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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Note sulla lingua araba

di Marco Calzoli - Maggio 2021


Una delle varie divisioni delle lingue semitiche è:

  • Semitico orientale (accadico e eblaita);

  • Semitico centrale (arabo, aramaico, ugaritico, ebraico, fenicio);

  • Semitico meridionale (sudarabico, etiopico).

Una delle maggiori innovazioni del semitico centrale è il passaggio delle consonanti eiettive a consonanti faringalizzate (articolazione secondaria: faringalizzazione). Ci spieghiamo meglio. Tutte le lingue semitiche hanno, oltre alle consonanti sorde e sonore, una terza serie di consonanti dette enfatiche. Da un punto di vista fonetico articolatorio, esse si distinguono dalle altre due serie in base al meccanismo di produzione, che non sfrutta il flusso d’aria espiratoria proveniente dai polmoni (come per le consonanti sorde e sonore), bensì comporta da una parte una riduzione del volume complessivo della cavità faringea ottenuta mediante l’innalzamento della laringe chiusa, dall’altra un conseguente aumento della pressione dell’aria all’interno della cavità che si crea. Quando l’occlusione orale (realizzata in qualsiasi punto dell’apparato fonatorio, ovvero velo palatino, alveoli, denti, labbra) viene rilasciata, l’aria interna alla cavità prodotta fuoriesce e si realizza suono eiettivo. In semitico meridionale queste consonanti si mutano in colpi glottidali (glottalic stops), ovvero interruzioni fonetiche.
Però una questione molto dibattuta fra i semitisti resta la collocazione dell’arabo. Deve essere inserito nel semitico meridionale, insieme all’etiopico, o piuttosto va incluso nel semitico centrale, insieme al semitico nord-occidentale (aramaico, ugaritico, ebraico, fenicio)? L’arabo condivide tratti sia con il semitico nord-occidentale sia con il semitico meridionale, e se si sceglie di considerare una serie di tratti come innovazioni condivise, l’altra serie deve essere spiegata come il risultato di fattori di mutamento interni al gruppo oppure come il risultato dell’influenza strutturale di un’altra lingua dovuta al contatto.
Generalmente l’arabo viene inserito nel gruppo centrale e le similarità fra arabo e semitico nord-occidentale vengono considerate pertanto geneticamente determinate, mentre si cerca di dare conto in maniera appropriata dei tratti che l’arabo condivide con il semitico Orientale. Questi tratti includono:

  • il mutamento incondizionato di *p in f;

  • l’esistenza di temi verbali con una prima vocale lunga (kātaba, takātaba);

  • i broken plurals, cioè plurali formati mediante prefissazione e/o mutamenti interni piuttosto che mediante procedure di suffissazione.

