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RIFLESSIONI SUL SENSO DELLA VITA


di Ivo Nardi

Edizioni TLON, 2016

 

 

RIFLESSIONI SUL SENSO DELLA VITAIvo Nardi ha posto dieci domande esistenziali a più di cento personaggi del mondo della cultura, mille risposte a confronto.

Una preziosa raccolta di riflessioni che mettono in luce le prospettive della società contemporanea.

L’intento è quello di offrirti più punti di vista possibili sul senso della vita, così da aiutarti in maniera più obiettiva davanti alle circostanze della tua esistenza. Approfondisci


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e scarica gratuitamente l'eBook contenente gli aforismi tratti dalle risposte.


Riflessioni sul Senso della VitaRiflessioni sul Senso della Vita

di Ivo Nardi - Indice personaggi intervistati

Riflessioni.it è il luogo ideale per fermarsi e riflettere sul senso della vita e lo faremo attraverso le risposte che persone di cultura hanno dato a dieci domande da me formulate.

 

Intervista a Emy Blesio

marzo 2012

 

Emy Blesio (Mahamandaleshwar Yogacharini Pandit Gayatri Devi) Scrittrice, Maestra di Yoga, esperta di Filosofia e Mitologia dell’India, ha un’esperienza di oltre quarant’anni nel campo dello Yoga.

Da più di 25 anni si dedica intensamente a diffondere lo Yoga e la cultura indiana. Nel 1996 le viene assegnato il nome di Gayatri Devi dal Brahmano Bhumihara B. B. Mishra in nome del Maestro Pandit Sri Rama Sharma Acharya di Haridwar, Nord India, dove si reca per approfondire scientificamente il valore terapeutico dello Yoga. Dal 1998 promuove eventi dedicati all’India (cultura, arte scienza). Crea e promuove il copiatissimo, ma ancora unico Festival MiticaIndia (danza, Musica, artigianato) in cui vengono proposti Congressi di Yoga e Ayurveda e Simposi della spiritualità “Raggi di Un’Unica Luce”.

Presidente della The World Community of Indian Culture & Traditional Disciplines e della Confederazione Ufficiale Italiana Di Yoga, nel 2010 a Delhi, allo Smriti Darshan, Emy Blesio viene onorata del "Feroz Gandhi Simplicity Award 2010" nel Memorial del Mahatma Gandhi con un premio già conferito in passato a Sonia Gandhi. Nel 2011 a Milano, presso La Casa delle Culture del Mondo, la UPF - Universal Peace Federation in occasione dell’International Women’s Day indetto dall’ONU, conferisce a Emy Blesio, Presidente della WIN Women International Network, il titolo di AMBASSADOR FOR PEACE. Emy Blesio tiene corsi di formazione Insegnanti di Yoga, Meditazione,  stages, workshops in Italia e all’estero.
Collabora con redazioni di riviste ed emittenti televisive e radiofoniche. Tiene conferenze in associazioni, enti pubblici in Italia e all'estero. Ha scritto 6 libri di cui, l’ultimo, edito dalla Calzetti & Mariucci editori. Sito web www.suryanagara.it

 

 

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è per lei la felicità?

La felicità, per me è uno stato che non dipende da fattori esterni. È uno “star bene nella propria pelle”. Molti pensano che la felicità sia soddisfare i propri desideri, ma credo che sia piuttosto l’annullamento del desiderio che consente di possedere la felicità. Nell’insegnamento yoghico (almeno quello riordinato a cavallo dell’anno Zero) basato su dei principi codificati dal saggio Patanjali, vi sono dieci osservanze: gli Yama e Niyama.

Tre di queste descrivono, in modo geniale, proprio questo argomento e il percorso per giungere alla felicità: Asteya, Aparigraha e Samtosha. La prima, Asteya, suggerisce di astenersi dall’impossessarsi di ciò che appartiene ad altri (e non si parla solo di oggetti o persone, ma anche di idee e sentimenti) la seconda è Aparigraha che suggerisce di accontentarsi di ciò che si ha (accontentarsi non vuol dire essere inerti ma essere coscienti che, in effetti, non tutto quello che si desidera è veramente necessario. Un saggio sufi recita: “Più si possiede e più si è posseduti”). La terza è Samtosha ovvero essere felici di quello che si ha (che sta a significare che non hai ansia di accumulare e ringrazi la Vita che ti ha elargito il necessario). Ed è così che si arriva a possedere la Felicità.

