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Riflessioni Filosofiche

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice


Covid 19, il senso recondito della seconda ondata

di Baldo Lami - Dicembre 2020


Partendo dall’idea che la seconda ondata epidemica non può essere dovuta solo all’effetto rebound, l’articolo esplora l’impatto destabilizzante della natura ciclica del virus nelle nostre vite, come l’improvvisa obliterazione del campo psichico, fino a introdurci nelle stanze segrete dove si svolge la trattativa…

Qualcuno l’aveva anche pronosticata da tempo. Ma abbiamo preferito non sentire. Così la seconda ondata è arrivata e ha travolto l’intero villaggio globale che si è trovato impreparato esattamente come con la prima. Questo ci dice che non si può comprendere il fenomeno epidemico, il suo impatto traumatico nelle nostre vite, senza vederlo anche come uno scontro epistemico tra due diverse concezioni del tempo: l’insorgere destabilizzante di un tempo ciclico all’interno di una temporalità lineare, quella con cui abbiamo convenuto di organizzare l’esistente. E come questo abbia fatto saltare completamente la mediazione psichica, non solo emotiva, che poi è rientrata in negativo nel bilanciamento della carica virale, ma anche cognitiva, impedendoci una vera riflessione. Cominciamo allora dalla catarsi effimera del post confinamento.
Per più di tre mesi la curva dei contagi e dei decessi aveva continuato a salire terrorizzando tutti finché all’inizio della stagione estiva, come qualche virologo aveva effettivamente previsto, è iniziata la decrescita felice… fino all’azzeramento dei contagi e alla clamorosa affermazione che “il virus è clinicamente morto”. Finisce il lockdown, si allentano le misure restrittive e andiamo tutti in vacanza per scaricare la tensione e ritemprarci. Dopo l’estate il paese ha voglia di ripartire e di tornare a produrre per far riprendere l’economia, ma anche il virus ha voglia di ripartire…
Tornano in scena i virologi che speravamo di non rivedere e riprende la ridda delle opinioni degli esperti in materia, il cast è nutrito, non ci sono solo i virologi ma anche epidemiologi, infettivologi e ricercatori di vario tipo, adesso non bisogna dire panzane, così il povero clinicamente morto viene sbeffeggiato e guai a parlare di immunità di gregge o di vaccini che hanno già superato la fase della sperimentazione. Neppure le case adesso sono al sicuro, anzi, il vero focolaio si annida proprio nel focolare, ciononostante è meglio stare nel focolaio perché anche fuori non si scherza, è stato infatti scoperto che il virus può attaccarsi al particolato e venire inalato con le polveri sottili. La mascherina diventa obbligatoria anche all’esterno. E come attratti da un richiamo irresistibile tornano anche i profeti di sventure a dirci che questa seconda ondata può essere molto peggio della prima, una vera e propria carneficina. A cui fanno da contrappunto i negazionisti, ossia coloro che per paura di cadere nel panico e incapaci di elaborazione psicoemotiva affermano che è tutto un complotto e che le restrizioni sociali sono evidenti prove di regime. Insomma il paese comincia a temere nuovi confinamenti e di rivedere i camion dell’esercito trasformati in carri funebri.
L’origine della seconda ondata più accreditata scientificamente è stata attribuita a diversi fattori: una nuova mutazione del virus; la riapertura dei confini seguita alla cessazione del lockdown; i rientri dall’estero o dalle vacanze in luoghi turistici che hanno segnato l’abbattimento del distanziamento sociale; e per alcuni anche la fine del caldo estivo che ha inibito il processo espansivo. Cui ora si aggiungono nuovi motivi amplificatori, come l’aumento dei contagi tra i giovani delle movide e tra i bambini dopo la riapertura delle scuole. E non da ultimo quello costituito dai mezzi pubblici di trasposto che vedono masse di persone spostarsi da una parte all’altra del paese per recarsi o per tornare dai luoghi di lavoro.
Così riprendo l’elaborazione iniziata in marzo che mi ha condotto all’articolo “Alle radici mitiche psicologiche e ambientali dell’epidemia”, citato in bibliografia, e torno a scrutare nelle tenebre con la lampada di psiche per comprendere attraverso la vista interiore, l’immaginazione, il fenomeno della seconda ondata. Che non può essere dovuto solo all’effetto rebound (rimbalzo), che in medicina indica il ripresentarsi o l'inasprimento di una malattia dopo la sospensione di un trattamento farmacologico o la riduzione del suo dosaggio. Perché c’è molto di più. Ma per avere un minimo di idea di questo “di più” bisogna poterci addentrare con la nostra lampada nelle stanze segrete dove si svolge la trattativa (tra self e non self).
Lo scemare dell’onda epidemica è un accadimento naturale inerente alla dinamica dei flussi, l’omeostasi esistente prima della perturbazione fa da attrattore per il ritorno ineluttabile allo status ante quo. Allora c’è stato realmente un depotenziamento del virus prima della sua ripresa con la seconda ondata, contagi zero non sono illusori, perché è la carica infettiva a caratterizzare la potenza del flusso, per cui se il flusso va in de o re-flusso ovviamente la carica scema. Questo azzeramento dei contagi è determinato solo in parte dalla diminuzione dei contatti interpersonali seguita alle misure restrittive, l’altra parte è giocata dal destino ondulatorio della potenza virale che si modula sulla base della reazione psicoemotiva della popolazione umana ospite e tecnoscientifica del suo apparato sanitario. Questa strategia adattativa del virus esiste in tutte le fasi dell’epidemia, in ascesa come in discesa, self e non self sono sempre in dialogo.
