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Meditazione come osservazione della mente

Discorsi di Dharma

di Geshe Gedun Tharchin

Indice articoli

 

Insegnamenti del Venerabile Lama Geshe Gedun Tharchin, Lharampa. Incontri, lezioni e scritti su Dharma, Meditazione e Buddhisimo.

 

 

Sviluppare un Cuore Nuovo

- Dicembre 2017

 

Un saluto a tutti, vi invito a sentirvi felici, sereni, rilassati, il motivo per cui siamo qui è “la felicità”. Ogni essere corre da mattina a sera per cercare la felicità, una condizione condivisa ovunque, espressa in ogni lingua con lo stesso significato, in inglese si dice happiness, in tedesco glück, in tibetano Dye kyid, o, Dhe wa.
Uno tra i maggiori studiosi tibetani, Gedun Choephel, (1903-1951), famoso poeta, avendo realizzato l’essenza dell’esistenza nella quotidianità, scrisse un verso molto significativo: «le formiche (che nella credenza tibetana sono cieche) non vedono, ma corrono verso la felicità, i vermi pur senza gambe corrono verso la felicità, tutto il mondo corre verso la felicità, come se tutti dovessero vincere una maratona».
Anche noi siamo qui per cercare la felicità, ma il cammino non può essere una corsa insensata, questa è la differenza sostanziale determinata dalla consapevolezza. Siamo consapevoli di camminare verso la felicità, ma non irresponsabilmente, conosciamo i giusti mezzi per realizzare questo percorso.
Se invece non abbiamo consapevolezza corriamo insensatamente per ricercare una ipotetica felicità di cui non conosciamo assolutamente nulla, senza comprendere né l’essenza della stessa, né dove stiamo andando e l’unico risultato è un’immensa stanchezza e la frustrazione del nonsenso di ciò che stiamo facendo.
Rimaniamo in questo modo completamente immersi nell’infelicità, ma non per colpa di qualcosa o di qualcuno, semplicemente a causa della nostra mancanza di consapevolezza.
Il percorso dharmico non è mai una gara, una competizione, un traguardo da raggiungere nel minor tempo possibile, è un lento e costante viaggio nel valore spirituale interiore, sempre più profondo e presente a sé stesso, qui e ora.
Tutto ciò che costituisce il bagaglio naturale, culturale, geografico, antropologico degli esseri umani, è parte di questo cammino fondato sulla cosciente conoscenza di sé e di quanto ci circonda, è nutrimento per il nostro autentico sé.
Dobbiamo curare, alimentare il nostro sé, ma non gratificare il nostro ego che, se potenziato senza alcun freno, produrrà soltanto ulteriore aumento di vani desideri, di angoscia e di insoddisfazione costante.
Dunque la nostra ricerca della felicità è qui e ora, nella consapevole presenza mentale, non è una corsa, ma la lenta discesa in noi stessi, nel nostro cuore, in questo stesso momento, non la si può rimandare a poi, a domani. Dobbiamo valorizzare consapevolmente qui e ora tutto ciò che sostenta il nostro cuore, la nostra anima.
L’indispensabile strumento per addentrarsi in qualsiasi ambito, filosofico, buddhista, di meditazione o altro è la consapevolezza, condizione imprescindibile per poter realizzare realmente il nostro fondamentale desiderio di felicità.
Lo spirito della felicità consiste nel vivere con piena soddisfazione il momento presente, qui e ora, sperimentare, sentire vivo ogni istante, in questo modo ogni secondo diviene un vero laboratorio di Dharma in cui realizzare il significato profondo dell’esistenza.
La felicità che cerchiamo non è artificiosa superficiale apparenza, bensì è la gioia profonda, autentica, stabile della felicità originaria che non necessita di essere coltivata in quanto esiste già nella profondità del nostro cuore, è parte integrante della mente e dell’anima.
La felicità non è un prodotto esteriore, la natura del nostro cuore è felicità, noi dobbiamo semplicemente riconoscerla e possiamo farlo con la meditazione, accogliendola pienamente con consapevolezza, punto focale nella pratica quotidiana.