Il mondo che si esprime in arabo vive una dimensione di diglossia: quotidianamente si parla uno dei vari dialetti arabi, come il tunisino, l’egiziano, e così via, mentre la lingua scritta e parlata nelle situazioni formali è l’arabo standard detto anche arabo letterario.
Il primo vero testo scritto in arabo è il Corano, il libro sacro dell’Islam, nato dalla predicazione di Maometto tra il 610 e il 632 dell’era volgare. Per Nöldeke der Koran enthält nur echte Stücke, “il Corano contiene solo pezzi originali” pronunciati da Maometto.  La lingua del Corano si ispira direttamente a quella della poesia del periodo preislamico, la Gāhiliyya, che pare risalire al VI secolo. Su questi due monumenti letterari i filologi arabi del VIII e IX secolo hanno costruito l’arabo classico (al-‘arabiyya al-turathiyya). L’attuale arabo standard o arabo letterario ne è una diretta emanazione, quasi del tutto identica.
C’è la questione della esistenza o meno e della natura dell’arabo preislamico. Prima del periodo islamico esistono scarsissime attestazioni di una lingua semitica con l’articolo prepositivo al- (cosa che forse contraddistingue l’arabo da altre lingue semitiche): si concentrano soprattutto nel III secolo (iscrizioni nabatee del Sinai e iscrizioni sudarabiche), ma la prima iscrizione in assoluto sarebbe quella funeraria del re Imru’ al-Qays del 328 d. C., anche se l’origine storica dell’arabo deve essere assai più antica (la prima testimonianza la abbiamo in Erodoto 3, 8 con il nome della dea araba Alilat, cioè al-Ilat, “la dea”). Quindi gli studiosi ritengono che l’arabo risalga almeno fino al V secolo a. C. (età di Erodoto), ma sia rimasto per almeno un millennio appartato nella penisola arabica, dominata linguisticamente a nord dal nordarabico e a sud dal sudarabico, per poi emergere per ragioni sconosciute con il Corano nel VII secolo d. C.
Secondo Nöldeke, all’epoca della composizione del Corano esistono parlate tribali nella penisola arabica, l’arabo del Corano sarebbe una lingua comune sovradialettale, scelta da Maometto per esprimere il messaggio dell’Islam. È una tesi analoga a quella di Ibn Faris, con la differenza che per quest’ultimo la lingua sovradialettale è anche parlata dalle tribù, mentre per Nöldeke è una lingua artificiale, una summa dei tratti linguistici presenti nei dialetti parlati.
Secondo Vollers, il Corano è scritto da Maometto nella parlata dei Quraysh, la tribù (ḥigāzena) cui appartiene, come vuole anche la tradizione islamica. Ma il Corano presenta indubbi tratti di lingue orientali, pertanto Vollers conclude che il Corano sia riformulato in seguito nella variante orientale, più prestigiosa, affinché il messaggio sia recepito meglio.
Secondo Versteegh, l’arabo preislamico e quello coranico sono unitari, cioè non vi sono differenze tra la lingua parlata e quella della poesia né tantomeno all’interno di una di queste due categorie (diverse parlate), quindi il Corano riprende semplicemente la situazione linguistica di coloro che parlano arabo. Pertanto i moderni dialetti arabi non sono per nulla una derivazione dalle varie parlate arabe di allora, ma nascono dopo la conquista islamica dal contatto tra i conquistatori musulmani e le popolazioni sottomesse. Nella tradizione islamica c’è accenno a una unità delle lingue degli arabi ai tempi di Maometto, detta kalam al-‘Arab.
Tuttavia, come osserva Mascitelli, coloro che cercano di fissare le regole grammaticali dell’arabo classico, non lo fanno “interrogando gli abitanti delle nuove città” ma viene cercata “nella poesia beduina, e direttamente nei trasmettitori orali (rawi), perché essa rappresentava ai loro occhi l’esempio linguistico vivo più vicino a quello coranico. Ciò si mostra già come una piccola contraddizione, dato che contiene l’ammissione di una non unicità della lingua degli arabi”.
