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Meditazione come osservazione della mente

Discorsi di Dharma

di Geshe Gedun Tharchin

Indice articoli

 

Insegnamenti del Venerabile Lama Geshe Gedun Tharchin, Lharampa. Incontri, lezioni e scritti su Dharma, Meditazione e Buddhisimo.

 

Tecniche di meditazione:
6) La Concentrazione su un oggetto

- Agosto 2019

 

Dopo aver portato la mente in uno stato neutro possiamo entrare nella fase della meditazione propriamente detta. Solo a questo punto possiamo cominciare a focalizzare la nostra attenzione su un oggetto: in sanscrito questa pratica viene detta Samatha. Bisogna distinguere tra Samadhi e Samatha. Samadhi è la concentrazione. Samatha spesso è tradotta con meditazione ma quando si comincia a meditare si tende alla Samatha, essa non è presente sin dall’inizio. Samatha non è necessariamente una pratica esclusivamente buddhista, ognuno ha la capacità di raggiungere Samatha. Samatha può essere tradotta come: lo stato mentale in cui si tiene la concentrazione ferma su un oggetto senza fare alcuno sforzo; è uno stato mentale che genera anche una sensazione piacevole, un piacere sia a livello mentale che fisico. Ancora non è il nostro caso però! Per ora ciò che intendiamo per concentrazione è il semplice Samadhi.
In noi è già presente un certo grado di concentrazione: si tratta semplicemente di ampliarlo. E per riuscirci una delle tecniche che si raccomandano è quella di fissare un oggetto e contemplarlo con chiarezza sempre maggiore. Focalizzare questo oggetto e stabilizzarlo nella mente è un punto molto importante nella meditazione. Ci sono molte cose da dire sugli oggetti di meditazione. In breve: un oggetto di meditazione può essere esterno, qualsiasi cosa fuori di noi, un oggetto che visualizziamo a livello mentale o anche una visualizzazione interna, cioè la visualizzazione della stessa mente o delle sue specifiche qualità. Per giungere a questo risultato si può, in quanto praticanti buddhisti, visualizzare all’inizio l’immagine stessa del Buddha. Concentrandosi sull’immagine del Buddha si influenzano in maniera positiva le nostre capacità, le nostre qualità.
Nella nostra tradizione, quando si parla della concentrazione su un oggetto esterno che non sia un’immagine del Buddha, si ritiene che sia una applicazione poco utile, una perdita di tempo, perché reputata inefficace. Quindi è bene concentrarsi su un oggetto che lasci una impronta positiva nella nostra mente. Riguardo alla visualizzazione dell’immagine del Buddha è bene avere un modello, che può essere una statua reale o una foto di una statua del Buddha, e quindi cercare di visualizzarla con la mente quanto più precisa possibile. All’inizio non è necessario che l’immagine visualizzata sia estremamente nitida, dettagliata: sarebbe molto difficile. Inizialmente è bene concentrarsi anche solo su un’ombra, su una sfera che richiami per esempio il colore del nostro modello: se è l’immagine di un Buddha gialla si può focalizzare un’ombra gialla. Quando l’ombra gialla è diventata stabile possiamo fare in modo che diventi anche più nitida. Bisogna farlo piano piano, al rallentatore, non bisogna cercare di focalizzare subito i dettagli ma entrarci piano piano, come se fosse un film, una carrellata cinematografica. All’inizio bisogna incrementare questi due aspetti: stabilità e chiarezza. Essi vanno posti subito in primo piano, fin dall’inizio. La stabilità consiste nel rendere permanente la visualizzazione di un oggetto, non importa quanto nitida, quanto chiara: può anche essere, come già detto, una sfera colorata, l’importante è mantenere la concentrazione fissa su quell’oggetto; questa è la stabilità.
Alimentare la chiarezza della visualizzazione significa essere in grado di visualizzare l’immagine in maniera progressivamente più nitida. Stabilità e chiarezza sono qualità che vanno incrementate fin dall’inizio e, se vediamo che non riusciamo a mantenere con chiarezza e con stabilità l’immagine dell’oggetto di meditazione, è bene fermarsi un attimo, aprire gli occhi e guardare il modello originale e, infine, ritornare alla concentrazione. Questo aiuterà a trovare chiarezza e stabilità.
Uno degli ostacoli alla meditazione è ciò che viene definito “mente oscurata”, cioè quell’ottundimento che a volte ci avvolge la mente come una cappa scura e ci impedisce di visualizzare l’oggetto della meditazione. L’altro ostacolo alla meditazione è l’eccitazione, o agitazione mentale. Sono, questi, i due estremi: uno è la mente oscurata, l’altro è la mente che vaga troppo. Ci sono due antidoti a questi due impedimenti, a questi due ostacoli: uno è la consapevolezza, l’altro è la pienezza mentale.
La consapevolezza passa il ricordo, il richiamo costante dell’oggetto originale della nostra meditazione. La pienezza mentale è, in un certo senso, il guardiano che osserva la nostra mente, la nostra concentrazione: è quel guardiano che ci dice se siamo focalizzati sull’oggetto o meno. La pienezza mentale, la vigilanza, la mente che sta all’erta è come un uncino che riprende la nostra mente quando essa vaga; la consapevolezza la riporta al suo posto. La nostra mente è come un elefante selvatico, l’attenzione è come l’uncino che riporta l’elefante selvatico all’obbedienza; la consapevolezza è come la corda che lega l’elefante selvatico al pilastro che, nel nostro caso, rappresenta l’oggetto della meditazione. L’oggetto della meditazione è rappresentato dal pilastro, l’elefante selvatico rappresenta la nostra mente, la corda che tiene legato l’elefante selvatico al pilastro è la consapevolezza e l’uncino che riporta l’elefante verso il pilastro è l’attenzione. Questo è un discorso molto breve sull’approccio alla meditazione che, nonostante la brevità, può essere molto utile.
Altre due qualità necessarie alla meditazione sono la fiducia nei risultati e lo sforzo gioioso, che è, esso stesso, un risultato della fiducia riposta sull’efficacia della concentrazione. Queste due qualità sono un rimedio, l’antidoto alla pigrizia che è uno dei principali ostacoli della meditazione. Ci sono quattro modi per eliminare la pigrizia:

  • essere convinti dei benefici derivanti dalla meditazione; 

  • l’aspirazione alla meditazione, generata dalla convinzione; 

  • lo sforzo profuso nella meditazione: uno sforzo gioioso; 

  • un risultato qual è il benessere psico-fisico. 

La pigrizia è qualcosa di molto semplice da comprendere ma è uno degli ostacoli più tenaci da affrontare durante tutto il processo della meditazione; ci sono infatti livelli grossolani di pigrizia ma anche livelli più sottili. È una battaglia molto difficile. Anche la meditazione sulla concentrazione su un singolo punto è una lotta contro la pigrizia. Se non ci fosse la pigrizia noi procederemmo spediti verso l’Illuminazione. Questa è l’essenza di ciò che è scritto nei testi canonici. Essendo a conoscenza di ciò possiamo poi leggere, studiare, praticare la meditazione e tutto sarà più chiaro.
Fino ad ora abbiamo parlato di come fare per praticare la meditazione formale nella vita quotidiana, in qualsiasi periodo della nostra vita quotidiana, mattino, sera, durante le vacanze. Quando abbiamo tempo. Abbiamo discusso soprattutto della meditazione su un determinato punto e non abbiamo parlato molto della meditazione di tipo analitico. Nella meditazione analitica si scende in dettaglio, si riflette, sugli elementi fondamentali della pratica: la presa di rifugio, le Paramita, la Bodhicitta. In termini di Buddhismo Vajrayana la Vipassana è intesa come comprensione della reale natura dei fenomeni. Sono argomenti davvero specifici di cui si può parlare molto a lungo.

 

   Geshe Gedun Tharchin

 

5) La Meditazione sul respiro

 

Indice dei Discorsi di Dharma

 

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