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Riflessioni in forma di conversazioni

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Sidecar. In viaggio con Pessoa, l'ultimo eteronimo

Conversazione con Ugo Amati di Doriano Fasoli per Riflessioni.it

- Marzo 2022

 

Ugo Amati, valente psicoanalista ed apprezzato scrittore è autore di numerose opere sui processi della creazione estetica e sullo spazio della follia; alcune di esse sono state tradotte e pubblicate all’estero. Vive e lavora tra Roma e Santarcangelo di Romagna. Tra le sue opere: Lo spazio della follia (Bertani, Verona 1974), L’uomo e le sue pulsioni (Melusina, Roma 1994), Arte, terapia e processi creativi (Borla, Roma 1996), Freud e Lacan a Roma (Borla, Roma 1977), L’anoressia dello spazio (Borla, Roma 1999), Gnosi e psicanalisi (Borla, Roma 2002), La psichiatria negata (con Doriano Fasoli, Borla, Roma 2003), La pulsione di Orfeo (Borla, Roma 2004), Se Freud si fosse fermato a Rimini (Alpes, Roma 2006), La luce. Dialogo tra uno psichiatra e un pittore (Il Veliero, Pesaro 2007), Lacan nella cripta dei cappuccini (Alpes, Roma 2007), L’incantesimo della creazione (Alpes, Roma 2008), La psichiatria in trincea (Alpes, Roma 2009), Da Berlino (Tabula fati, Chieti 2015), La psicanalisi del calcio (Tabula fati, Chieti 2015). Ha pubblicato i romanzi: Buio a Stromboli (Tabula Fati, Chieti 2007), Affinità assassine (Solfanelli, Chieti 2008), Paraguai (Tabula fati, Chieti 2011), Il teorema di Gödel (Tabula fati, Chieti 2013) e L’avvicendamento (Tabula fati, Chieti 2014). Infine Affinità assassine sul divano: profili diversi dell’immaginario sociale, con prefazione di Luciana La Stella (Aracne, 2016).


Sidecar. In viaggio con Pessoa, l'ultimo eteronimo


Un viaggio immaginario con Fernando Pessoa su un sidecar spaziale per la Romagna e dintorni durante il lock-down è un'idea che definirei patafisica. Il tempo e lo spazio rispondono a una logica inconscia, come se il poeta portoghese fosse vivo e si trovasse in Italia per un qualche motivo in piena pandemia. Come nasce e dove ci porta o trasporta questo racconto, visto che c'è di mezzo una motocicletta?
Fermiamoci al come nasce. Il trasporto lo considereremo strada facendo. Circa tre anni fa eravamo in pieno lock-down. Mi ero vaccinato il 4 marzo felice di esserlo. Il giorno dopo non ho esitato un attimo. Era un'occasione da non perdere. Trovarsi in una bolla per un paio di mesi non capita tutti i giorni. Una costrizione sistolica ha bisogno di un contrappeso, di una diastole respiratoria e sublimatoria che ti porti fuori dalla bolla per rientrarvi con ottimismo. Sistole e diastole di una quotidianità alterata e sorprendente, come uno stantuffo dell'anima, del pensiero e del corpo. Ho cominciato a scrivere un diario senza mancare un giorno, raccontando quel che mi passava per la testa. Esistono un autismo povero e uno ricco. Da povero che ero sono diventato ricco di fantasie e di pensieri. Scrivevo e il giorno stesso leggevo ad alta voce quel che avevo sfornato al mio amico Gianfranco Angelucci, regista, scrittore e co-sceneggiatore di uno degli ultimi film di Fellini: l'Intervista. Uno junghiano dal palato fine, un grande lettore che ho messo nella posizione di analista. Per un lacaniano lavorare su un sogno con uno junghiano che non era mai soddisfatto e si incaponiva se baipassavo qualche contenuto scabroso era un'esperienza nuova e stimolante. Ma non mi limitavo a questo. Inviavo ogni giorno spudoratamente il pane fresco ai miei amici su Messenger per vedere se funzionava, Funzionava eccome! Dopo un po' sono diventati tutti dipendenti. Aspettavano la colazione del mattino e mi inviavano un ok con il pollice alzato. Avevo l'impressione di mostrare alla maggior parte di loro come si lavora in analisi quando ci si allunga su un divano. Poi dettavo la seduta a Silva Ganzitti, una scrittrice che ha curato come editing diversi miei libri. Ogni volta le dicevo: non ho idea di quel che dirò domani. Ho la testa vuota. Lei si metteva a ridere. Sapeva che ormai la macchina era partita e nessuno ormai mi fermava. In fondo erano lettere d'amore che non parlavano d'amore, ma era come se lo fossero. Davo amore e ricevevo amore. Ci sentivamo tutti meno soli e cos'è l'amore se non un far sentire l'altro meno solo?

