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Wilfred Ruprecht Bion

 

Biografia

Wilfred Ruprecht Bion (Muttra, India 1897 - Oxford, UK 1979) giunse tardi alla psicoanalisi come professione. Dopo una breve parte dell'infanzia passata in India, paese di cui ebbe poi sempre nostalgia, approdò in Inghilterra all'età di otto anni per andare in collegio. Finita la scuola superiore, si arruolò come allievo ufficiale carrista e combatté nelle Fiandre durante l'ultimo anno della Grande Guerra e fu decorato al valore militare. Dopo la guerra, si laureò in storia all'Università di Oxford, insegnò per un breve periodo, poi intraprese studi di medicina all'Università di Londra. Conseguito l'esame di stato, iniziò ad interessarsi di psicoterapia e frequentò la Tavistock Clinic fin dal 1932. Intraprese un'analisi con John Rickman nel 1938, che fu interrotta dallo scoppio della seconda guerra mondiale e poi definitivamente abbandonata in seguito al fatto che Bion e Rickman, in quanto psichiatri militari, si trovarono a lavorare insieme all'ospedale militare di Northfield, luogo in cui Bion cominciò a sviluppare la teorizzazione sui gruppi, che avrebbe trovato una formulazione definitiva in "Esperienze sui gruppi". Anche se dopo gli anni cinquanta Bion non lavorò più con gruppi terapeutici, la sua percezione del singolo come fermamente radicato nel gruppo permea tutto il suo lavoro di psicoanalista. Intraprese un'analisi con Melanie Klein nel 1945 e divenne rapidamente una figura di spicco nella Società Psicoanalitica Britannica (Direttore della Clinica Psicoanalitica londinese dal 1956 al 1962 e Presidente della Società dal 1962 al 1965). Si trasferì a Los Angeles nel 1968 e tornò in Inghilterra pochi mesi prima di morire nel novembre del 1979.

(Dalla quarta di copertina di Cogitations, a cura di Francesca Bion, ed. it. Armando Editore, Roma, 1996.)

 

Il pensiero

Complesso e variamente articolato, il pensiero di Bion costituisce un fondamentale contributo alla comprensione della vita mentale cui la psicoanalisi è fin qui approdata, sia nella pratica analitica individuale che in quella di gruppo.
Bion riprende il metodo di Freud, ne amplia il campo di applicazione e ne approfondisce il livello di analisi: "Secondo Freud i gruppi si avvicinerebbero ai modelli di comportamento nevrotico, mentre - scrive in "Esperienze nei gruppi" - nella mia concezione, si dovrebbero avvicinare ai modelli di comportamento psicotico." E’ a questi funzionamenti mentali primitivi, presenti in ciascun soggetto umano, che Bion porge la sua attenzione anche nella pratica analitica individuale, in cui è spinto a calarsi in profondità e ad indagare l’origine stessa del pensiero e l’esperienza che precede l’insorgere dell'attività del "pensare".
A questo proposito è interessante la sua teoria che rovescia l’idea comune dei pensieri come "prodotti" del pensare: i Pensieri, quelli riguardanti la "verità", la "cosa in sè", l’assoluto - che indica col segno "O" - preesistono al pensatore e sono da lui indipendenti. Che si abbiano o meno pensieri ha importanza per il pensatore, non per la verità: "i pensieri, se pensati, conducono alla salute mentale; se non pensati danno inizio al disturbo." Da qui la necessità per ogni individuo - compreso quel soggetto particolare che è l’individuo gruppo - di sviluppare la mente quale "apparato per pensare i pensieri".
Al contrario la "bugia" necessita di un pensatore che le dia vita, da cui essa non sarà mai indipendente: in ciò sta la fondamentale differenza tra bugia e verità.
Questa originale formulazione non fa che ribadire l’assurdità di ogni "appropriazione indebita" delle idee, cui l’ego spesso tende, cadendo così in menzogna.
L’individuo in analisi, che persegue la propria identità, è alla ricerca della verità che gli corrisponde: lo sforzo è quello di entrare in contatto con l’"O" per trasformarlo di volta in volta in conoscenza ("K"), in parola.
All’analista è richiesta particolare attitudine ad essere all’unisono con l’O dell’interlocutore - noi diremmo entrare in relazione col dell’altro, - ma per fare ciò deve imparare a prendere distanza, durante la seduta, da due attività mentali distraenti: la memoria e il desiderio.
Farsi sordo alla memoria (ciò che è già fissato) e al desiderio (ciò che finalizza e direziona) consente all’analista di avvicinarsi a quell’altrove, costituito dal "vivente", che sempre sfugge ad ogni definizione.
Bion individua, accanto al Gruppo di Lavoro, l'esistenza di una realtà parallela che catalizza la vita emotiva del gruppo stesso, formata da gli "assunti di base". Essi costituiscono il materiale inconscio che il gruppo deve elaborare, così come l’individuo impara ad elaborare le proprie resistenze al "lavoro" analitico, affinché si trasformino da ostacoli ad alleati.
Bion osserva come il gruppo, con i suoi funzionamenti psichici, sia una rappresentazione esterna "drammatizzata" di una gruppalità interna, quasi sempre in conflitto con la personalità emergente.
Questa è l'osservazione di Bion cui ci sentiamo più affini per esperienza, dalla quale emerge come l’eterno conflitto individuo-società, sia in primo luogo intrapsichico e come tale vada prioritariamente affrontato.
Il gruppo ha inoltre il compito di permettere l’emergere dell’"idea nuova", generalmente portata dall’individuo eccezionale (o "mistico" in quanto particolarmente in contatto con "O"), che richiede una trasformazione del gruppo stesso: vale a dire che il nuovo pensiero, per emergere, ha bisogno di essere accolto ed assimilato dal gruppo, da una totalità.
Uno dei limiti con cui l’esperienza analitica si scontra è inevitabilmente il linguaggio, così poco attrezzato a comunicare l’esperienza di "O".
E’ per questo che Bion invita spesso gli psicoanalisti ad abbandonare il linguaggio scientifico per quello poetico, ben più capace di restituire al pensiero quello spazio creativo che gli pertiene.
Per contro propone loro l’uso di una "griglia", da lui ideata, quale strumento atto a discriminare il livello di verità a cui si pone ciascuna formulazione emersa durante la seduta.
Le numerose opere di Bion, alla cui lettura rimandiamo, hanno costituito per molti un potente stimolo a "pensare creativamente": egli ha avuto il merito di anteporre, nell’assiduo lavoro con pazienti anche gravi, l’esigenza più universale di "conoscenza" a quella meramente terapeutica, il che sicuramente non gli ha impedito di offrire di volta in volta all’interlocutore cui si riferiva, l’aiuto più idoneo.

 

Agnese Galotti

fonte: www.geagea.com

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