E se guardate gli occhi degli abitanti dei villaggi indiani o di qualsiasi villaggio nel mondo che sia ubicato a distanza dal turismo e dalla pubblicità che stimola il “desiderio di possedere quello che non ci si può permettere”, troverete la testimonianza di questa Felicità.

 

2) Signora Blesio cos’è per lei l’amore?

Per me l’amore è Essere Presenti, disponibili… è ESSERCI!

ESSERCI con una frase giusta al momento giusto.

ESSERCI… per offrire la propria spalla dove la sofferenza può trovare conforto…

ESSERCI… per tendere una mano a chi necessita di sicurezze e aiuto…

ESSERCI… per dire NO! quando è il momento di dirlo… con coraggio anche se si sa che quel no non è conveniente per noi ma utile a chi lo si dice.

Insomma essere presenti… SEMPRE… con Attenzione, con Amore e con Rispetto.

 

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?

La sofferenza (come stato d’animo) è il desiderio disatteso. La sofferenza è la non accettazione dell’inevitabile. Quando mi parlano delle difficoltà, e la sofferenza di dover subire la propria inaccettabile vita, consiglio due soluzioni.

  1. Fare tutto quanto è possibile per cambiarla. Cambiare partner, lavoro, casa… insomma tutto quanto non è loro gradito.

  2. Quando il mio interlocutore/trice mi dice che “veramente, veramente, veramente non è possibile cambiare” allora suggerisco di accettare, ma non solo, cercare nel lavoro, nel partner, nel luogo dove abita, qualcosa di buono, che senz’altro c’è, perché nulla è tutto buono o tutto malvagio.

Per quanto riguarda il lavoro, faccio notare che se non si può cambiare lavoro si può mutare atteggiamento o l’idea che abbiamo del lavoro. Più che vedere la noia di una poco soddisfacente attività cercarne la parte positiva. Per esempio, valutare che con il frutto del proprio impegno si può sostentare la famiglia o ci si può permettere di percorrere un sentiero spirituale, oppure di soddisfare delle priorità, senza il quale ciò non sarebbe possibile. E per questo motivo, amare ciò che ci consente tutto questo e tentare di attuare la propria professione nel migliore dei modi, perché l’abilità nell’agire, oltre a soddisfare l’ambiente lavorativo, soddisfa anche noi stessi… una soddisfazione per un lavoro compiuto con precisione e genialità.

Per quanto riguarda l’eventuale partner o famigliare o conoscenti vari, basterebbe ingigantirne le parti positive, che sicuramente ci sono e diminuirne le parti negative che sicuramente tutti hanno. “Le persone cercano spasmodicamente l’amore duraturo… ma sono le persone stesse che, giorno per giorno, lo possono fare diventare duraturo”. Un atteggiamento usuale nelle coppie indiane: “Il matrimonio non è felice solo perché si è scelta la persona giusta … Lo è quando si impara a ritenere giusta la persona che si è scelta

Per quanto riguarda la casa o la città dove si vive…

Quando staremo bene con il nostro lavoro e con il nostro partner o famigliare che sia…. e la strategia dell’ “ogni lasciata è persa” dissolta… ci sentiremo appagati in qualsiasi luogo decidiamo di vivere.

E se invece si vuole parlare di sofferenza fisica, malattie ecc. a molti parrà strano ma il 90% delle malattie ha un’origine psichica e pertanto, vale lo stesso discorso: cambiare atteggiamento. Un atteggiamento pessimistico nei confronti della Vita predispone il fisico a un indebolimento del sistema immunitario. Per contro, una persona disponibile, sorridente, positiva e altruista, può contrastare più efficacemente disordini e malattie.

 

4) Cos’è per lei la morte?

Ogni bambino che nasce è un condannato a morte” diceva Nazareno Rinaldi “e tutto quello che si fa per sfuggirla è una perdita di tempo”. Ma io non la esporrei tragicamente come ha fatto questo mio carissimo amico, grande fotografo.

La morte è una trasformazione inevitabile ed è un altro aspetto della Vita. Ogni cosa, in questo Universo, (in altri Universi forse può essere diverso), ha un inizio e una fine. Un fiore nasce, sboccia e fiorisce mostrando tutta la sua magnificenza e fragranza, dona la sua gioia a tutti quelli che ne vogliono godere senza discriminazione: animali e persone, e poi termina la sua vita ancora con un dono, il seme per nuovi fiori, donatori di altro splendore e gioia.

Questa è una regola cui non sfugge nemmeno l’uomo.

Ma perché questa grande paura della morte?

Ovviamente è derivata dall’attaccamento a una cosa caduca come è il corpo umano. Una identificazione con organi interni. Scheletro, muscoli, pelle (soprattutto muscoli e pelle, attualmente), che ci fa vivere una vita di timori.

