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Meditazione come osservazione della mente

Discorsi di Dharma

di Geshe Gedun Tharchin

Indice articoli

 

Insegnamenti del Venerabile Lama Geshe Gedun Tharchin, Lharampa. Incontri, lezioni e scritti su Dharma, Meditazione e Buddhisimo.

 

 

Il senso della morte

- Maggio 2018

 


L'essenza dell'umanità

 

L'argomento che tratteremo, il senso della morte, non sarà facile, e per poterlo comprendere dobbiamo innanzitutto partire dalla considerazione che tutti gli esseri umani sono uguali nella loro esistenza che evolve sulla base di quattro condizioni fondamentali: nascita - crescita e vecchiaia - malattia -morte, che tutti condividono in egual misura senza distinzioni di ceto, di genere, di razza.
L’essenza dell'umanità intera, ogni evento, si esprime nell’ambito di queste quattro fasi a cui nessuno può sfuggire.
Secondo l’opinione corrente sembra facile e banale sapere cosa siano nascita, vecchiaia, malattia e morte, si manifestano palesemente ad un livello superficiale, però oggi abbiamo la possibilità di analizzare più in profondità il significato di ognuna di queste fondamentali tappe grazie ai tanti strumenti a disposizione, scientifici, filosofici, spirituali, culturali.
La riflessione sulla comune condizione umana è la prima forma di meditazione; è necessario rimanere ancorati a questa realtà, ad iniziare dell’evento fondamentale della nascita, un momento traumatico, forte, di cui non ricordiamo nulla e diamo per scontato, mentre invece preferiamo sprecare tempo ed energie nella inutile ricerca di ipotetiche esistenze passate, ottenendo l’unico risultato di incrementare la confusione mentale.
L’esperienza della nascita, così importante e immediatamente dimenticata, è unanimemente condivisa da tutti gli esseri in totale equanimità, e solo artificiose costruzioni di cartapesta sul piano sociale, economico, culturale, religioso, creano fratture dolorose e ingiuste in una proiezione fasulla della realtà.
Se non comprendiamo la nostra essenza nell’unità, vicinanza, identità, rinunciamo alla dignità umana, ci perdiamo in un isolamento drammatico assolutamente sterile, doloroso, confuso e, storditi dalla paura, ci barrichiamo dietro la porta blindata di una falsa sicurezza negando a noi stessi la naturale conoscenza della nostra autentica umanità aperta e gioiosa nella fraternità, nell’amore universale in cui è possibile percepire la Divinità del tutto, esserne compartecipi in una infinità gioia, apertura mentale, flessibilità, nella serenità della vera sicurezza.
Stiamo vivendo in un’epoca molto difficile, l’ipertecnologia ci condiziona pesantemente, ed è importante non abbassare la guardia, ma vigilare con estrema intelligenza sull’incommensurabile valore della propria umanità.
La vita è sofferenza, questo è stato il primo insegnamento del Buddha, il dolore è conseguente alle quattro inevitabili fasi dell’esistenza - nascita, malattia, vecchiaia, morte - e con la consapevolezza di tale indiscriminata condivisione è possibile sviluppare quel principio fondamentale, tradotto nelle lingue occidentali con la parola “rinuncia”, termine che però non corrisponde esattamente all’interpretazione più completa, la rinuncia implica anche semplicità, umanità nuda.
Gli esseri umani oggi sono complicatissimi, così come ogni elemento della vita, questo è il problema, gli uomini primitivi invece erano semplicissimi a qualsiasi livello, fisicamente, mentalmente, esistenziale, alimentare.
L’unica possibilità per uscire dalla complessa condizione dell’esistenza moderna è imparare a semplificarsi, a lasciar andare, a liberarsi tramite la rinuncia.
Noi siamo abilissimi nel complicarci l’esistenza, nel renderla difficilissima, mentre sarebbe naturale e facile semplificarla, perché questo è l’unico mezzo che ci permette di viverla pienamente godendone ogni aspetto.
Nel linguaggio occidentale l’affermazione del Buddha: “La vita ha natura di sofferenza” sembra bruttissima, mentre in realtà non lo è affatto, al contrario, include tre aspetti distinti ed essenziali che nel canone pali sono precisati distintamente: - dukkha, anicca, anattā - dukkha è la sofferenza, il dolore; anicca è l’impermanenza riferita ad ogni aspetto dell’esistenza, sia gioioso che penoso; anattā è l’assenza di un sé, essere privi di ego.
