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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Autodeterminazione in fumo

giugno 2012


Circa un anno fa, nell’articolo “Se ci illuminassimo di più” avevo fatto notare quanto fosse perniciosa la campagna Mi illumino di meno, che non è in realtà una iniziativa simbolica volta alla sensibilizzazione verso il risparmio energetico, ma una deleteria esperienza fatta da ex-sessantottini e loro pargoli votati all’ambientalismo militante che cercano di rivivere con più di 40 anni di ritardo un’esperienza new-age come se fossero figli dei fiori mai sbocciati. Ogni tanto scatta nel nostro Paese qualche campagna ambientalista come fosse una sorta di esperienza mistico-religiosa che pervade gli encefali vuoti di idee e contenuti dei soliti ambientalisti della domenica. Mi illumino di meno è una trovata che ricorda i tempi bui del medioevo quando le autorità religiose imponevano di fare un periodo di astinenza e di penitenza rinunciando a qualcosa di importante per conquistare chissà che cosa. Dicevamo allora che non si spiega il senso di istituire una giornata del genere, giacché non è pensabile che ridurre il consumo energetico per un solo giorno possa servire a qualcosa. Un vero e proprio delirium tremens che dal medioevo ai nostri giorni, si manifesta con sintomi quali l’allucinazione.

Ogni tanto appaiono sulla scena degli utili idioti infarciti di buoni sentimenti che si fanno strumentalizzare senza rendersene conto, qualche giorno fa si è tenuta un’altra iniziativa per certi versi più subdola in quanto la causa appare senz’altro più “giusta”. Ci riferiamo alla «Giornata mondiale senza tabacco» una giornata che celebra una campagna proibizionista che, come tutte le campagne proibizioniste, si sono rivelate non solo fallimentari in Italia e all’estero, ma hanno addirittura incrementato con nuovi divieti l’attrazione dei giovani per il fumo.

Un fallimento del proibizionismo su tanti fronti fa piuttosto pensare ad un governo e un parlamento asserviti alle multinazionali del tabacco. La Legge Sirchia varata nel 2005, la più severa d’Europa, non è servita a nulla: il divieto di fumare in luoghi pubblici era già previsto nella legge amministrativa del 1975. Inoltre l’ipotetico calo nelle vendite di sigarette tiene conto solo della vendita legale e non considera né il contrabbando (le accise sulle sigarette stanno facendo prosperare il mercato nero) né l’aumento delle vendite di cartine e tabacco sfuso.

E’ indubbio che l’appeal delle sigarette (soprattutto tra i giovani) risiede proprio nel divieto. Dati Doxa indicano che fuma quasi il 40% dei giovani tra i 24 e i 34 anni e oltre il 22 per cento delle femmine. Sarebbe bastata solo una semplice riflessione sul proibizionismo degli alcolici in America nel ’29 e il disastro che ne seguì in termini di malavita organizzata e di pessima qualità degli alcolici che si vendevano, che fecero più vittime di quelle che si avevano quando l’alcool era legale. Già in giugno del 1971 quando Nixon dichiarò la guerra alla droga, si mise in moto una macchina mangiasoldi a livello mondiale che non ha fatto altro che far aumentare il consumo di droga contribuendo a costruire un mercato controllato dal crimine organizzato. Solo negli ultimi dieci anni l’uso degli oppiacei è cresciuto del 35%, quello di cocaina del 27% e quello di cannabis dell’ 8,5%. Dalla dichiarazione “War on drugs” di Nixon a oggi si sono rimossi milioni di ettari coltivati, e, come dice Claudia Sterzi, segretaria di una nota associazione di antiproibizionisti, si sono armati eserciti e dipartimenti, si sono effettuati milioni di perquisizioni, arresti, processi, esecuzioni, si sono gestiti giri multimiliardari di denaro sporco ingrossando le organizzazioni criminali di tutto il mondo.

