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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Tecnosophia e la carne artificiale

ottobre 2011


Qualche mese fa un team di ricercatori olandesi annunciò la possibilità di produrre carne in laboratorio proveniente da cellule staminali animali entro il 2012. Naturalmente, non mancarono le voci allarmate e coloro che dissero che ci aspetta un futuro mostruoso. I bioluddisti sono sempre in agguato. Cercherò invece di dimostrare che se davvero si riuscisse a produrre la carne in laboratorio si tratterebbe forse di una delle più grandi opportunità non solo per l’umanità ma per l’intero pianeta e per la biodiversità stessa.

La prima cosa che viene in mente alla prospettiva di nutrirsi un giorno con bistecche e salsicce create artificialmente è che si tratta di una rivoluzione straordinaria in quanto come minimo ci si aspetta la fine delle torture sugli animali ma anche un contributo efficace contro fame nel mondo e inquinamento. E’ vero che dagli esperimenti attuali la carne appare ancora esangue, cerea, smunta e di consistenza friabile. Non viene certo voglia di mangiarla: il colore biancastro è dovuto all'assenza di sangue e alla scarsità di mioglobina, la proteina che contiene il ferro. In ogni caso, le regole attuali impediscono a chiunque di consumare tessuti cresciuti in laboratorio che siano stati nutriti con prodotti animali (in questo caso il siero di cavallo) perciò finora nessuno l’ha assaggiata e quindi non sappiamo nulla per quel che riguarda il sapore. Sappiamo invece qualcosa a riguardo del prezzo: a quanto sembra il primo hamburger sarà piuttosto caro, intorno ai 250 mila euro, però è anche vero che nella nostra società industriale, il prezzo non è mai un problema dato che le cifre che adesso appaiono esorbitanti diventeranno sempre più abbordabili a mano a mano che si svilupperà il processo produttivo di massa.

Naturalmente a questo mio entusiasmo si è subito contrapposto lo scontento dei neoluddisti. Tra i primi a levare gli scudi contro la carne artificiale troviamo in prima fila la Coldiretti, che ha scagliato la solita statistica fatta da balordi scriteriati per i sempliciotti inesperti e sprovveduti: "tre italiani su quattro (73%) sono preoccupati dall'applicazione di nuove tecnologie ai prodotti alimentari che hanno portato per ultimo alla produzione di carne artificiale in laboratorio". Ormai tutti sappiamo che da come è impostata la domanda si possono ottenere risposte assai diverse. Chi non ricorda le percentuali totalmente dissimili che si ottenevano quando si chiedeva alla gente di un campione rappresentativo della popolazione americana quanti erano a favore della guerra (in Vietnam) rispetto alla domanda riformulata di quanti erano favorevoli a mandare i loro figli in guerra…

I bioluddisti più scaltri, invece, evitano di entrare in una discussione di carattere etico, e preferiscono parlare dei reali valori nutrizionali, ad esempio di contenuto di proteine e ferro. Ai dati tecnici non mancano di aggiungere in modo sapiente qualche aggettivo che penetra nell’immaginario collettivo: ad esempio l’hanno battezzata “bistecca Frankenstein”. Geniale. Un modo per inculcare la paura a livello subconscio. Tuttavia al di là delle guerre ideologiche c’è un fatto che taglia, come si suol dire, la testa al toro, mi riferisco alla previsione che per il 2050 ci sarà un raddoppio nel consumo di carne, con un costo in forte crescita per l’alimentazione animale. E’ fin troppo ovvio che se in meno di 40 anni il consumo di carne dovesse per davvero raddoppiare la produzione industriale della carne artificiale sarà inarrestabile, perché non c’è sufficiente terra per nutrire una popolazione carnivora. Per produrre mangimi per gli animali d'allevamento si stima venga utilizzata una superficie grande parecchie volte l’Europa. Il bisogno di foraggio degli animali d'allevamento incoraggia le monoculture e l'uso indiscriminato di fertilizzanti e pesticidi. D’altro canto le monoculture predispongono il terreno alla desertificazione senza contare che sono un pericolo per la biodiversità.