Poi, checché ne dicano i soliti esperti, per me nessun virus muore veramente, quando si trova di fronte a una barriera immunitaria individuale o collettiva che arresta la sua corsa espansiva, non è detto che sia stato vinto, perché non si può affatto escludere che in quella barriera ci sia già lui, convertito, integrato, incorporato nel self. Neppure col vaccino per me viene sconfitto, anzi il vaccino certifica proprio la sua vittoria facile, l’entrata nel sistema per la via maestra, un patto di non belligeranza stipulato tra geni della natura: io ti faccio entrare nella mia giurisdizione da subito, con una semplice iniezione, a patto che tu ceda la tua virulenza e mi aiuti a combattere quella parte di te ribalda e antisistema che non ha accettato l’accordo e non si è integrata. Per il virus è una vera manna e lo stesso per noi. In caso contrario va in quiescenza, si silenzia o si disattiva, esce dal cono di luce dell’apparire e torna nello stato d’ombra in cui da tempo immemorabile si trovava, antico araldo della vita perenne sempre pronto a tornare in azione quando le condizioni glielo consentono.
L’integrazione genomica self-non self è un processo lungo e complesso che a mio avviso si può formalmente concludere solo con la seconda ondata, difficilmente con la prima e raramente con un’onda successiva, come del resto è successo in quasi tutte le pandemie. Perché è solo nel replay, nella “rimessa in onda” del dramma trascorso che si ha la possibilità di fissare bene nella memoria quanto è successo e di conferirgli un senso. E di portare quindi a compimento la krisis, la scelta, fase decisiva di una malattia. Molti eventi poi hanno un replay, nel terremoto sono le scosse di assestamento. L’evento funesto appare in sé insensato, e il suo primo vissuto (di noi mortali intendo) è quello dell’immediatezza pulsionale, che poi genera oblio. Ma ha la possibilità di significare qualcosa, purtroppo con nuovo pathos, solo ripercorrendolo: per il virus, il senso è l’entrata nell’ordine genomico dell’homo sapiens; per quest’ultimo, il senso sta probabilmente nella rimessa in codice del proprio genoma e nella sua trasformazione in memoria, coscienza, anima. Ma questo può avvenire solo se elaboriamo il trauma assumendoci la piena responsabilità dell’accaduto, perché siamo noi i distruttori dell’oikos, dell’ambiente, della terra, della casa, della relazione con l’altro e col mondo. Noi e non il virus i responsabili di tutte queste morti.
Se la fine della prima ondata non ha contrassegnato la fine agognata dell’epidemia, quindi, è perché il virus ha avuto bisogno di replicare il ciclo per rispettare la sua natura periodica e per ottimizzare il suo beneficio nella trattativa col self. Replica che, almeno sul piano della manifestazione, dovrebbe pertanto volgersi a compimento senza ulteriori repliche con o senza vaccino. Per poi magari continuare sottotraccia come all’inizio, prima che il virus fosse stato visto e identificato. Sì perché, dati alla mano (dati che vanno comunque presi sempre con beneficio d’inventario), questa pandemia è stata per l’alieno uno straordinario successo evolutivo, che gli ha consentito di ottenere la massima espansione con un numero ridotto di decessi: secondo un noto professore di virologia il 95% dei contagiati sarebbero infatti asintomatici o paucisintomatici. Un numero elevato di morti in una pandemia non può essere dovuto unicamente al virus, perché un tasso elevato di mortalità non gli è favorevole.
Concludendo cosa è successo allora? Che l’agente patogeno Sars-CoV 2, entità nanometrica di informazione e replicazione genetica, senza tempo né storia, senza dimora, ma grande il suo desiderio di averla, l’ha ora trovata, una casa, una storia, una vita: la nostra. E adesso ci fa vedere che è vivo e che è potente. È un monito? Come a dire, guardate che posso continuare così all’infinito! In qualche modo sì, perché dopo essere entrato illegalmente nel regno, sapendo benissimo di non essere il benvenuto, in quanto alieno portatore di angoscia per il futuro del genere umano e per la vita stessa sul pianeta, ha poi avuto l’ardire di chiedere asilo e un accordo tra le parti da una posizione paritaria. Ma certo, dato che la forza di cui è dotato l’ha presa dalla cellula ospite, cioè da noi, e da noi quindi anche il carattere, per cui, se l’umano si è posto con hybris nel rapporto con gli altri abitatori del pianeta, anche il virus si pone al nostro cospetto con hybris. Come se il venire all’esistenza dell’essere, nel prodigio della sua unicità, non fosse un atto di apertura originaria al mondo, ma un atto di guerra, di ostilità, di aggressività verso l’altro. Non credo proprio, ma che sia l’uno o l’altro dipende certamente da noi. Dipende da come sapremo reinventarci, da come sapremo ripensare il nostro rapporto col mondo e immaginare il futuro. Dipende da come riusciremo a cogliere dall’immensa catastrofe che il virus ci ha consegnato, forse per venire incontro a un nostro inconscio desiderio di morte o di vita nuova, l’occasione di fare anima.

Baldo Lami


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Bibliografia
Baldo Lami, “Alle radici mitiche psicologiche e ambientali dell’epidemia”, articolo pubblicato su State of Mind il 2 luglio 2020.
Luca Valera, "Oikos e relazioni: l’abitare come cura dell’alterità", documento in PDF rintracciabile online.


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