Guardiamo per esempio come viviamo una malattia, se noi riuscissimo a distaccarci dal corpo potremmo rispondere a chi ci chiede mentre siamo a letto con un terribile cefalea, “come  stai?”, “Io bene, grazie!” “Pensavo tu avessi un terribile mal di testa?” “Vero, la mia testa non sta troppo bene.”

In effetti noi abitiamo questo corpo che ci è stato prestato dalla Vita e se ne fossimo consapevoli non ci identificheremmo con esso.

Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mar… l’oceano! C’è un bel dire eliminate l’attaccamento al vostro corpo. Tutto nella nostra società spinge al contrario. Ci si assoggetta a orribili trattamenti e persino alla chirurgia plastica per apparire.

Quindi consiglio a miei allievi, pensate alla morte quando arriverà e nel frattempo gioite per tutto quello che la Vita vi regala, e quando sarà il momento di lasciare la parte temporanea, provvisoria, di noi, cerchiamo di viverla con consapevolezza come un altro dono, per fare in modo, come il fiore, di regalare i nostri semi più belli per una miglior vita a chi rimarrà dopo di noi.

Preoccuparsi prima non serve a nulla se non ad affrettarne l’incontro.

In ogni caso, è molto difficile dire che cos’è la morte, né come sarà il nostro incontro con essa. La vera conoscenza della morte la si ha solo quando stiamo esalando l’ultimo respiro.

 

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?

Nella mia scuola ho instaurato il Regno della Possibilità. Almeno lì si è pregati di non dire: “non ce la farò mai”, “non ne sono capace”, o ancora “non è possibile”.

E anche il mio obiettivo è molto grande, forse troppo, ma nel Regno della Possibilità io ci metto tutta la mia energia per renderlo possibile. Vorrà dire che se non mi riuscirà, abbasserò il tiro. Oppure passerò il testimone ai miei allievi e saranno loro a portarlo a termine o, alla peggio dei casi, farlo proseguire.

Vorrei riuscire a riportare lo Yoga alla sacralità del passato. Anche evoluto e adattato al mondo occidentale ma che conservi le profonde radici. È un compito arduo considerando la confusione che la cosiddetta NewAge o età dell’Acquario ha compiuto e imperterrita sta compiendo sullo Yoga. Non tutto della Newage è negativo, tutt’altro.

Per esempio, ha portato l’attenzione di una “società dell’apparire” su ricerche spirituali, stimolando una maggiore sensibilità su discipline alternative, anche se, per contro, ha un contorno modaiolo e di business che porta a volte alla superficialità.

Questo nuovo punto di vista ha diffuso, anzi dilagato, appunto puntando sulla moda, questo nuovo pensiero, verso un target espanso fino a esplodere, una quindicina d’anni fa e tutt’ora, in una proliferazione, una miscellanea di invenzioni che pescano solo superficialmente nella grande cultura, filosofia e conoscenza Indiana.

E così, mentre io organizzavo eventi di grande respiro culturale e di Pace, spuntavano e si consolidavano negli anni, i primi attributi e arbitrarie denominazioni dello Yoga che a volte descrivevano un’etimologia che non corrispondeva nemmeno al significato cui era stato attribuito.

Quello che sto cercando di fare, e che sento come impegno basilare del mio percorso, è riportare lo Yoga a quello che è, e che è sempre stato, una cosa preziosa da non snaturare, ma da rispettare, visto i grandi risultati che si ottengono.

Una profonda disciplina e scienza che permetta all’essere umano di trovare in se stesso la forza, la determinazione, la purezza, l’integrità che abbiamo visto nel Mahatma Gandhi.

 

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

Non posso parlare per gli altri, posso solo farlo per me stessa, anche se ogni essere vivente sembra abbia in sé un fuoco, un’energia che porta ogni individuo a migliorare se stesso e il proprio agire. Questo accade sia nel positivo sia nel negativo. Il santo, la persona onesta, cercherà in tutti i modi di elevarsi alle più alte sfere della conoscenza mentre il delinquente, l’assassino, il disonesto, tenderà al miglioramento della sua iniquità per non farsi scoprire. Quindi c’è questa tensione verso il miglioramento in entrambi gli aspetti.

Per quanto riguarda la mia pulsione di miglioramento, parte da dentro me stessa e più passano gli anni e più mi spinge verso un comportamento più corretto, più puro, evitando i compromessi.