Un ettaro di terreno può produrre in un anno due tonnellate e mezzo di proteine vegetali oppure due quintali di proteine animali. La quantità di alberi salvati ogni anno da un individuo vegetariano sono quelli che crescono su un terreno di 4.000 mq di foresta. Ci vorrebbe una Pubblicità Progresso che informasse i ragazzi che quando entrano in un fast food ogni hamburger che mangiano equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas, che i cereali necessari per produrre un solo hamburger basterebbero a sfamare 40 bambini senegalesi per un giorno. Bisognerebbe avvertire agli ambientalisti della domenica che hanno levato gli scudi contro la bistecca artificiale che ogni bovino ingurgita 400 kg di vegetazione al mese e che dopo 4 o 5 anni, il suolo calpestato e divorato da milioni di bovini ed esposto a sole, piogge e vento, diventa sterile e i ruminanti si devono poi spostare per trangugiare altri ettari di foresta. I principali paesi colpiti dalla deforestazione sono quelli in cui si allevano più bovini a scopo alimentare e a causa della distruzione delle foreste pluviali centinaia di specie animali si estinguono ogni anno.

 

Può essere utile anche ricordare che vegani e vegetariani sono estremamente consapevoli dei danni provocati dalla carne e hanno la profonda convinzione di non volerne mangiare di nessun tipo e a nessuna condizione. Queste persone aiutano il pianeta mille volte più di quanto credono di fare molti veteroambientalisti del pensiero unico. Tuttavia riconvertire miliardi di persone ad una dieta vegetariana è pressoché impossibile. Perciò ritengo che sia un'ottima cosa che venga creata una ampia disponibilità di proteine animali senza tutte le inefficienze dell'allevamento animale, sperando che la tecnologia si porti allo stesso livello della “carne naturale” per poi magari superarne la qualità, cosicché alla fine si mangerà la carne proveniente dalla macellazione degli animali solo occasionalmente come curiosità, come andare in una antica trattoria per bere vino prodotto con le tecniche degli antichi romani o mangiare bacche selvatiche in un bosco invece della frutta iperselezionata, modificata e in stato più o meno ideale di conservazione e maturazione che troviamo dall'ortolano.

 

Certamente molti problemi si risolverebbero se si incominciasse a prendere in considerazione quello della sovrappopolazione, ma anche qui è estremamente difficile affrontare la questione. Il controllo demografico si scontra con problemi di dominazione culturale giacché in realtà nessuna nazione lo vuole perché chi prolifica indiscriminatamente vedrà la sua discendenza genetica diventare inevitabilmente dominante con il semplice passare del tempo e una politica anti-demografica sarebbe semplicemente una forma di suicidio collettivo per le società o classi che lo pratichino a favore di altre. Nel 1950, quando vi erano sul pianeta solo due miliardi e mezzo di persone, la gente mangiava carne come e più di oggi eppure tutti i problemi elencati non sussistevano. D'altra parte per molte persone una alimentazione forzata di verdure le farebbe diventare cerei e smunti perché più vicini nell’evoluzione agli esseri che si sono sviluppati da cacciatori e che amano sfamarsi con la carne. Obbligarli a mangiar verdure appare una forzatura del loro stile di vita e vi sarebbe senza dubbio un incremento esponenziale dei casi di depressione e delle malattie mentali in quanto alla depressione fisica seguirebbe quella psichica.

 

La conclusione tecnosofica di tutto questo discorso è che se c’è qualcosa che ci salverà non può che essere ancora una volta la tecnologia: la produzione di nuovi alimenti Ogm e la produzione di carne artificiale. Purtroppo entrambe queste produzioni sono avversate da ambientalisti decerebrati che non si rendono conto che chi si oppone a questo progresso sono lupi travestiti da agnelli: chiedono che il cibo sia “naturale” ma in realtà quello che vogliono è che non ci sia cibo per tutti e di conseguenza alimentano la guerra e la distruzione del pianeta.

 

   Walter J. Mendizza

 

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