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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

La tecnosofia e il super-uomo

dicembre 2011


Noi esseri umani tendiamo a lamentarci della nostra condizione e nel contempo anche a sopportare con rassegnazione qualunque situazione. Basta vedere il nostro adattamento nell’accettare come se fossero ineluttabili eventi quali l’invecchiamento, le malattie, la morte, o più in generale la debolezza, la povertà e anche certi difetti insiti nel genere umano quali la stupidità, l’ignoranza, la codardia. Questa tendenza alla lamentazione ma anche all’accettazione la vediamo tutti i giorni attorno a noi: nella politica, nelle relazioni interpersonali, nella sanità, nella scuola, nella giustizia. Si tratta di una prigionia che è anche mentale, e spiega perché siamo attoniti e non facciamo nulla in nessun campo e perché ci abbandoniamo all’ignavia e lasciamo che le istituzioni vadano a ramengo. Ne abbiamo visto troppe e siamo stanchi. Stanchi delle fazioni invelenite, degli urlatori di professione che sbraitano in questa roboante canea, stufi di questa mucillagine limacciosa che copre tutto e che ci fa desiderare il sogno impossibile di un paese normale.

Per metabolizzare queste negatività dell’esistenza, gli uomini sono arrivati ad elaborare dottrine morali ad hoc che trasformano le negatività in valori. La tecnosofia è una di queste dottrine: si attacca al senso comune, alla saggezza, ripropone i valori della tradizione pagana: longevità, salute, giovinezza, forza, ricchezza, intelligenza, conoscenza, coraggio, benessere, felicità, ecc. Certo, ci si chiede: e come fanno, di grazia, i “tecnosofi” a proporre questa prospettiva? La risposta è di una semplicità sconcertante: esaltando le scoperte scientifiche e le applicazioni tecnologiche. Quello che diciamo è che per evitare di rimanere ignavi, indolenti, stanchi e attoniti testimoni di un mondo che ci ha fatto prigionieri, abbiamo una sola via di fuga: attuare un programma che si basi sulla dottrina futurologica. Il presente è insoddisfacente e addirittura inaccettabile, quindi la risposta è attuare la visione postmoderna.

Dobbiamo avere il coraggio di perdere la nostra umanità e abbracciare il postumano. Quel limite umano che avremmo sicuramente perso se lo sviluppo scientifico dei Greci fosse stato percepito dalle élite intellettuali del tardo Impero Romano che fecero cadere nell’oblio l’intero patrimonio della scienza ellenistica. E dopo l’impero Romano fu il momento della Chiesa, che si chiuse nel Contemptu Mundi di Innocenzo III, dove si manifestava il profondo disprezzo per il corpo, carcere dell’uomo. Un prolungato periodo di indifferenza verso il sapere scientifico e le sue applicazioni tecnologiche per cui lungo tutto il Medioevo la scienza si estinse: l’uomo era stato creato per una vita nell’obbedienza. La scienza profana e le arti mondane erano da condannare a meno che non fossero consacrate al servizio di Dio. La Natura ierofanica divenne teatro di una manifestazione continua e soprannaturale del sacro, e le catastrofi naturali, le epidemie, le pestilenze, erano la manifestazione del divino che si rivelava come castigo.
Nel medioevo la realtà fu pensata e vissuta come immediatamente religiosa, e ogni cosa – la famiglia, l’educazione, il sesso, il lavoro, la politica, ecc. – era regolata dal Sacro, gestito, in una situazione di monopolio, dalla Chiesa cattolica. La ragione autonoma era una blasfemia, nel libro di Genesi nella Bibbia il diritto alla conoscenza si paga con la dannazione eterna. Un obbrobrio. Come Tecnosophia riteniamo di dover recuperare una voragine di ostilità al progresso, due mila anni di oscurantismo e dobbiamo farlo subito perché non c’è più tempo. Dobbiamo sposare la filosofia del postumano cioè dell’uomo che può e deve essere migliore e superiore all’umano. Deve essere super-umano. Con tutti i mezzi che la scienza attualmente ci offre in quanto innovazioni tecnologiche che contribuiscono al benessere dell’umanità: nanotecnologia molecolare, ingegneria genetica, intelligenza artificiale, terapie anti invecchiamento, interfacce neurologiche, ecc.

Anche l’idea del superamento della corporeità non deve farci paura. Tecnosophia accetta l’ontologia materialistica per cui non si vede nulla di inquietante nel c.d. “mind uploading” cioè nel trasferimento di una mente umana in una macchina pensante. Questa ipotesi al momento appare alquanto fantascientifica e anche se siamo ancora lontani da una tale realtà, recenti esperimenti hanno mostrato che è possibile trasferire informazione da cervelli biologici a macchine elettroniche e ciò apre la strada ad una prospettiva affascinante che fa sperare in un domani in cui sia possibile scaricare l’intera coscienza su un computer. Stiamo parlando della sconfitta definitiva della morte. I c.d. Brain Gates sono già una realtà. Ad alcune persone paralizzate è stato collegato un microchip alla parte del cervello che presiede alle funzioni motorie ottenendo risultati strabilianti.