È fuor di dubbio che il Corano riprende la tradizione ebraica e quella cristiana orientale. Il dialetto aramaico detto siriaco è la lingua più importante del cristianesimo orientale e nel Corano i prestiti linguistici più rilevanti provengono dal siriaco. Alcuni hanno addirittura ipotizzato che il Corano sia stato scritto originariamente in aramaico e poi tradotto in arabo. Pensiamo al testo aramaico di Daniele 6, 27: di huwa elaha ḥayya w qayyan le ‘alemin, “Questo è Lui il Dio, vivente e sussistente per sempre”, che viene quasi tradotta nell’arabo del Corano 2, 255: allahu la ‘ilaha ‘illa  huwa l-ḥayyu l-qawwum, “Dio! Non c’è altra divinità che Lui, il Vivente, il Sussistente”.
Il Corano presenta anche errori dovuti o a Maometto oppure agli scribi. Certamente il dettato del Corano è spesso molto bello, ricco di prose rimate, continui impasti sonori. Ma a volte ci sono forme che non rientrano nella norma grammaticale. In Corano 114, 1 è scritto llahu ‘aḥad, “Allah, Unico”. Il problema linguistico è ‘aḥad che non ha l’articolo determinativo (come invece è presente nel versetto successivo, allahu l-ṣamad). Inoltre “unico” dovrebbe essere espresso in arabo da waḥid (4, 171: ilah waḥid) e non da ‘ahad. Probabilmente Maometto o lo scriba ha in mente il passo di Deuteronomio 6, 4: “Ascolta, Israele … Dio è unico”, in ebraico YHWH echad.
Ma, come abbiamo detto, un’altra fonte è la poesia preislamica, la quale è caratterizzata sia da una metrica sia da una particolare prosa rimata, detta sag. Il Corano riprende il sag. Al-Baqillani nella sua opera sul Corano dice che quest’ultimo non presenta esempi di sag in quanto questo è una forma poetica utilizzata dagli uomini. Tuttavia altri letterati arabi, come Diya’ ad-Din Ibn al-Afir, hanno riconosciuto che il Corano presenta molti esempi di sag, ma in una maniera più profonda rispetto al sag degli uomini. Più tardi as-Suyuti parla per il Corano di una forma simile al sag, la cui radice indica il tubare del colombo e che quindi è irriverente collegare a Dio. Oggi gli studi filologici riconoscono una indubbia presenza del sag nel Corano ma con alcune differenze rispetto alla prosa rimata della poesia preislamica. Nel Corano, infatti, i versetti, che costituirebbero le unità del sag, contengono concetti brevi e isolati, similmente alla poesia preislamica, però le sure più recenti sono di gran lunga più lunghe e contengono messaggi più elaborati in un ritmo meno evidente.
Ma i problemi relativi al testo del Corano sono molto più rilevanti. Maometto non lo mette per iscritto, ma viene tramandato oralmente dai suoi seguaci. Quando, con le conquiste, i seguaci di Maometto si trovano a vivere lontano dalle terre di origine si impone l’esigenza di metterlo per iscritto per non perderlo. Abu Bakr, il primo califfo (632-634), per garantirne la conservazione incarica Zayr ibn Tabit di raccogliere un testo completo e sicuro. Questo primo manoscritto del Corano passa ad ‘Umar, il secondo califfo (634-644), e a sua figlia Hafsa, la quale lo consegna a ‘Utman, il terzo califfo (644-655), il quale incarica una commissione di redigere un testo definitivo e unico e quindi di eliminare le molte varianti che circolano parallelamente. Ma fino al X secolo circolano ancora molte varianti, tuttavia il testo più usato dai musulmani di tutto il mondo è quello di ‘Utman. La fissazione scritta del testo e la scelta delle varianti del testo da preferire creano innumerevoli problemi relativi alla grafia e alla struttura grammaticale e sintattica, risolti con tutta probabilità con una uniformazione della scrittura e della lingua, sulla base non della reale opera di Maometto ma della lingua del suo clan e di quella della poesia preislamica. Tracce di questi problemi si trovano per esempio in quei passi del Corano nei quali è possibile doppia traduzione per via dell’alif orthoepico.
