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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Tecnosophia e psichiatria

luglio 2012

 

Quando una disciplina non riesce a svilupparsi oppure lo fa ma nella sua espansione dà luogo a decine di interpretazioni che cambiano a seconda del paese, della scuola di pensiero o altro, allora questa disciplina non ha avuto la fortuna di imbattersi nel suo cammino con la scienza, non è stata attraversata, permeata dalla techné. E’ un po’ quello che succede con le religioni, ché, se fossero tecniche non ce ne sarebbero tante e tutte a contraddirsi l’una con l’altra (e non ci sarebbero poi le guerre di religione). Lo stesso accade con le sette che danno luogo a raggruppamenti intorno sempre a qualcosa di vago, di non misurabile. Non c’è mai stato bisogno nella storia che la gente si raggruppasse intorno all’algebra di Boole o al teorema di Cauchy.

Lo stesso accade con la psichiatria: ancora oggi non sappiamo quali modi di pensiero o quali comportamenti debbano essere considerati normali e quali morbosi e soprattutto non sappiamo tracciare un confine tra normalità e anormalità. Di conseguenza non siamo in grado di fare una diagnosi psichiatrica, non sappiamo inquadrare i problemi e non riusciamo a capire se abbiamo di fronte una malattia vera e propria (malattia mentale) o un disturbo psichico. Quindi uno stesso malato viene trattato in modo completamente diverso a seconda della regione dove sta e a volte anche nella stessa regione il suo trattamento cambia da città in città.

Il prefisso “psico” accomuna un’ampia gamma di teorie le più disparate (psicoanalisi, psicofarmacologia, …) ma il termine psichiatria (da psychè=anima e hiatròs=medico) coniato in Germania nella prima metà del XIX secolo da medici “psicologisti” che si contrapponevano ai “somatisti”, ha finito per designare la branca medica che si occupa di alterazioni del funzionamento mentale. Il suo filone principale ha seguito una sua evoluzione e tuttavia la diagnosi è formulata solo sulla base di osservazione dei sintomi e segni presenti. Infatti quello che più pesa nello studio delle malattie mentali è la sostanziale mancanza di validatori esterni per la diagnosi (esami diagnostici e di laboratorio). Dal punto di vista della tecnosofia è proprio questa carenza di validatori esterni ciò che determina il mancato progresso scientifico, validatori che invece sono spesso abituali in altre branche della medicina.

Quando il legislatore si trova nella necessità politica (cioè ha bisogno di consenso) di fare leggi che riguardano la psichiatria o i manicomi o gli ospedali psichiatrici giudiziari, ma è privo del necessario supporto tecnico, finisce per combinare seri guai giacché la legge viene fatta ad uso esclusivo della produzione di consenso. Una delle più clamorose leggi che hanno operato nella produzione di consenso e che invece ha solo causato disastri, morti, feriti e vittime in generale, è stata la legge 180/1978 detta Legge Basaglia che sostituiva una legge del 1904 che era di gran lunga più garantista perché prescriveva requisiti più precisi e procedure più attente per il ricovero coatto del malato di mente. Infatti il primo articolo di quella legge recitava: Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi. Che dire? Perfetta, pulita, specifica. Frutto di una mentalità liberale come quella dell’inizio secolo; di gran lunga più garantista dell’attuale Legge Basaglia. Poi venne il fascismo che si mangiò tutto ciò che di liberale ci fosse in Italia, e poi venne il dopoguerra con i suoi anni dominati dagli ideologismi. Ed è in questo clima ideologico che nasce il più brutto scherzo fatto alle malattie mentali: la Legge Basaglia.

E’ vero che i manicomi erano uno scandalo, c’erano situazioni assolutamente deplorevoli dove vigeva il degrado più totale, ma la legge nel 1904 non c’entrava niente, il problema era di uomini e di mezzi, della pessima amministrazione e del potere burocratico e politico usato male e per fini impropri che disapplicava sistematicamente la previgente legge. Come spesso succede nel nostro Paese, si pensò che bastava cambiare la legge per cambiare la realtà e invece di fare applicare le norme vigenti e intervenire sulla burocrazia e la cattiva amministrazione della psichiatria, si è fatto l’opposto, e cioè si è pensato “genialmente” di sgravare da ogni responsabilità giuridica l’intero sistema. In effetti si è utilizzato uno stratagemma ingegnoso: per superare la situazione si escogitò il concetto straordinario della non esistenza della malattia!