La felicità non si cerca, esiste già in noi; nella corrente buddhista Dzogchen in particolare si afferma che nella nostra natura ultima siamo già completamente illuminati, il che non significa possedere tutte le realizzazioni del Buddha, bensì che la felicità primordiale, la qualità della mente illuminata, è parte intrinseca della nostra mente-cuore, della nostra anima, dobbiamo solo farla emergere, riconoscerla.
Quando la consapevolezza ci mostra questa realtà, tutte le sensazioni di tristezza, di apatia, di oscuramento mentale, scompaiono naturalmente, la luce annulla istantaneamente qualsiasi tenebra.
Viceversa, senza consapevolezza, noi di fronte al buio che facciamo? Ci affanniamo con enorme, inutile fatica nel volerlo cancellare, aspirar via, ma questo è impossibile, potremo anche accendere una torcia o una lampada, ma nella notte l’oscurità sarà sempre intorno a noi, ineliminabile. Combattere la tenebra, il nemico esteriore, è solo una assurda perdita di tempo, di energie e di vita e anzi ci addentriamo sempre più nell’oscurità e nella totale confusione.
Nella conoscenza filosofica della meditazione consapevole invece sappiamo che il buio non deve essere cacciato in quanto la luce è già lì, la vediamo ben chiara senza aver alcun bisogno di cercare l’interruttore per accenderla artificialmente.
Dobbiamo semplicemente far emergere la luce che c’è in noi con la meditazione, se non siamo consapevoli di questa realtà e rimaniamo nella conoscenza errata, sbagliando inevitabilmente strada, ci addentreremo sempre più nell’oscurità esteriore, in una crescente confusione.
La sapienza, la saggezza della giusta visione, è mossa dalla filosofia. Un antico filosofo, non ricordo se latino o greco e di cui mi sfugge il nome, affermava che: “per sviluppare la saggezza è necessario filosofare”. La meditazione è filosofia e nella meditazione emerge la luce che annulla ogni oscuramento.
La saggezza è parte innata della mente umana e soltanto la confusione offusca e nasconde questa realtà.
Il rilassamento, la pace, la serenità e la tranquillità mentale sono caratteristiche della felicità, che non deve essere limitatamente intesa come risultato della saggezza, in quanto la saggezza e la meditazione sono in sé felicità; la felicità è sviluppare un cuore nuovo.
Tutte queste qualità sono innate nella mente umana, ugualmente presenti in ogni essere, dunque sviluppare un cuore nuovo significa richiamare la consapevolezza in grado di far emergere la saggezza innata.
A volte per ottenere questo scopo è necessario utilizzare qualche strumento, applicare un metodo, seguire un’istruzione, questo è il motivo per cui esistono più correnti, scuole, approcci diversificati alla spiritualità espressi nelle varie religioni, filosofie, metodi psicologici, modalità di meditazione, culture e tutte sono il risultato della creatività umana, ma la motivazione reale è una sola, uguale per tutti: - tirar fuori la luce della saggezza originale, cosicché le ombre, le tenebre, scompaiano automaticamente. -
È inutile dichiarare guerra al buio della notte, combatterlo insensatamente, in questo modo non potrà mai essere eliminato, soltanto la luce del giorno non è buio, dunque facciamo emergere questa luce naturale che già esiste, senza affrontare inutili battaglie dualistiche che sfiniscono senza portare alcun risultato, anzi ricacciano nella confusione di una oscurità ancora più densa.
La pratica del Dharma, la meditazione, la spiritualità non si attuano con scontri tra opposti, bensì percorrono il sentiero lineare che conduce a un auto-accrescimento, non esistono ostacoli esterni da abbattere, è necessario semplicemente rivolgere attenzione a sé stessi nel silenzio e nella concentrazione meditativa che inizia nella pace, continua nella pace e giunge alla pace, senza conflitti e questa stessa meditazione è felicità.
Quando meditiamo sperimentiamo concretamente nel corpo, nella mente, nello spirito la felicità che è la medicina in grado di eliminare la confusione, l’ottenebramento indotto dai problemi e dalle inevitabili, ma non negative in sé, difficoltà quotidiane.

 

   Geshe Gedun Tharchin

 

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