia.
Le componenti della catena alimentare sono tutte quelle coinvolte nel processo di produzione e consumo del cibo, viene cioè seguito tutto il procedimento “dalla culla alla tomba”, che comprende: la produzione, il raccolto, la conservazione, l'immagazzinamento, il trasporto, la lavorazione, il confezionamento, il commercio, la distribuzione, la preparazione, la composizione, il consumo del cibo e lo smaltimento dei materiali di scarto delle varie fasi.
Le 4 dimensioni sopra citate dell’ecologia della nutrizione sono la base per valutare la sostenibilità di uno stile alimentare: l’ecologia della nutrizione offre strumenti per confrontare tra le loro i vari stili alimentari, nonché i processi produttivi, per individuare le strade migliori da seguire.

Solo per fare un esempio l’Associazione Dietisti Americani ha confrontato un’alimentazione basata su proteine vegetali con un’alimentazione basata su proteine animali ottenendo quanto segue: In generale, la produzione di proteine animali richiede 25 kcalorie per ogni caloria prodotta come cibo. La produzione di proteine dal grano richiede solo 2,2 kcalorie per ogni caloria prodotta come cibo. Ad esempio, per ogni kcaloria prodotta, la produzione di pollo richiede 4 kcalorie, per il tacchino 10, per il latte e il maiale servono 14 kcalorie, per le uova 39, per il manzo 40 e per l'agnello 57".
Anche per quanto riguarda il consumo di terra e di acqua, i cibi animali sono molto più "dispendiosi" di quelli vegetali e quindi hanno un impatto ambientale molto maggiore. I ricercatori hanno scoperto che per produrre proteine dalla carne serve più' terra che per produrre proteine vegetali, da 6 a 17 volte tanto. Inoltre, la produzione di proteine animali richiede circa 26 volte più' acqua rispetto alla produzione di proteine vegetali su terreni non irrigati, e la produzione di proteine vegetali e' più' efficiente, come consumo di energia, rispetto a quella di proteine animali, da 2,5 a 50 volte tanto (a seconda del tipo di coltivazione praticata). Possiamo quindi confrontare diverse diete alimentari sulla base dei fattori ecologici di sviluppo sostenibile e osservare il loro impatto ambientale. La maggior parte degli studi effettuati a livello scientifico si è concentrata su 3 diete principali:

  1. Alimentazione onnivora con uso di prodotti vegetali e animali;

  1. Alimentazione vegetariana, che esclude direttamente gli animali ma include i loro sottoprodotti (uova, formaggio ecc.);

  2. Alimentazione vegana, che esclude ogni prodotto animale e di derivazione animale.

Le perplessità che la comunità scientifica aveva nei confronti delle diete prive di prodotti animali, in termini di salute, è ormai stata risolta da un numero sempre crescente di studi, tanto che si è giunti alla conclusione che le diete vegane ben bilanciate ed altri tipi di diete vegetariane risultano appropriate per tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia ed  adolescenza.
Non solo le diete vegetariane sono adeguate, ma offrono molteplici vantaggi sul piano nutrizionale, tra cui ridotti contenuti di acidi grassi saturi, colesterolo e proteine animali, a fronte di più elevati contenuti di carboidrati, fibre, magnesio, potassio, acido folico ed antiossidanti, quali ad esempio le vitamine C ed E e le sostanze fitochimiche.
I dati disponibili nella letteratura scientifica evidenziano come i vegetariani presentino un più basso indice di massa corporea dei non-vegetariani, come pure una ridotta incidenza di morte per cardiopatia ischemica; i vegetariani presentano inoltre più bassi livelli di colesterolo plasmatico e di pressione arteriosa, una ridotta incidenza di ipertensione, di diabete mellito tipo 2 e di tumore della prostata e del colon. Risolto il problema della salute individuale, diviene quindi importante stimare il loro impatto per la salute del pianeta. Ricerche scientifiche molto complete sono giunte alle seguenti 3 conclusioni:

A parità di tipologia di produzione, la dieta “normale” non equilibrata, consumando una sproporzionata quantità di calorie da alimenti di origine animale, ha ovviamente un impatto maggiormente negativo sulla salute umana.
Un cospicuo numero di studi epidemiologici dimostra che un'alimentazione con un ridotta quantità di alimenti di origine animale è la più confacente alle esigenze dell'organismo umano e numerose pubblicazioni hanno accertato come nelle persone che si alimentano in questo modo sia considerevolmente minore l'incidenza di gravi patologie quali tumori, ipertensione, arteriosclerosi, infarto, ictus, diabete, obesità, osteoporosi, calcoli e altre patologie che costituiscono le principali cause di malattia e mortalità nei paesi industrializzati.

A parità di tipologia di produzione, maggiore è il consumo di animali e maggiore è l'impatto ambientale.
Anche questo risultato era prevedibile in quanto è noto che esiste il cosiddetto “indice di  conversione”, che misura la quantità di cibo necessaria a far crescere di 1 kg l’animale. Ad un vitello servono 13 kg di mangime per aumentare di 1 kg, mentre ne servono 11 a un vitellone (un bue giovane) e 24 ad un agnello. I polli richiedono invece solo 3 kg di cibo per ogni kg di peso corporeo. Se si considera poi che l’animale non è tutta carne, ma vi sono anche gli “scarti”, queste quantità vanno quasi raddoppiate. Il rendimento delle proteine animali è analogamente basso: un bovino, ad esempio, ha un’efficienza di conversione delle proteine animali di solo il 6%; consumando cioè 790 kg di proteine vegetali, produce meno di 50 kg di proteine. Sempre più spesso ormai gli animali vengono definiti “fabbriche di proteine alla rovescia”, intendendo che il bilancio alimentare fra le proteine vegetali usate per la loro alimentazione e le proteine animali da essi prodotte è negativo.

A parità di dieta, i metodi di produzione chimicointensivi (ampio uso di pesticidi e prodotti chimici) hanno un impatto ambientale maggiore rispetto ai metodi biologici.
Questo risultato, che l’opinione pubblica considera scontato, era comunque da dimostrare in quanto, ad esempio, l’impatto dovuto ai pesticidi nella produzione chimica-intensiva avrebbe potuto essere bilanciato dal maggior consumo di territorio effettuato negli allevamenti biologici.
Risulta invece chiaro che l’impatto dovuto alla produzione chimico-intensiva è, indipendentemente dall’approccio utilizzato, sempre maggiore del 60-100% rispetto all’impatto della coltivazione biologica.
Semplificando si può ipotizzare un impatto ambientale quasi doppio.

 

Conclusioni
Dai numerosi studi scientifici effettuati sulle diverse diete alimentari risulta evidente che lo stile di alimentazione moderno, basato su un ampio consumo di prodotti di origine animale, è quello che produce il maggior impatto sulla salute individuale e su quella del pianeta, mentre un'alimentazione basata su prodotti vegetali e di origine biologica ha il minor impatto sull’ambiente e anche è la più salutare per l’organismo umano.

 

Giacomo Bo e Nadia Damilano Bo

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