Nella vita siamo torturati da tre devastanti fraintendimenti: il primo è una falsa interpretazione che ci mostra la sofferenza mascherata da felicità; il secondo invece ci fa credere che ogni evento possa essere permanente, mentre nulla lo è; e infine, il terzo, è la concentrazione totale e primaria su un potentissimo EGO che, pur non avendo alcuna autonoma consistenza, è il nostro padrone assoluto a cui ci sottomettiamo come schiavi, è l’unico dio a cui ci prosterniamo incondizionatamente assecondando ogni suo desiderio, giorno e notte.
Questi tre inganni rappresentano concretamente una dolorosa tortura psicologica che, se incontrollata, è inesauribile, si riproduce e auto-incrementa all’infinito come metastasi.
Soltanto eliminando tutti questi strati di confusione e menzogna che ci portano sempre più lontano e ricercando in noi stessi la vera felicità siamo in grado di godere con autentica gioia della realtà nella sua natura semplice, impermanente, priva di ego.
Questo è il concetto buddhista di rinuncia che porta ad uno stato di serena, tranquilla, immutabile gioia nel processo della conoscenza profonda di sé stessi.
Conoscere sé stessi è conoscere Dio, Buddha, Cristo, se non si conosce se stessi è impossibile conoscere gli altri, questo è certo, e la meditazione è essenziale per trasformare il proprio cuore e raggiungere la coscienza della propria vita, è la chiave che apre la porta interiore.
Come diceva Krishnamurti, spirito davvero eccelso, “io sono il mondo, il mondo sono io” annullando così ogni dualismo, ogni separazione artificiosa tra “…IO e gli altri…” e affermando il principio della grande compassione, dell’amore universale, il principio dell’universo.
Noi cerchiamo inutilmente di difenderci da presunti ostacoli alla realizzazione della felicità e ci barrichiamo in fortezze inespugnabili con l’illusione di essere al riparo da ogni attacco, senza renderci conto che la sola sicurezza per la crescita umana è la sofferenza.
L’unico impegno di ogni essere umano consiste nella conquista della qualità della propria vita, trasformando il cuore, l’atteggiamento interiore, solo così il sapore dell’esistenza sarà diverso, carico di gioia, tutto intorno sarà cambiato, migliore, perché il tutto è corrispondente all’attitudine di ognuno.
Dukkha, anicca anattā sono i principi dell’esistenza, li troviamo in ogni religione, Gesù Cristo ne è la dimostrazione, solo in essi acquistano intenso significato la sua vita, morte e resurrezione.
L’umanità intera, indipendentemente dalle radici, dalla cultura, dalla religione, dalle diverse circostanze, condivide in assoluta equanimità la stessa natura in nascita - malattia - vecchiaia - morte. Le innumerevoli discussioni filosofiche, le divisioni religiose, le discordie di ogni genere sono soltanto problemi, ostacoli, fraintendimenti che allontanano dalla propria effettiva realizzazione umana.
Dharma, Spirito Santo, e altri termini ancora, esprimono l’essenza del valore universale nello spazio infinito, il profondo, il solo prezioso tesoro di ogni essere umano. Questo è lo scopo della vita e meditare significa proprio riflettere e introiettare la verità che le quattro fasi dell’esistenza: nascita, malattia, vecchiaia e morte pongono in essere nella natura di dukkha, anicca, anattā. Da qui sorge automaticamente la naturalezza della rinuncia, la vita è semplice.
Un altro aspetto da considerare è rappresentato dalle illimitate qualità intrinseche a ognuna di queste quattro fasi di esistenza.
Noi non verremmo mai ammalarci, abbiamo paura di invecchiare e siamo così terrorizzati dalla morte che non se ne può nemmeno parlare. L’unica realtà che accettiamo volentieri è la nascita e ne festeggiamo la ricorrenza ogni anno, ma è una contraddizione assoluta, perché tutte quattro sono tra loro inscindibilmente correlate e interdipendenti.
La paura germoglia dall’ignoranza e ci impedisce di vivere, e allora mi chiedo: - a che serve non vivere oggi perché preoccupati di cosa potrebbe accadere domani? -
L’assenza di una meditazione analitica, di una precisa diagnosi, ci blocca come statue inerti nello stato di non conoscenza che si traduce in un continuo giro intorno a fantasmi.
Vivere pienamente il momento presente, qui e ora, è fondamentale, tutto il resto è davvero insensato, se non sappiamo vivere pienamente l’oggi siamo già morti. Dobbiamo riflettere ininterrottamente su questo punto.

 

   Geshe Gedun Tharchin

 

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