Avevi già in mente di pubblicare quel diario?
Si. Ho capito subito che ne valeva la pena. La mente ogni mattina si apriva come se avessi preso un acido. Mi era capitato negli anni ottanta di inghiottire un coriandolino di carta offertomi da un mio amico francese di passaggio a Roma. Dopo un primo momento di malessere la mente si era aperta come se fosse stata fino a quel momento prigioniera e reclusa in un recinto privo di interesse. Non l'ho più rifatto per paura, ma mi è rimasta la sensazione che noi sfruttiamo il dieci per cento del nostro potenziale mentale. Durante il lock-down il coefficiente di sfruttamento cerebrale si è alzato un bel po'. Non ha raggiunto le vette dell'acido lisergico, ma dalla pianura mi ero spostato in collina, benché non avessi ancora a mia disposizione un sidecar spaziale. La mia non era una scrittura automatica, ma il foglio si riempiva di parole come se fossi sotto dettatura. Una libertà mai conosciuta prima, Alla fine del lock-down avevo nelle mani il manoscritto del Flagello e la cura, un diario che poi ho suddiviso in due parti: La critica della ragione infelice e La critica della ragione felice. Il  mio editore Marco Solfanelli l'ha pubblicato e sistemato tra la narrativa di Tabula Fati.

Tutto questo non ha niente a che vedere con un sidecar e con Pessoa? O sbaglio?
Verso la fine della critica della ragione felice, si era ormai all'inizio dell'estate, è apparso a Santarcangelo questo grande poeta portoghese. Alloggiava all'Hotel della Porta e chiedeva di me al portiere dell'albergo. Era rimasto bloccato dal covid in Italia dove era venuto per una conferenza a Milano. Gli aveva dato le mie coordinate Braulio, uno psichiatra di Setúbal che avevo conosciuto a Barcellona. Il caldo e la protezione della vaccinazione facilitavano una benefica corrispondenza tra questa misteriosa parola, felicità, e questo misterioso personaggio, di cui sapevo poco, solo qualche poesia che avevo letto nel Libro dell'Inquietudine. Mentre lo sfogliavo non capivo perché l'autore si firmasse con degli eteronimi e non con il suo nome. Avevo comprato da poco un sidecar per cui non mi è parso vero di assecondare la telefonata del portiere e di presentarmi in via Andrea Costa con il mio bolide spaziale. Tra l'inquietudine di quell'uomo e una ritrovata voglia di vivere, con il virus in fase calante, poteva innescarsi un dialogo.

Che genere di scambio? Cosa avevate in comune, a parte la motocicletta?
Non so se qualcosa ci accomunava, a parte l'insidia del virus. Certamente non somigliavo all'ortonimo. Non mancavano tuttavia gli eteronimi per trovare dei punti di contatto.