Bisogna dire che i molti specialisti che si sono cimentati e si cimentano sul problema spinosissimo dell’arabo preislamico presentano tesi tra di loro diversissime. Il quadro è complicato anche dalle nuove documentazioni assunte.
Attualmente la forma dell’articolo è considerata meno determinante, vista la varietà riscontrata nelle diverse forme di nordarabico, e la possibilità che fosse in origine una variante dell’articolo determinativo più comune in safaitico, ha(n). È importante ricordare che la penisola araba è area di antica e diffusa alfabetizzazione per oltre un millennio e mezzo prima dell’Islam. La grande maggioranza delle iscrizioni pervenuteci sono piuttosto povere di elementi linguistici – spesso consistono di una sola frase, a volte formulare – ma il loro numero, nell’ordine delle decine se non centinaia di migliaia, non lascia dubbi sul fatto che la scrittura alfabetica fosse di uso corrente tra le popolazioni della penisola, sia nomadi che sedentarie. Si può ancora trovare riportato in manuali datati che l’iscrizione detta di Nemāra o di Imru al-Qays, trovata nel sud della Siria e datata al 328 (o 332) d.C., sia il primo documento dell’arabo, come è stato ritenuto a lungo. Negli ultimi decenni sono state trovate documentazioni più antiche; l’iscrizione di En Avdat nel Negev, scoperta negli anni Ottanta, include due righe poetiche in arabo (il resto del testo è in aramaico nabateo), e si pensa che possa risalire al I o al II secolo d.C. Altri due testi in versi sono stati ritrovati in caratteri safaitici. A Qaryat al-Faw, un importante centro carovaniero nell’Arabia Saudita meridionale, è stata trovata l’iscrizione funeraria detta “di ‘Igl bin Haf’am” (nome del committente, fratello del defunto), scoperta alla fine degli anni Settanta. Questa presenta ha pure importanti elementi linguistici in comune con l’arabo, incluso l’articolo al (scritto l). Alcuni studiosi chiamano la varietà linguistica documentata in questa iscrizione “qahtanico”, dal nome di una delle tribù arabe che sappiamo essere state insediate nella regione di Qaryat al-Faw. Ne è stata proposta una data alla fine del I secolo a.C., che ne farebbe il più antico testo “arabo” noto, ma è anche possibile una datazione più tarda, verso il III secolo d.C. In ogni caso, il “qahtanico” non è più considerato una forma di arabo antico. Altre possibili occorrenze dell’articolo al e altri elementi lessicali di tipo arabo si trovano in un piccolo numero di iscrizioni dadanitiche, thamudene e nabatee, e in due iscrizioni madhabiche; i più antichi di questi testi potrebbero risalire al III secolo a.C., anche se si tratta di datazioni dubbie. Più che di testi “in arabo”, si dovrebbe parlare di testi che mostrano la presenza di “caratteri linguistici arabi”. Sembra che questi caratteri siano più comuni dopo il II-III secolo d.C., un’epoca in cui la penisola araba appare aver attraversato mutamenti etnici, politici e sociali significativi, in parte, forse, come conseguenza della conquista romana del regno nabateo. Alcune fonti musulmane sembrano indicare che popolazioni di lingua araba, precedentemente insediate in una parte della penisola (forse nel sud-ovest), si siano diffuse su un territorio più ampio. Le iscrizioni trovate nel sud-ovest della penisola apparivano confermare quest’idea, ma oggi sappiamo invece, sulla base della documentazione safaitica e successiva. che la regione più probabile di formazione e diffusione dell’arabo, in cui si trova la documentazione più antica, è nell’area nordoccidentale, circa la regione del regno nabateo e della provincia romana di Arabia. Le prime documentazioni di forme linguistiche arabe (non contando il safaitico) pongono generalmente difficili problemi di lettura e interpretazione, in parte a causa della scrittura consonantica impiegata e delle gravi ambiguità della scrittura nabatea per rendere i suoni arabi per quanto riguarda ‘En ‘Avdat e Nemara.