Celebrare in queste condizioni una giornata mondiale contro il fumo è semplicemente ridicolo, è un fare una castroneria tanto per fare qualcosa. Si tratta della solita fanfaluca buttata lì con disattenzione pensando non tanto di ottenere un risultato quanto di raccogliere consenso. Già, il consenso, ovvero quella funzione prioritaria di preservare l’apparenza, la facciata, l’aspetto “democratico” di quelli che ci amministrano. Il consenso permea la mancanza di idee dei nostri politici perché molto efficace nel coprire ogni tipo di affarismo illecito. Dietro la campagna antifumo si cela solo la difesa della parvenza, l’occultamento della realtà, è solo un c.d. makebelieve (cioè l’arte di far credere) che genera acquiescenza della popolazione nei confronti del potere e delle sue decisioni sfruttando il fatto che la popolazione è stata socializzata nell’infanzia a percepire l’autorità, lo Stato, come continuatore della figura paterna, la quale è per sua natura oltre che legittima, soprattutto affidabile e rassicurante. Non ci si aspetta da un padre che inganni i propri figli; per questo le istituzioni che riescono ad apparire come eredi del padre interiorizzato nell’infanzia, ottengono la fiducia, la c.d. compliance a livello popolare. La giornata antifumo è l’archetipo di tutto questo perché non risolve nulla e aumenta il consenso verso lo Stato buono. Non risolve perché non basta ovviamente un giorno senza fumo per farci prendere coscienza di quanto sia pernicioso il tabacco e non risolve perché non facciamo alcun male alle multinazionali del tabacco, anzi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2003 aveva siglato il Framework Convention on Tobacco Control (Fctc) secondo il quale i governi non dovrebbero neanche parlare o avere contatti con le industrie del tabacco. Un’altra scemenza ipocrita: i governi non parlano con le multinazionali però ne incassano le accise, che solo in Italia nel 2011 hanno portato allo Stato un gettito di 14 miliardi di euro. Come se non bastasse, è in arrivo un’altra Direttiva europea sul tabacco che è una panzana sesquipedale in quanto prevede un packaging uniforme per tutti i marchi con grande spazio per le c.d. “immagini shock” e scritte iettatorie che ricordano le terrificanti locuzioni delle chiese medievali “memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris”. Poi la direttiva europea pensata dai nostri grandi strateghi dispone che i pacchetti di sigarette nelle rivendite non dovranno essere in vista. Così uno che entra in un tabacchino, magari non vedendole si compra un pacchetto di mentine … chissà. Se poi un marchio fa un prodotto nuovo nessuno verrebbe a saperlo! Infine, dulcis in fundo, il divieto di utilizzo degli additivi, cioè di quelle sostanze che condizionano il sapore del tabacco e che normalmente mangiamo in quanto sono utilizzate nell’industria alimentare. Naturalmente, nessuno ci dice che questa direttiva costerà il posto a 60 mila lavoratori italiani che operano su questi presunti ingredienti pericolosi che potrebbero portare all’assuefazione. Notare il condizionale “potrebbero”, ché, prove scientifiche non ve ne sono, come hanno ammesso gli stessi organi europei.

La storia ha dimostrato infinite volte che quando si combatte una cosa, quella cosa che sarebbe morta naturalmente, acquista vita. Ad esempio, qualche secolo prima di Cristo sarebbero bastati ancora cento anni di quella politica che permetteva la libertà di culto perché Yahvè e tutti gli eroi che popolano la Bibbia ritornassero nel limbo degli dei sconosciuti, cento anni di pace che purtroppo non ci furono perché Antioco IV detto Epifane, re ellenista, invece di proseguire nella tolleranza religiosa praticata dai suoi predecessori, tolse ogni libertà di culto, dando così ai Giudei la possibilità di creare una rivolta (la rivolta dei Maccabei) che ravvivò il sentimento nazionalista languente. Allo stesso modo, l’ex sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti (Lega) ha proposto di vietare le sigarette ai minorenni in convergenza con la diessina Livia Turco: ignorando clamorosamente che in questo modo si favorisce il fumo dei minori. Le sigarette che andavano sparendo proprio perché non avevano più alcun appeal, ora ridiventano chic. Che dire? Buona fede? Ignoranza? O fine strategia di condizionamento del mercato?

 

   Walter J. Mendizza

 

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