Molti lettori potrebbero chiedersi se un tale modo di procedere non vada contro natura. La risposta è sì! Va contro natura. Ma non c’è niente di male ad andare contro natura. Lo abbiamo sempre fatto, da centinaia di migliaia di anni. Da quando ci siamo alzati in posizione eretta, da quando abbiamo scoperto il fuoco, da quando abbiamo imparato a coltivare la terra (forse la più grande scoperta innaturale della storia). Cosa c’è di naturale in un pomodoro o in una zucchina? Niente. Così come le conosciamo oggigiorno non sono mai esistite in natura. Ma non solo i vegetali: cosa c’è di naturale in un cane? Anche qui, nulla. E’ solo l’incrocio e la selezione di tanti “difetti” genetici del lupo. Al mondo esistono oltre 400 razze di cane, eppure nemmeno una è “naturale”. Il cane non esiste in natura, così come non esistono i pomodori o le zucchine … E allora? Perché dovrebbe essere giusto interferire con la natura per selezionare un cane e non interferire per eliminare una malattia o per renderci più forti o più intelligenti o più longevi?

La “condizione originaria” raffigurata da una presunta vita selvaggia come valore, non è altro che una costruzione culturale, costruita per contrasto con il vivere civile. Laddove quello che si vede è che la realizzazione di alcuni beni umani moralmente più significativi – come la salute o la sicurezza – sembra coincidere proprio con il progresso della civilizzazione umana. Non si capisce da dove venga questa idea di considerare la natura come una autorevole fonte normativa, per cui appellarsi ad essa sarebbe un modo di giustificare qualcosa come moralmente buono o giusto in quanto “naturale”. Come se la natura fosse una sorta di realtà ultima e autentica cui fare riferimento; una realtà non empirica ma metafisica – come nel giusnaturalismo o nella tradizione cattolica – accessibile solo “attraverso facoltà diverse da quelle che permettono la normale conoscenza empirica”.

Il punto debole di tale appello alla natura sta nel fatto che gli elementi descrittivi e prescrittivi si mescolano, al punto tale che prima vengono fatte descrizioni della realtà evidente e poi queste si trasformano, inspiegabilmente, in norme e prescrizioni. Un esempio l’abbiamo nella omosessualità: prima si rileva la capacità procreativa dei rapporti eterosessuali e poi se ne deduce una sorta di doverosità morale per tutta l’umanità. Evidentemente il Contemptu Mundi non è affatto finito ma è ancora vivo e desto tra noi in pieno terzo millennio. Altro esempio, se ce ne fosse bisogno, la miscela descrittiva e poi prescrittiva l’abbiamo da poco recepite nelle nuove linee guida sulla fecondazione assistita. In esse si vieta la fecondazione a chi ha malattie genetiche. Secondo il nostro medievale legislatore, queste tecniche per avere un figlio devono essere vietate a chi ha malattie genetiche come la fibrosi cistica o malattie cromosomiche o la talassemia. Invece è concessa a chi ha l’Aids o l’epatite. Una decisione passatista, reazionaria, antieugenetica e antidemografica. Della serie “le imperfezioni sono naturali” e quindi se ti vuoi fare la diagnosi pre-impianto per evitare a te o alla tua comunità ed al nascituro il peso di una tara, dimenticatelo.

Sono norme chiaramente discriminatorie nei confronti dei pazienti con patologie genetiche che avrebbero avuto una speranza grazie alla diagnosi pre-impianto (che fu riammessa in seguito ad un ricorso alla Corte costituzionale). Per impedire che le coppie ricorrano alla diagnosi pre-impianto, si è addirittura preferito favorire il ricorso all'aborto. Una politica che dice alle donne: se volete, potete abortire dopo l'amniocentesi, ma non potete in alcun caso prevenire il rischio di trasmissione di malattie genetiche con un esame. Come dire: chi ha malattie genetiche è considerato fertile e quindi non può accedere alla legge sull'infertilità.

Così si costringono le coppie ad emigrare per farsi la diagnosi pre-impianto all’estero oppure ad avere figli malati o a non averli. Queste sono le contraddizioni cui si arriva quando si assume la legge di natura oppure il volere di entità divine o soprannaturali, come etica, invece che la gratificazione umana. L’unico metro per misurare se è corretto o no andare per una certa strada, non può essere la presunta naturalità di quello che si sta facendo quanto piuttosto chiedersi se una certa tecnologia aumenta oppure no la soddisfazione delle persone, vale a dire se apporta oppure no effetti positivi di benessere a chi la adotta. Questo è il punto. Il resto sono solo sofismi capziosi che possiamo lasciare ai mortalisti (quelli che credono che il destino dell’uomo sia quello di morire) specializzati nell’arte della dissonanza cognitiva.

Sono costoro, i mortalisti, che predicano di rassegnarci al destino cinico e baro dell’umanità, che parlano della grandezza umana e dell’enorme valore che la morte ha nelle nostre vite. Si comportano come la volpe furba e presuntuosa della famosa favola di Fedro: non riescono a controbattere alle argomentazioni e preferiscono svilire la tecnosofia dicendo che l’uva è acerba. Sono gli stessi che sputano nel piatto dove poi mangeranno. Sono quelli che remano sempre contro ma poi sono in prima fila quando una tecnologia è a disposizione. Sono quelli dei due pesi e due misure, come i clericali che domandano la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo sopprimerla negli altri non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale.

 

   Walter J. Mendizza

 

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