Un piccolo numero di iscrizioni in arabo provenienti dalla Giordania e dal sud della Siria, risalenti al VI secolo d.C., sembra attestare gli inizi di una tradizione scritta, per quanto assai ridotta, in lingua araba con l’uso di caratteri derivati da quelli nabatei; la più antica è quella di Zebed, datata al 512 d.C. Altre iscrizioni datate di questo tipo sono state trovate a Jabal Usays (528 d.C.) e Harran (568) nel sud della Siria. Si tratta di una documentazione ridottissima, quasi tutta proveniente da contesti cristiani. Nell’estate del 2014 una missione archeologica francese ha annunciato il ritrovamento, sempre a Qaryat al-Faw, di iscrizioni, databili alla fine del V secolo d.C. che attesterebbero il passaggio dalle forme grafiche del nabateo (quelle che si hanno ad ‘En ‘Avdat e Nemara), a una fase antica della scrittura araba. Ulteriori ritrovamenti analoghi sono stati fatti in seguito a Najran, presso il confine tra Arabia Saudita e Yemen, e a Dumat al-Jandal.
Allo stato attuale, il seguente quadro generale appare il più plausibile, per quanto ancora da definire: tra le varietà linguistiche semitiche centrali, presumibilmente nel nord-ovest della penisola araba e nelle regioni adiacenti, alcune possono essere definite linguisticamente “arabe”, e sono riflesse nella documentazione (perlopiù in safaitico e forse hismaico, ma non nelle altre forme di “nordarabico”). Queste varietà presentano una certa differenziazione, ma devono essersi diffuse in gran parte della penisola, sostituendo o mescolandosi ad altre varietà (come quelle attestate dal “thamudico”?) forse in epoca romana e tardoantica. Sembra probabile che esistesse un dialetto di prestigio in epoca preislamica, usato per la poesia e, a quanto suggeriscono le scoperte recenti, associato alla attività missionaria cristiana in epoca tardo-antica, che potrebbe averne agevolato la diffusione e la messa per iscritto in un alfabeto derivato da quello dell’aramaico nabateo: le iscrizioni del quarto-quinto secolo a Najran e dintorni sono associate alla presenza di monaci probabilmente provenienti dalla ex provincia romana d’Arabia e sono scritte in un alfabeto intermedio tra il nabateo e l’arabo. La scarsità di documentazione e la difficoltà di interpretare quella esistente (non c’è ad esempio pieno consenso sulla lettura della più importante iscrizione preislamica, quella di Nemara, per quanto sia certo che si tratti di una varietà linguistica vicina all’arabo classico) rende anche problematico sapere quanto la forma linguistica di queste iscrizioni sia unitaria, e quanto rifletta l’arabo classico codificato nel periodo islamico.
Sappiamo, anche sulla base di quanto attestato dagli autori musulmani, che le diverse comunità arabe della penisola presentassero in epoca preislamica una certa diversità linguistica, in particolare secondo una divisione est-ovest. La lingua comune e di prestigio, riflessa dalla poesia preislamica (sulla cui autenticità sussiste comunque qualche dubbio), sembra essere stata basata in gran parte su quella impiegata nell’Arabia centro-orientale; sono attestate, anche da osservazioni delle fonti musulmane, differenze, rispetto all’uso linguistico dello Hijāz, in particolare nella fonetica. Un riflesso di questa variazione è probabilmente l’ortografia della hamza, un suono che molto probabilmente non era pronunciato dalle tribù arabe nord-occidentali (incluse quelle dell’area della Mecca).
Molte questioni riguardanti l’arabo preislamico, la sua diffusione e documentazione, il suo status come lingua poetica di prestigio o come lingua parlata, il suo rapporto con l’arabo parlato e scritto delle epoche successive, e anche alcune sue caratteristiche grammaticali fondamentali (ad esempio il tanwin, di cui non sembra esserci evidenza chiara nelle iscrizioni più antiche, né in varietà nordarabiche affini), restano per il momento aperte ed oggetto di controversia.
L’arabo standard o letterario ha queste caratteristiche:

  • Un solo articolo determinativo, al, invariabile per genere e numero. Bint significa “ragazza”, al-bint significa “la ragazza”.

  • Non esiste un vero e proprio articolo indeterminativo. Ma è possibile apporre a fine parola una nasale (n). Kitab-un, “un libro”.

  • I sostantivi, gli aggettivi, i participi e i nomi verbali si declinano. Esistono tre casi: nominativo (u), caso obliquo (i), accusativo (a). Al-kitab-u, “il libro” (nominativo), ma fi al-kitab-i, “nel libro”.

  • Esiste un plurale regolare o sano (con desinenze) e un plurale irregolare o fratto (che modifica il nome).

  • Il complemento di specificazione è detto stato costrutto e si fa giustapponendo due sostantivi.

  • Il verbo ha due tempi di coniugazione (perfetto e imperfetto) e tre modi: il perfetto ha indicativo, l’imperfetto ha indicativo, congiuntivo e condizionale, abbiamo poi l’imperativo. Non esiste l’infinito, quindi nei vocabolari si trova il verbo al perfetto, III persona maschile singolare (è il paradigma più semplice).

  • Il verbo ha 10 forme con significati diversi.

Bisogna dire che la lingua araba standard è molto complessa, specie nel sistema verbale, il quale è tuttora oggetto di interpretazione da parte degli studiosi anche occidentali. È discusso il valore primario del verbo arabo: che sia aspettuale? Modale? Temporale?
L’arabo ha una struttura paratattica, ovvero dominata dall’accostamento di frasi dello stesso ordine, a differenza dell’italiano che predilige l’ipotassi, ricca di subordinate, disposte per altro su diversi livelli. Tale andamento del testo si riscontra nei dialoghi. Mentre l’italiano quando parla abbonda nelle digressioni introdotte da subordinate, l’arabo tende a fare un discorso ricco di coordinate che procedono in parallelo, un po’ come in un’autostrada a più corsie.
L’arabo è scritto da destra a sinistra, la maggior parte delle lettere ha forme diverse all’inizio, in mezzo e alla fine di parola, esistono poi molte legature, delle quali una obbligatoria (lam seguita da alif) e altre consigliate. L’alfabeto arabo segna unicamente le consonanti e le vocali lunghe. Vocali brevi, raddoppiamenti di consonante e altre particolarità ortografiche sono indicati con segni ausiliari.
L’arabo conosce suoni distanti da quelli delle lingue: tra di essi, le lettere gutturali e la dad, un’occlusiva alveolare sonora, che rappresenta la versione enfatica della d pronunciata sollevando la lingua verso il palato. Questo suono ha permesso all’arabo di guadagnarsi l’appellativo di “lingua della dad”, poiché i grammatici sostenevano che esso fosse riconducibile solo all’arabo e a nessun’altra lingua.
L’arabo parlato, cioè i vari dialetti neoarabi, viene classificato secondo due criteri: quello sociologico e quello geografico. Il primo distingue grossomodo tra arabi sedentari e arabi beduini, ma oggi tale distinzione non è sempre valida. Il criterio geografico distingue tra dialetti orientali e dialetti occidentali. Gli studi di dialettologia araba sono molto complessi e variegati. A titolo esemplificativo diciamo solo che, mentre l’arabo standard ha le tre vocali semitiche (u, i, a) nella seria sia breve sia lunga, i dialetti orientali tendono a conservarle o a ampliarle, invece i dialetti occidentali tendono a ridurle. Vi è una graduale riduzione del vocalismo man mano che si procede da area orientale a area occidentale, con evidente ripercussione sulla sillaba. Mentre in arabo standard un verbo come kataba ha lo schema Consonante/vocale come segue: Cv.Cv.Cv. (con tre sillabe), in area orientale avremo di solito CvCvC (ktab, con due sillabe), invece in area occidentale la maggiore riduzione vocalica fa esistere uno schema CCvC (ktab, con una sola sillaba).
Sin dal passato più remoto la parola e la scrittura possono essere usate in senso magico e esoterico. In Egitto nei Testi delle Piramidi compaiono allitterazioni per conferire forza magica alla parola. Questo uso magico-sacrale della parola e delle lettere non viene meno nel mondo arabo. Nei sigilli usati nelle pratiche funerarie più antiche compare la serie alfabetica araba l’bdg, cioè le prime quattro lettere dell’alfabeto arabo. Secondo Garbini, questa serie alfabetica vuole esprimere l’idea dell’eternità perché le lettere possono susseguirsi senza fine.
Pensiamo poi al Jafr, un sistema di divinazione arabo che usa le lettere dell’alfabeto. Si suddivide in diverse branche:

  • ‘Ilm al-Haruf (scienza delle lettere);

  • Al-Asma’ al-Ḥusna (scienza dei Nomi di Dio);

  • Ḥisab al-Jummal (gematria);

  • Al Kasr wa al-Basṭ (scienza della scomposizione  ricomposizione delle parole sulla base del valore numerico). E così via.