Negando la malattia si risolveva il problema dei manicomi giacché non essendoci più la follia i matti semplicemente scomparivano e con essi anche il degrado in cui erano abbandonati, quindi di tutto quel deterioramento, di tutto quell’abbandono, non c’era più alcun colpevole: la società nel suo complesso era colpevole, come dire: lo siamo tutti e quindi non lo è nessuno. E questa intuizione liberatoria ebbe ancora un’altra drammatica conseguenza, quella di far nascere “psichiatria democratica” e di consegnare a poco a poco la psichiatria in mano alla sinistra. In un recente convegno tenutosi a Trieste, gli attuali esponenti e alfieri del verbo neo-basagliano ebbero a dire senza alcuna remora che la psichiatria è di sinistra! Se qualcuno osa contestare i loro metodi basati sul falso ideologico dell’inesistenza della malattia mentale, viene tacciato di fascista e cacciato in malo modo dalle loro riunioni, anche se aperte al pubblico (vedi www.byoblu.com//MALATI-DI-MENTE), perché in realtà i loro incontri sono autocelebrativi e non vengono mai presentati i casi eclatanti di morti e suicidi, e addirittura le statistiche dei suicidi vengono “futizzate” come si dice a Trieste, cioè i numeri che pubblica il giornale locale Il Piccolo sono palesemente contraffatti. Un’altra conseguenza della mancanza di tecnosofia, di saggezza tecnica.

L’idea basata sul fatto che uno schizofrenico non è un malato ma uno che ha un disturbo causato dalla società capitalista, è una sciocchezza sesquipedale, ma bisogna tener conto, come poc’anzi accennato, che gli anni basagliani (anni ’70) erano anni fortemente ideologizzati. Tuttavia è fuori dal mondo continuare oggigiorno a predicare che il malato mentale non è un malato ma un “disturbato”, che non lo si cura ma lo si “riabilita”, che non ha un’infermità ma un “disagio transitorio”. Un lessico curato nei minimi particolari per nascondere la verità: l’Italia è l’unico Paese dove i morti per malattia mentale sono aumentati del 600 per cento (statistiche ufficiali della WHO World Health Organisation) e c’è un elenco sterminato di giovani zombie vittime di TSO continuati.

Nel 2003 una indagine Eurispes ha svelato che in media ci sono stati, nel triennio precedente l’indagine, 125 delitti famigliari all’anno provocati da soggetti squilibrati. Supponendo una uniforme distribuzione di tali delitti nel tempo, si può tranquillamente dire che da quando è stata istituita la legge 180, oltre 4.000 famigliari di malati sono stati assassinati dai loro congiunti psicotici e che i feriti sono stati mediamente 6.000 l’anno, che per 35 anni fa la bazzecola di oltre 200 mila persone ferite. Un vero e proprio bollettino di guerra. Ma i basagliani negano l’evidenza e ciò probabilmente dipende dai lauti profitti che si generano a danno dei malati.

Se finora l’edificio della 180 non è crollato lo si deve ai manicomi giudiziari e al sistema carcerario che ospita una percentuale elevatissima di malati di mente. Tutti i proibizionismi provocano morti e feriti e questa psichiatria politica è un classico esempio di proibizionismo, dato che è anche proibito avere qualsiasi disturbo mentale, pena un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Già che abbiamo toccato il tema dobbiamo accennare ai criteri per trattamenti psichiatrici contro la volontà dei pazienti. Nel contesto normativo attuale chiunque potrebbe essere sottoposto a un TSO ed è ovvio che ciò si presta per rendere innocue persone fastidiose e non allineate, mettendo ancora di più la psichiatria al servizio del potere politico. Vecchi casi come quelli di Scandicci dove si fece avanzare una corsia autostradale a suon di siringhe alle persone che si opponevano allo sgombero, o del pittore Michele Puglia colpevole di essere sé stesso, ma anche recenti avvenimenti assurti agli onori della cronaca, di TSO fatti a personaggi importanti e addirittura a magistrati della procura di Roma (vedi il caso Paolo Ferraro) perché indagavano su cose dove evidentemente non dovevano mettere il naso, ne sono una palese dimostrazione.