Ora che non devo più occuparmi di una famiglia (mi sono separata 25 anni fa ed è da 5 anni che mia figlia ha cambiato città e sta facendo la sua vita) mi è molto più facile non scendere a compromessi. Con un figlio a volte sei costretta ad accettare anche situazioni non in linea con il tuo pensiero.

Ora invece mi sento libera di scegliere.

Il mio progetto esistenziale è proprio questo… essere in sintonia con il mio Dharma, pensiero e scopo.

 

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?

Dipende che valenza si dà al termine Individualismo.

Se si intende il lemma del dizionario  “Individualismo: subordinazione ai propri interessi, senza prendere in considerazione gli interessi della società” può essere sì una involuzione culturale.

Se invece si intende l’Individualismo come "valore morale dell'individuo" non la ritengo un’involuzione bensì un modo di sfuggire i condizionamenti occulti voluti da un potere dominante. Individualismo come senso di responsabilità e, anche se si penalizza il sociale, se ne avvantaggia la capacità di discernimento e lucidità mentale.

Se ci fosse stato questo discernimento tante situazioni storiche sarebbero finite in un modo diverso. (Senza voler accennare al presente sul quale stenderei un velo, anzi un materasso, pietoso). Prendiamo per esempio l’Olocausto. Secondo la teoria di Hitler avrebbe dovuto sopravvivere solo la razza ariana: persone bionde, belle, occhi azzurri, aspetto teutonico ecc. la prima pallottola, a questo punto, sarebbe stata per lui perché non aveva alcun requisito da lui stesso sancito. Piccolo, gambe storte, capelli neri, bruttino…

E ci saremmo risparmiati un bel po’ di guai e… di vergogna.

 

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

Il Bene e il Male sono nella mente dell’uomo. Come è possibile giudicare cosa è bene e cosa è male se noi non abbiamo una “visione di insieme”? Quando il leone mangia una gazzella, è bene per il leone ma è male per la gazzella. Se sei leone vedi il gesto dell’uccidere giusto perché uccidendo puoi nutrire te stesso e i tuoi piccoli, se sei gazzella lo ritieni ingiusto perché perdi la tua vita.

La Natura o chi può essere distaccato da sentimenti personali vedrà che si è compiuto un gesto… forse necessario… senza classificare. Quindi, purtroppo per noi, vediamo Male quello che ci dà problemi o che ci infastidisce e Bene ciò che ci avvantaggia. Si cerca il piacere e non il “giusto”.

Per azzardare un ipotesi per riconoscere il Male, è il sentire che non è “giusto” e di conseguenza sentire il Bene come “giusto”. Ma poi sarà proprio una visione reale non condizionata dalla morale sociale?

Solo con il distacco emozionale dall’accadimento possiamo azzardare un giudizio il più vicino possibile alla Realtà.

 

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?

L’ignoto è ciò che dà sapore alla Vita. Se conoscessimo dove stiamo andando e che cosa ci accadrà, la nostra vita perderebbe di significato.

Non ho molto simpatia per qualsivoglia religione perché pone molto accento sulla paura che l’umanità ha dell’ignoto e utilizza questa paura naturale a proprio vantaggio, per mantenere un potere e una prevaricazione sul pensiero libero per un interesse economico (vedi l’assurdità delle indulgenze plenarie e non).

Io sono per una via spirituale supportata dalla filosofia e dalla ragione. L’ignoto è dietro ogni angolo, è dietro a ogni minuto non ancora vissuto, per cui non si sa che cosa ci accadrà perché è il futuro. Ma se si crede nell’inconfutabile e matematica legge del Karma, in cui a ogni azione corrisponde una reazione, basta comportarsi in modo corretto per non aver timore dell’ignoto. Perché sono le proprie azioni che fanno il nostro futuro. Si ha paura del futuro quando ci si comporta in un modo scorretto.  In coscienza sappiamo quando siamo scorretti e questo non ci fa affrontare il futuro con animo sereno.  Il mio consiglio è di farsi due domande prima di coricarsi: “Siamo stati utili a qualcuno, oggi?” “Siamo stati dannosi a qualcuno?” Se si risponde sì alla prima e no alla seconda, abbiamo evitato la paura dell’Ignoto.

 

10) Qual è per lei il senso della vita?

Anche in questo caso, non posso parlare per tutta l’umanità, sarei presuntuosa a farlo, preferisco parlare di me stessa. Il “mio” senso della vita è dare “senso alla Vita”.

La Vita è troppo breve per renderla insignificante.

E ognuno ha un “suo” modo.

Il mio è il lavoro sociale e… non sapere che cosa sia la noia.

 

 

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