Quali, per esempio?
I più noti, quelli venuti allo scoperto per primi, sono tre: Alberto Caeiro, Alvaro de Campos e Ricardo Reis, lasciando da parte Bernardo Soares che non si capisce bene chi sia. Sono tutti dei disadattati. Alberto Caeiro vive in campagna ospite di una prozia. Soffre di tubercolosi come il padre di Pessoa. Era nato cittadino ma divenne campagnolo perché trascorrerà tutta la vita lontano dalla città. Il contrario di me. Io sono nato campagnolo e sono diventato cittadino. Insieme formiamo un chiasma, per cui ci possiamo capire a causa di trascorsi che si incrociano. Quando con il mio sidecar porto in giro Fernando nei dintorni di Santarcangelo fino a sconfinare nelle Marche, mi percepisco come Alberto Caeiro, uno che ha scritto un poemetto intitolato Pastor Amoroso. Quest'uomo schivo e solitario, che ha condotto una vita lontano da ogni clamore, da qualche parte mi somiglia. C'è una parte di me gentile, aliena a ogni disputa, desiderosa di anonimato, benché contraddittoria. Scrive Caeiro: “Se quando sarò morto vorrete scrivere la mia biografia /non c'è niente di più semplice /ci sono solo due date/quella della mia nascita e quella della mia morte / fra l'una e l'altra tutti i giorni sono miei /. Quando me ne vado solitario al mare in moto e penso a quel che succede nel mondo, sembra anche a me che tutti i giorni siano i miei” e che li debba tenere solo per me come un tesoro di cui so solo io, un segreto profondo, come se non ci fosse nient'altro da custodire. Quando vivevo a Roma e ritornavo a Santarcangelo, il primo pensiero era salire sulla moto e andare a Igea Marina. Lungo il percorso mi dicevo che non mi ero mai allontanato da lì, una sensazione di invidiabile pienezza motoria. Alberto Caeiro è fragile e cagionevole, un po' come me quando sono giù di corda. Ma a contatto con Fernando si esalta, guida la moto con perizia e si ritrova traboccante di salute e di vitalità, una qualità che non manca in Romagna, così dirompente da contagiare questo poeta portoghese portogallocentrico non facilmente condizionabile. Di scorribanda in scorribanda comincia ad apprezzare le tagliatelle al ragù e le ciambelle dorate cotte al forno.

E gli altri due?
Quando Fernando si è materializzato davanti all'Hotel della Porta, io ero tirato per la giacca e da un bel po', da Alvaro de Campos, nato a Tavira in Algarve, il 5 ottobre 1890, laureato a Glasgow in ingegneria navale. La prima educazione l'ha ricevuta da uno zio sacerdote che gli ha insegnato il latino, un po' come è successo a mio padre durante il primo anno di ginnasio. Qualche volta mi parlava di Don Cherubini, un parroco da cui riceveva lezioni private di latino. Mio padre non   superò per amore dell'ozio l'avventura liceale riservando a me il compito di terminare gli studi. Lui è rimasto, essendo proprietario terriero, Pastor amoroso, mentre io, dopo aver fantasmato di diventare ingegnere navale sono diventato sempre più simile a Alvaro de Campos. Per ragioni oscure, la mia squadra del cuore, dopo l'Inter è il Glasgow Rangers e parlo sul serio quando dico che mi sarebbe piaciuto progettare navi anziché medicina. Alberto Caeiro è una costola di mio padre riservata a me, l'eredità migliore, quella più vicina a una certa spensieratezza e a un gusto per la vita resistente al logorio. Alvaro de Campos, che gli subentra, ha scritto L'Ode Triunfal, solenne e vitalistica celebrazione del brulichio del reale. Con me si va a nozze quando si tratta di commerciare con il reale. Il suo ron ron ha sempre goduto di un posto privilegiato. Io tendo facilmente ad abdicare dal reale per gustarne l'essenza. Somiglio o mi vanto di somigliare a certi personaggi cui viene affidato il compito di amalgamare alcuni profumi senza esagerare con il bergamotto come fanno quasi tutti i lacaniani. Si riempiono la bocca di questa parola, reale, sforzandosi di assemblare alcuni registri la cui articolazione dovrebbe essere naturale e non cervellotica. Niente è più naturale del reale e niente è più lontano dalla maggior parte di loro quando ne parlano. Il fatto che lo si associ a uno scoglio, a qualcosa che si mette di traverso e che si configura come impossibile, non significa che   se ne percepisca l'odore. Bisogna saper andare a zonzo per questo. Alberto Caeiro, più naif, è più attrezzato di Alvaro de Campos, benché non ne abbia coscienza. Sarebbe capace di cacciare i verzellini e i lucherini di passo con il vischio senza farsi troppe domande. Aspetta che arrivino, ingannati dai richiami, posando le loro zampine sul ramo di un albero imbrattato di una colla che non permette loro di continuare a volare. Non si fa troppe domande, aspetta e si gode il canto sia quando è assente, sia quando si fa vivo nell'aria. Quando ho scritto Buio a Stromboli, il mio primo insuperato racconto, non sapevo che sarebbe piaciuto a Alvaro de Campos. Lui si fa un sacco di domande e si dispera. In quel racconto erano in gioco molte cose, a parte i boati periodici del vulcano. Era più assordante un brulichio di vespe che nidificavano a due passi dalla casa che il Comune di Lipari mi aveva affidato in quanto medico condotto di Ginostra negli anni settanta. Alvaro de Campos è borghese e anti-borghese, impeccabile e a suo modo lontano da tutto questo. Mi   riconosco anche in lui, soprattutto quando lancia degli ultimatum ai letterati, quelli che hanno in mano le sorti dell'editoria. Ha una vena terrorista come me. Con Il Flagello e la cura ho avuto l'ardire di partecipare l'anno scorso al Campiello sapendo che lanciavo una molotov su un Tank. Gli eroici furori futuristi Alvaro de Campos li sublima nell'ironia e nel cinismo. La sua disperazione, come nel mio caso, da esistenziale diventa ontologica, ragion per cui quando mi ritrovo in Alberto Caeiro è per me un sollievo.