Infine a far cadere tutta l’impalcatura basagliana sovviene uno studio congiunto delle Università di Chieti e di Parma che ha evidenziato le anomalie cerebrali degli schizofrenici dimostrando finalmente che la malattia mentale è una malattia cerebrale. Anche le attuali tecniche di indagine mediante neuroimaging stanno producendo metodi scientifici di assessment dei parametri per valutazioni psichiatriche. Finalmente la tecnosofia si fa avanti. Quindi non c’è socializzazione che tenga, con buona pace di tutti i neobasagliani che si deresponsabilizzano e ci campano pure sopra. Non è rispedendole nelle famiglie che queste persone si curano, né con i TSO continuati e soprattutto non è negando la gravità della patologia cerebrale o cambiandone il lessico, come quando si dice che lo schizofrenico non ha bisogno di cure mediche ma solo di essere “liberato dallo stigma della società capitalista”, o che ha bisogno di essere “risocializzato”, concetto prodigioso dagli effetti magici come quello di essere “restituito al territorio”. Queste sono le parole che vanno di moda; se invece qualcuno si azzarda a parlare di istituzionalizzare il malato viene assalito con l’accusa idiota di voler “riaprire i manicomi”. Uno slogan, questo sì, demenziale.

C’è un’altra istituzione che completa sul piano ideologico la negazione della malattia e che fa quadrato attorno a questo stato di cose. Mi riferisco alla legge sugli amministratori di sostegno. Un paio di anni fa una giudice di Trieste, Gloria Carlesso, ebbe l’ardire di annunciare sul quotidiano locale (Il Piccolo) che Trieste ha un fabbisogno di 25.000 amministratori di sostegno. Una cifra impressionante, equivalente al dieci per cento della popolazione! Quasi la metà degli anziani della città. Se si pensa che un ads potrebbe, con l’avvallo del giudice tutelare, vendere la casa a un anziano o altri beni immobili se lo ritiene opportuno (come peraltro è già accaduto) si intuisce il giro d’affari che sta dietro questa legge, anche se magari nelle intenzioni originarie poteva essere una buona cosa. Ecco una perla di riflessione tecnosofica: ma com’è che non si è mai voluto definire il concetto di “menomazione” che può dar luogo alla nomina da parte di un giudice dell’ads? In linea teorica anche un’unghia incarnita è una menomazione e il giudice potrebbe – data l’eccessiva discrezionalità della legge – decidere per l’assegnazione di un ads a fronte di una tale “menomazione”. Questo accade perché manca tecnosofia al sistema, perché c’è poca consuetudine alla rendicontazione e perché nessuno  si prende la briga di verificare alcunché in termini oggettivi. Abbiamo una idiosincrasia verso il riscontro, la verifica e perciò quasi niente viene controllato.

E’ arrivato il momento di tamponare le falle di un sistema a senso unico che metta un freno all’associazionismo parolaio e predatorio dando veramente la possibilità ai giovani psicotici di essere curati con efficienza ed efficacia e non con superstizioni che li portano alla zombizzazione forzata. Da anni non si sente altro che la continua glorificazione di Basaglia e della sua psichiatria, ma in realtà è uno specchietto per le allodole, un’autocelebrazione che serve solo per continuare a campare e parlare di fantomatici grandi risultati che in realtà nessuno ha mai visto. Bisogna mandare nel magazzino delle anticaglie questa odiosa legge che deresponsabilizza tutti e che ha fatto solo danni oggettivi. Se solo si applicasse un po’ di tecnosofia e si andasse ad analizzare i risultati che dicono di avere, si scoprirebbe che la realtà è diametralmente opposta. La psichiatria farà grandi passi avanti solo con l’adozione di metodi scientifici, di protocolli, di obiettivi idonei alla verifica e al confronto. Il mondo delle malattie mentali deve mettere da parte l’eccessiva discrezionalità con la quale taluni soggetti utilizzano la psichiatria per praticare favoritismi e indulgenze a spese della società. E’ già avvenuto, sta avvenendo e continuerà se non ci mettiamo un freno. Bisogna fare in modo che la scienza e la ragione riprendano il loro cammino.

 

   Walter J. Mendizza

 

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