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Aletheia di Emanuela Trotta

Aletheia

di Emanuela Trotta - indice articoli


L'incomunicabilità del dolore

Gennaio 2023


Il dolore, nella sua irrazionalità, è difficilmente comunicabile, è refrattario al linguaggio, è difficilmente condivisibile. L’esperienza del dolore può arrivare a mettere profondamente in crisi la domanda di senso sulla propria esistenza.

Se consideriamo il dolore come una conseguenza naturale dell’essere nel mondo, allora anch’esso può acquistare un senso. Spesso non si riesce a dare ragioni al dolore, così incarnato nell’hic et nunc della persona sofferente.

Del dolore non si può averne conoscenza senza esperienza, il dolore schiaccia, si erge a controprova del senso dell’esistenza. Se si è consapevoli di ciò, si può cogliere il legame tra il dolore di ognuno e il dolore universale. Il dolore sfugge al discorso, ma chi soffre cerca le parole per rompere il muro di silenzio, per non sentirsi soli e condividere con gli altri un’esperienza che non è solo sua.

L’uomo di fronte al dolore può sublimarlo, come esperienza unica di crescita, vanificarlo come pura apparenza o percepirlo come ineluttabile e subirlo. In una realtà in cui il dolore è il protagonista dovremmo cercare risposte alle tante domande che il dolore ci pone. Vi è giustizia nel dolore?

Il dolore è un’esperienza cruciale, è sempre una diminuzione di sé. Fare esperienza del dolore è prendere consapevolezza dell’umana precarietà. Ma nel dolore non si è soli.

Il dolore non è che un metro dell’umano agire, se non ci si arrende, se si lotta, pur nella consapevolezza che si cadrà, si supera l’annichilimento che nasce dalla precarietà della vita.

Bisogna fare della speranza un prezioso momento educativo che ci deve far comprendere il senso della nostra fragilità e finitezza, stimolando in noi l’aspirazione ad essere felici per la piena realizzazione di sé stessi. I momenti di dolore ci pongono di fronte al limite della condizione umana e ci conducono a una trasformazione non voluta. Sperare non si oppone alla sofferenza, perché non si spera contro la sofferenza, ma si spera al di là della sofferenza.

Il dolore non è una sensazione, ma anche un sentimento, investe globalmente l’individuo, influenza le nostre esperienze e ci condiziona. Nel dolore il mondo si restringe, la struttura del mondo cambia. Più il dolore è forte e più diventa una prigione, un restringimento della realtà. Il dolore rende soli.

Tuttavia, persiste la volontà di uscire da questo isolamento e unirsi agli altri. Il dolore quando diventa grido si apre al mondo di relazione dell’individuo. Se la morte è parte integrante della vita, dobbiamo saper vivere il proprio presente, vivere con serenità la vita che ci è data, non c’è nessuna garanzia di salvezza, ma la vita non si spreca.

Dobbiamo imparare a convivere con il dolore, a utilizzarlo come una risorsa per trasformare sé stessi attraverso la cura di sé. In questo contesto assume primaria importanza il rapporto con l’altro, attraverso il quale si può costruire l’immagine di sé, un’immagine in continua trasformazione che solo l’altro è in grado di rifletterci. La costruzione dell’immagine di sé, passaggio obbligatorio per prendersi cura di sé, passa attraverso l’immagine che l’altro rimanda. Per questo è fondamentale che l’altro ci faccia da specchio, rimandandoci un’immagine il più possibile vera, autentica.

La sofferenza come maestra di vita dischiude ulteriori orizzonti e suggerisce domande più profonde, rende gli uomini consapevoli, più autentici, perché li priva di tutte le illusioni, con le quali nascondevano a sé stessi la realtà delle cose.

L'esperienza della sofferenza rende possibile guardare alla vita in maniera disincantata e accettarla integralmente.


Emanuela Trotta


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