E Ricardo Reis?
Ricardo Reis muore nel 1936 come Fernando, non a Lisbona, come lui, ma in Brasile, dove si era rifugiato in autoesilio. Nasce nel 1887 ad Oporto dove è educato dai gesuiti. Diventa medico senza sapere perché, per cui non esercita la   professione. Io la esercito, ma a volte mi chiedo se anche nel mio caso esista una vera vocazione a fare il medico. Considero la medicina un sottoprodotto della psichiatria e la psichiatria una via maestra che ti porta dappertutto, anche in esilio, come mi è successo quando sono partito per la Francia dove ho incontrato la psicoanalisi, non una signora qualsiasi, ma un affastellarsi di incontri portatori di un altro linguaggio, quello che cercavo senza sapere se esisteva o meno. Per fortuna ciò che ho sperimentato le somigliava. Mi è parso tutto verosomigliante, più che vero, ma ha funzionato. Non avrei mai scritto Freud e Lacan a Roma se non avessi scelto, almeno per un po' di tempo, l'autoesilio come Ricardo Reis. Purtroppo o per fortuna il richiamo di Alberto Caeiro, complicato dagli struggimenti di Alvaro de Campos ha prevalso e sono ritornato in Italia. Ricardo Reis è un materialista e un sensista, con le satire di Orazio come livre de chevet. Io sono del segno del Toro come potrebbe essere lui, benché non ne sia sicuro. Apprezzo i valori della terra e mi oppongo, come Ricardo Reis, a un certo classicismo astratto. Tra Alvaro de Campos e Ricardo Reis non corre buon sangue, soprattutto quando quest'ultimo distingue tra un'arte di cogno e un'arte primitiva troppo istintiva e persino patologica. A Bologna, durante la Fiera dell'arte mandai a quel paese Bonito Oliva e Oliviero Toscani che trattavano con sufficienza certe espressioni artistiche minori. Da bravo terrorista dissi che il "sito" da cui sgorga il fare creativo è il medesimo, sia quando si ha a che fare con Canova, sia quando si ha a che fare con le opere di alcuni ricoverati in manicomio. Il sito, naturalmente, non il risultato, a meno che l'artista non si chiami Van Gogh. Ogni tanto bisogna mettere le cose a posto senza aver paura di niente.

Queste sono le premesse, ma non hai ancora speso una parola per il racconto.
Non potevo fare a meno di questa premessa. Non si capisce altrimenti perché io sia stato mosso dal desiderio di accogliere e di fare stare bene un uomo in terra straniera afflitto dalla possibilità di un contagio e da una personalità come la sua che risente in modo inverosimile del "tedium vitae". Lui sta al gioco, per cui è un vero piacere fargli conoscere alcuni amici a me cari e il territorio dove sono ritornato e cresciuto. Questi incontri sono un'occasione "pour faire un sort" alla mia amicizia con loro mettendoli nella condizione di confrontarsi con un personaggio così affascinante e scomodo come Pessoa. Luca Cesari, Gianfranco Angelucci, Oscar Piattella, che io chiamo i Magnifici Tre, diventano a loro volta i miei eteronimi. C’è un po' dime in ciascuno di loro. Con Fernando siamo almeno in dieci, ma ce ne sono altri che orbitano attorno al Sidecar. Quando Fernando si ammala, colpito dal covid, e bisogna condurre una ricerca per risolvere alcuni quesiti su cui sorvolo, mi rivolgo a loro per capire cosa sta succedendo. La faccenda verso la fine si complica.

