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di Maurizio Colaiacovo

 

Legge e giustizia nella letteratura, nel teatro e nel cinema

Gennaio 2017

 

La legge, il diritto, le vicende giudiziarie e coloro che se ne occupano hanno, da sempre, offerto spunti a scrittori, commediografi e registi cinematografici.

Nel suo celeberrimo romanzo “I promessi sposi”, Alessandro Manzoni dipinge un personaggio, l'Azzecca-garbugli, fornendoci una bellissima descrizione di un avvocato che finge cultura, erudizione ed interesse per le ragioni dei più deboli ma, in realtà, analogamente a quanto accade a Don Abbondio, predilige i potenti, a scapito del malcapitato Renzo Tramaglino che si era rivolto a lui chiedendogli aiuto.

A tutt'oggi, allorché si vuole apostrofare un legale con un'espressione dispregiativa lo si definisce "Azzecca-garbugli", proprio per sottolineare la sua scarsa preparazione e la sua propensione per l'utilizzo di "mezzucci", a scapito della preparazione e della professionalità.

Nel romanzo del Manzoni il personaggio dell'Azzecca-garbugli forse appare marginale, secondario, tuttavia, denota l'interesse e l'attenzione dell'Autore per il rapporto tra "legge" e "giustizia". Un rapporto non sempre facile e, spesso, conflittuale.

Infatti, l'Azzecca-garbugli lungi dal rappresentare la tensione morale ed etica verso la giustizia, a mala pena riesce a farsi interprete delle leggi del tempo.

In epoca successiva, il grandissimo Eduardo De Filippo pone una vicenda legale al centro di uno dei suoi capolavori, "Filumena Marturano", opera teatrale universalmente nota ed apprezzata.

Filumena, donna mantenuta dal ricco Domenico Soriano, di cui è l'amante da moltissimo tempo, riesce a sposarlo con l'inganno. Infatti, finge di essere gravemente malata ed in procinto di morire.

Domenico, furibondo, chiede l'intervento dell'avvocato Nocella, suo legale di fiducia, il quale spiegherà a Filumena che il matrimonio non è valido perché è stato contratto a seguito di un raggiro.

Filumena, con fierezza e sdegno, prende atto delle spiegazioni dell'avvocato rinunciando al matrimonio, ma la vicenda avrà comunque un epilogo positivo.

Anche in questo caso la "giustizia" (è giusto che Domenico sposi Filumena e "metta la testa a posto", dopo tanti anni di promesse non mantenute) si scontra con la legge. La legge che non riconosce valido un matrimonio che la protagonista è stata costretta ad "estorcere" allo "scapestrato" Soriano.

In epoca più recente, un commissario di polizia, amatissimo sia dai lettori che dal pubblico, diventa un'icona della capacità, dell'acume e dell'intelligenza dell'investigatore. È il celeberrimo commissario Montalbano, nato dalla penna di Andrea Camilleri e divenuto un successo editoriale e televisivo senza precedenti.

I suoi metodi poco ortodossi, molto spesso si scontrano con le ferree regole imposte dal codice riguardo alla attività investigativa. Tuttavia, il suo fine ultimo è il perseguimento della verità e, sistematicamente, egli non si accontenta dell'apparenza, della forma, di "un colpevole" ma cerca "il colpevole" a costo di "rompere i cabasisi" anche ai suoi superiori.

Nella realtà, al contrario, può accadere che gli inquirenti si approccino ad una indagine con una tesi investigativa precostituita alla quale difficilmente si rendono disposti a rinunciare.

Sono moltissimi i film, italiani e stranieri, che traggono ispirazione da vicende giudiziarie o che hanno comunque a che fare con la “giustizia”, tuttavia, mi piace ricordarne in particolare due, che vedono entrambi come protagonista Alberto Sordi, peraltro, in ruoli drammatici.

Il primo, del 1971, magistralmente diretto da Nanni Loy, si intitola "Detenuto in attesa di giudizio". Valse ad Alberto Sordi “L'Orso d'argento” al Festival del Cinema di Berlino dell'anno successivo.

Il lungometraggio racconta la vicenda, quasi “kafkiana” di un geometra italiano trasferitosi in Svezia da molti anni che – al suo rientro in Italia per trascorrere un periodo di ferie con la famiglia – viene fermato alla frontiera ed arrestato. Dopo innumerevoli vessazioni e vicissitudini, grazie alla tenacia di sua moglie, del suo legale e di un magistrato scrupoloso ed attento riuscirà a dimostrare la sua innocenza.

Il film tratta il tema della carcerazione preventiva ed è un durissimo atto di accusa contro l'inefficienza e l'inadeguatezza del sistema giudiziario dell'epoca. Per questo, all'epoca, suscitò molto clamore.

L'arresto e le successive, drammatiche vicende del protagonista derivano da un disguido dovuto ad una interpretazione della legge perfetta nella forma, ma assolutamente carente e manchevole nella sostanza. Ancora una volta, legge e giustizia sembrano prendere strade diverse, con conseguenze drammatiche per il malcapitato.

A detta di alcuni critici cinematografici, il cognome del protagonista (“Di Noi”) voleva sottolineare proprio come una vicenda simile sarebbe potuta accadere ad ognuno “di noi”, semplici ed onesti cittadini.

L'altro bellissimo, drammatico film che vede il grande attore come protagonista assoluto è del 1977, si intitola “Un borghese piccolo piccolo”, per la regia di Mario Monicelli.

Quest'ultimo, abbandona la “commedia all'italiana” e confeziona un film drammatico, disperato, un pugno nello stomaco dello spettatore.

Sordi interpreta il ruolo di un personaggio mediocre, dalla vita grigia ed ordinaria, che ripone ogni sua aspettativa nel figlio, diplomatosi ragioniere.

Il giorno in cui suo figlio deve sostenere un concorso, una pallottola vacante esplosa da alcuni rapinatori lo uccide. Il padre, presente alla scena, rintraccerà l'assassino e - portatolo in un capanno - infierirà su di lui, facendolo morire dopo un'atroce agonia a cui assiste anche la moglie malata.

Oltre alla feroce critica alla società italiana dell'epoca, Monicelli affronta un argomento spinosissimo: la “giustizia” intesa come vendetta feroce e tremenda su colui che si rende protagonista di un crimine.

Il film, nonostante la sua drammaticità ed il duro realismo di alcune scene, pone allo spettatore una domanda inquietante e dolorosa al tempo stesso: può la vittima di un reato farsi “giustizia” senza ricorrere alla “legge”?

Per un operatore del diritto la risposta non può, e non deve, che essere negativa. Ma l'interrogativo è angosciante, inquietante, e ci fa riflettere sulla necessità di un sistema giudiziario che fornisca le più ampie garanzie al presunto autore di un crimine ma, laddove accerti in maniera incontrovertibile la responsabilità dello stesso, sia in grado di comminare una pena certa e severa.

 

   Maurizio Colaiacovo

 

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