Facciamo qualche esempio. Un detto riferisce che Dio abbia rivelato di sé: Ana Aḥmad bila mim, “Io sono Aḥmad senza la mim”, cioè Maometto (che si chiama anche Aḥmad) senza la mim, vale a dire Aḥad, Uno. Ghalib ha dato questa spiegazione riferendosi alle quattro lettere della parola Aḥad: alif è la lettera della Unica Divinità che sta come prima lettera dell’alfabeto, mim sta per Maometto, ḥa e dal hanno insieme come valore numerico 12 (8+4), quindi indicano i 12 grandi Imam della storia.
Tutto è creato da Dio, quindi l’uomo è copia dello scrivere divino. Il valore numerico della parola wajh, “volto”, e della parola yad, “mano”, è uguale, cioè 14, vale a dire metà delle lettere dell’alfabeto arabo, che infatti sono 28.
Il nome arabo di Maometto, Muḥammad, ha valore numerico 132, cioè 100, 30, 2, numeri che corrispondono alle lettere arabe qaf, lam, ba, che formano insieme la parola “cuore”, qalab: Maometto è il cuore dell’Islam.
Il mondo arabofono è ancora molto legato ai valori della parola. Ricordiamo che in arabo una bestemmia non si può dire quasi per una ragione grammaticale. È interessante poi che i primi convertiti all’islam cambiano nome se esso è disdicevole alla nuova religione, come avviene con Abdulmasih, “servitore del Messia”. Non è mai stata una norma religiosa, cioè obbligatoria, ma dettata dal semplice rispetto per l’Islam, così come avviene ancora oggi. Nel mondo musulmano il nome può essere cambiato anche senza un motivo specifico. Per questo chi si converte nell’islam da un paese non arabo, spesso occidentale, cambia nome per assumerne uno nuovo dalla valenza religiosa.
Esiste una connessione assai profonda tra parola e verità. Corano 96, 3-5: “Grida ai quattro venti! Il tuo Dio è il Magnifico! Ha addestrato l’uomo all’uso del calamo, gli ha insegnato ciò che egli ignorava”. Già questa è una bella lode alla parola, ma l’originale arabo ‘allama bil-l-qalami può essere tradotto anche: “Ha insegnato mediante il calamo”.

Marco Calzoli

Marco Calzoli è nato a Todi (PG) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha dato alle stampe 32 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli.

Bibliografia

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    A. Facchin, Lingua araba: Mare vasto senza sponde, in Europa Vicina, Vo. 33 (2016), pp. 27-28;

    M. Farina, Lo studio della lingua araba nel tardo Rinascimento, interesse scientifico e curiosità, in Egitto e Vicino Oriente, Vo. 36 (2013), pp. 63-72;

    G. Garbini, O. Durand, Introduzione alle lingue semitiche, Brescia 1994;

    M. E. B. Giolfo, IN SART GAWAB AL-SART nella tradizione grammaticale araba e nelle grammatiche europee dell’arabo classico: Note per una interpretazione del sistema verbale della lingua araba, in Kervan, No. 12 (luglio 2010), pp. 31-63;

    D. Mascitelli, L’arabo in epoca preislamica, Roma 2006;

    G. Mion, Sociofonologia dell’arabo, Roma 2010;

    G.R. Puin, Vowel letters and ortho-epic writing in the Qur’an, in G. Said Reynolds, New Perspectives on the Qur’an. The Qur’an in its Historical Context 2, London 2011, pp. 147-190;

    K. Versteegh, The Arabic Language, New York 1997.

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