In che senso?
Il viaggio assume sempre più le sembianze di un'iniziazione, fino a quando io abbandono l'eteronimia per ritornare me stesso, ma rinnovato. Il mio nome cambia. Sto diventando Hugo Queiroz con l'acca davanti alla U di Ugo, un nome che non mi è mai piaciuto. Era il nome di mio nonno morto durante la prima guerra mondiale colpito da una granata lanciata da un austriaco. Io non ho fatto altro che lanciare granate suicide in vita mia senza saperlo. Ci voleva il covid per capirlo. Quando si dà un nome a un figlio bisogna pensarci non una, ma tre volte.

Una metamorfosi, quindi.
Non so se è il termine giusto. Fa pensare a delle mutazioni caleidoscopiche più superficiali. Sidecar ha segnato per me un cambiamento tanto tardivo quanto radicale. Lacan diceva che un'analisi ha un senso solo se, avendola attraversata, si modifica il rapporto che uno ha con il reale. Ancora quella parola, non se ne può fare a meno se non si vuole scivolare verso uno psicologismo riduttivo. A me sembra di poter dire che ho cambiato pelle con la presunzione di farla cambiare anche ai miei amici senza che me l'abbiano chiesto. Quando, tra qualche tempo, andrò a Napoli, assecondato da Renato Bellinello, psicoanalista, e Bruno Roberti, docente di cinema, amico di Gianfranco Angelucci, il viaggio continuerà e si estenderà   ad alcuni allievi della scuola di formazione dove mi è stato chiesto di fare il punto su alcune problematiche legate alla psichiatria e alla psicoanalisi. Non ho detto cosa ho insegnato in quella scuola perché non avevo la sensazione di insegnare alcunché. La scuola ha il nome di un semidio: Esculapio. Era troppo. Solo con Sidecar mi pare che io possa mettere una in davanti alla parola "segno". "Quand on aime on fait signe", diceva Lacan. L'insegnamento è inscindibile dall'amore, altrimenti è mestiere. Solo oggi posso dire che a conti fatti la mia analisi con Lacan "fait signe". Sono sempre stato pudico sotto questo profilo, quasi spaventato. Ho l'ardimento di dire che forse solo oggi ho qualcosa da dire, anche se manca sempre qualcosa, come diceva il portoghese precedendo il francese. Dopo questo viaggio mi è capitato di pensare che la mia analisi sia tra le più riuscite che si siano mai viste. C'è voluto del tempo, ma dai oggi dai domani qualche volta succede che si faccia la castrazione per davvero. Sidecar marca un passaggio, trascrive, come avviene con un atto legale, qualcosa che ha preso l'avvio nel 1970, quando, seduto su uno sgabello, mi sono trovato di fronte il diavolo, come disse di lui Leopold Szondi quando gli fu mostrata una sua foto. Lacan aveva le sembianze di una S barrata, la migliore definizione che si possa dare a un'Entità con cui venire prima o poi a patti, come il Faust di Goethe. Avevo davanti a me una concrezione fossile che conteneva tutte le ere geologiche e culturali, tutte le figure che si materializzeranno nel tempo, tutti gli eteronimi con le loro debolezze e i loro capricci. Da quella roccia ha cominciato a sgorgare una materia gassosa che si è fatta parola. La natura scrive, per cui non ho fatto altro che riprendere una scrittura semicongelata nel tempo. So benissimo che manca sempre qualcosa, un bicchiere, una brezza, una frase, e che la vita duole quanto più la si gode e quanto più la si inventa. Mi sono mancate e mi mancano un sacco di cose, ma non la brezza, quella no, nonostante il casco. Io e Fernando non avevamo i capelli al vento, ma era come se li avessimo, io sopra e lui sotto, di tornante in tornante.


   Doriano Fasoli

 

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