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Aletheia di Emanuela Trotta

Aletheia

di Emanuela Trotta - indice articoli


Hic et nunc

Marzo 2022


La nostra società ha intensificato la tendenza ad elaborare e analizzare i dati sulla realtà per prevedere e progettare il futuro. L'algoritmo ha portato con sé la convinzione di poter ricondurre qualsiasi evento alla categoria del prevedibile.

L'uomo ha progettato strumenti in grado di monitorare tutto quello che facciamo e trovare risposte alle nostre ricerche. Lasciamo traccia di noi, delle nostre abitudini, delle nostre preferenze, l'algoritmo ha un posto sempre più centrale nella nostra vita, orienta le nostre scelte, è diventato ormai, sinonimo di controllo e minaccia di discriminazione, e genera l'illusione che tutto possa essere messo in sicurezza, ma nella vita non c'è niente di garantito. L'irruzione di ciò che non era previsto, ci disorienta, anche il futuro che appariva come un orizzonte chiuso all'interno di confini prestabiliti, rivela ora la nostra fragilità. All'improvviso, nella nostra vita interviene qualcosa che sfugge al nostro dominio, che rompe il normale funzionamento della nostra routine, acquistiamo consapevolezza che il futuro non è pianificabile, l'avvenire ci sorprende e a volte, ci sconvolge. L'esperienza umana non può essere racchiusa in un programma prestabilito, essa sfugge alla nostra pretesa di controllo, dobbiamo rinunciare alla nostra presunzione di progettare e predisporci ad accogliere l'imprevisto, rinunciando all'illusione che l'algoritmo possa risolvere l'enigma dell'esistenza e delle sue contraddizioni.

Destabilizzati dall'incertezza perdiamo punti di riferimento considerati solidi, si rivela la nostra vulnerabilità. Prendere coscienza della propria finitezza, dei propri limiti, genera angoscia. La precarietà può produrre posizioni opposte, si potrebbe pensare che forse di fare il bene non ne vale la pena, perché la vita è breve, oppure, proprio per questo si dovrebbe fare di tutto per fare il bene. Il bene e il male crescono insieme, così come ci ricorda la parabola evangelica del grano e della zizzania, la zizzania è un'erba infestante, qualora si volessero strappare le sue radici, si rischierebbe di sradicare anche il grano, non riusciremmo, comunque, a salvare il raccolto. Queste due posizioni opposte si propongono nella vita di ogni uomo, che è chiamato a scegliere e rischiano di trasformare la condizione del limite in una obiezione. La consapevolezza del nostro limite non può diventare una giustificazione per compiere il male o per pensare che non ne valga la pena, nulla giustifica il male, neanche la sofferenza e l'ingiustizia.

Occorre liberarsi del tempo del "subito" e dell'"adesso" e imparare che la temporalità umana è costituita da attese, speranze, dubbi, esitazioni. L'esperienza del limite non deve contribuire a diffondere la negatività, non deve degenerare in disperazione, che finisce per trasformarsi in una sorta di giustificazione della rabbia e del risentimento nei confronti degli altri e della vita stessa. La cultura tecnico-consumistica celebra il superamento dei limiti, è indifferente a ogni dubbio, a ogni esitazione, punta all'eccellenza e non si lascia interrogare dal limite. L'agire di un uomo che riconosce il limite e che non cede al delirio di essere il migliore è un agire più fecondo e più costruttivo di quell'operare, che procede freneticamente, confondendo il compimento con il successo, la determinazione con l'ostinazione e la bontà con la debolezza.  In una società che giudica un fallimento, ciò che non raggiunge l'eccellenza e il successo, e le promuove come valori supremi, illudendoci di poter superare qualsiasi limite, l'imprevedibile è ciò che sottolinea il nostro essere fragili e ci invita ad essere pazienti e a vivere con più responsabilità, senza essere schiavi di un mondo permeato dall'ideologia dell'urgenza, perché quasi nulla è urgente e nessuno può pretendere di occupare il centro della scena.

Non c'è alcuna garanzia che un evento accaduto si trasformi di per sé in un evento fecondo per la nostra esperienza. Qualcosa può accadere nella nostra vita, senza che nulla cambi. Perché ci sia un cambiamento, occorre che ciò che accade sia oggetto di riflessione. Il cambiamento è dato dalla nostra risposta all'evento, dalla nostra capacità di riflettere. Eliminando gli imprevisti e gli ostacoli la vita si svuota.

La linearità non appartiene alle vicende umane, l'imprevisto fa parte della vita, è il punto che muove la storia, è un difetto che determina le scelte di vita, che conduce a una svolta. È proprio quell'imprevisto, quella variante o inconveniente che ci fa capire di essere umani e che non potremo mai ridurci a semplici automi, che la scelta a cui siamo chiamati è sempre un atto di responsabilità per cui non sono ammesse deleghe.


Emanuela Trotta


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