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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

 

Funzione trascendente, Rosacroce e altro

Di Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

Luglio 2019

 

Nel libro Signori di Volontà e Potere, Daniele ha illustrato come tra un rituale maggiore e l’altro l’organizzazione esoterica che domina il mondo abbia anche attuato numerosi rituali minori, allo scopo di preparare gradualmente l’umanità ai cambiamenti che abbiamo sommariamente esposto nell’articolo precedente.

Ad esempio, si considera la Crocifissione di Cristo un rituale minore volto alla preparazione del quarto rituale maggiore (che sarebbe poi stato attuato nel diciassettesimo secolo da Sabbathai Zevi).

Nell’arco di tempo che va dalla Crocifissione al quarto rituale maggiore, uno dei più brillanti sistemi filosofici, iniziatici e magici concepiti dall’organizzazione fu la Rosa-Croce, che va intesa come una vera e propria summa operativa del rituale minore di Cristo (anche se oggi un certo talento è necessario per sintetizzare i tratti essenziali del suo insegnamento dalla miriade di associazioni rosicruciane che ne rappresentano l’estremo sviluppo).

Questo sistema spiega, in sintesi, che è possibile fissare la visione mistica della Rosa (la funzione trascendente) in modo che sia possibile manifestarla attraverso le proprie funzioni psichiche, per mezzo dell’applicazione di una certa pratica iniziatica simboleggiata dalla Croce: una pratica che rientra tanto nella logica del progetto dell’organizzazione quanto di qualunque sistema magico operativo, per la costituzione del cui eggregore l’esistenza di un pool di informazioni e valori condivisi a livello mondiale è sempre un ingrediente importantissimo.

Nelle persone normali, l’area mnemonica generata dalla funzione trascendente è di norma separata dagli stati di coscienza ordinari. Non è dunque possibile per loro agire direttamente sui pattern che la compongono modificandoli consapevolmente, come possono fare invece con le altre funzioni psichiche. Vale piuttosto il contrario: anche se intangibile, quest’area è in grado di modificare gli eventi e la percezione anche contro la loro volontà.

La sua presenza si manifesta agli esseri umani attraverso il sogno, gli stati di coscienza alterati, le concezioni individuali del divino. La sua natura astratta viene istintivamente collegata a tutte le manifestazioni lontane dalla percezione ordinaria, e nel corso della storia le sono stati attribuiti vari nomi derivati dalla stessa radice - tra questi Bardo, Pardez, Pardes o Paradiso. Il significato originale della radice comune di queste parole è giardino recintato, volendo significare una perfetta oasi di equilibrio tra il regno della natura e la realtà dell’Uomo, tra caos ed ordine.

In uno dei più famosi sistemi mnemonici dell’antichità, il Metodo dei Loci, il ricordo veniva favorito collocando ogni memoria in una determinata stanza. Oltre che come un giardino, possiamo immaginare il Pardes come il palazzo che contiene tutte le stanze, o come il cortile centrale dal quale si può accedere a ciascuna di esse.

Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, ve lo avrei detto; io vado a prepararvi un posto (Giovanni 14: 2).

Il mistero della relazione con la sfera del trascendente ha spinto l’umanità a sviluppare una moltitudine di sistemi spirituali. Ciò che li accomuna è che tutti partono da una rosa di elementi - numerici, alfabetici e concettuali al contempo - che possono essere correlati in un sistema coerente di simboli; ed i simboli, a loro volta, sono collegati tra loro da funzioni logiche, in modo da poter rappresentare la manifestazione umana e naturale nei suoi svariati aspetti, ed interagire con essa.

Per definire in una sola parola il funzionamento di base di questi metodi, dalla tradizione ebraica ci arriva il termine qabbalah, il cui significato si avvicina a ricezione: parola che mette in evidenza come il processo di catalogazione della realtà posto in atto dalla funzione trascendente non è quasi mai il frutto di un’attività consapevole da parte dell’Uomo, ma viene di solito da lui percepito passivamente, alla stregua di una sorta di atto di apertura verso l’assoluto.

Soltanto in un secondo tempo il messaggio trascendente può essere concretizzato; possiamo assistere allora al processo della sua trasformazione in concetti e simboli, tramite i quali la sapienza può essere condivisa ed il metodo portato ad altri individui.

È in questo modo che le qualità di Dio si trasformano nei suoi vari nomi: questi ultimi consistono in diverse combinazioni vibratorie della voce, o Logoi, come il Verbo di cui si parla nei primi versetti del Vangelo di Giovanni.

In modo per certi versi analogo, in seno alla cultura induista si sono sviluppati i Tantra. Il significato del termine tantra è liberazione dal legame. La lettera ta è il seme (suono) dell’ottusità (staticità), e il verbo radice trae, suffissato da da, diventa tra, che significa ciò che libera.

Così, quella pratica spirituale che libera l’aspirante dall'ottusità o dall’animalità della forza statica e ne espande il sé spirituale è il Tantra sadhana; per questo è detto che non potrebbe esistere alcuna pratica spirituale senza Tantra (Prabhat Ranjan Sarkar).

I Tantra sono, in definitiva, un insieme di insegnamenti esoterici che spesso vanno in direzione opposta rispetto al conformismo vigente nella società che li ha prodotti. Per esempio, un loro forte elemento di distacco dalle abitudini cultuali delle masse indiane (e che invece li accomuna con un certo tipo di qabbalah) è che nel Tantrismo la reintegrazione e l’identificazione col divino è concessa a tutte le caste, e non solo ai Brahmani.

Chiunque arrivi a ricoprire un ruolo di potere deve possedere una conoscenza globale della struttura che controlla. Ad esempio, se leggessimo nella mente di un buon direttore d’azienda troveremmo una serie di informazioni riguardanti le aree a lui sottoposte; queste potrebbero non andare nel dettaglio, ma sarebbero sufficienti a fornirgli una visione d’insieme, preclusa invece a coloro che lavorano in un particolare settore. Tale visione omnicomprensiva permette al capo di elaborare strategie e pianificare progetti che potrebbero risultare inafferrabili per chi non possegga la stessa comprensione.

Questo bacino di dati è il potenziale mnemonico su cui si è sviluppato nei millenni l’archetipo di Dio, tramite un’astrazione del concetto di autorità.

Un’illusione alla quale l’essere umano indulge troppo spesso si genera a partire dall’applicazione dell’autorità al piano della realtà oggettiva, laddove è costume diffuso identificare abusivamente l’autorità col potere. Anche per questa ragione, la corretta prospettiva dei rapporti spirituali risulta capovolta (per esempio, un’autorità spirituale exoterica, come la Chiesa, non dovrebbe ergersi al di sopra dei fedeli per controllare le loro azioni, ma dovrebbe piuttosto porsi al di sotto di essi, per essere loro di sostegno durante il percorso), e non è chiaro che a pochissimi come l’autorità non debba necessariamente essere collegata al potere temporale (anzi, potremmo affermare che è corretto parlare di vera autorità solo quando quest’ultimo non c’è).

Il lato oscuro del potere è che l’individuo assurto a ruoli di comando tende spesso a sviluppare una più o meno inconfessata tendenza assolutista, ed appare piuttosto logico supporre che l’idea di Dio sia stata concepita per porre un freno (nei limiti del possibile) a questo diffusissimo processo degenerativo della psiche: la presenza sopra di lui un Dio irraggiungibile e onnipotente crea una barriera all’orgoglio dell’Uomo, ammaestrandolo al valore dell’umiltà.

A conferma di questo, vediamo come per la qabbalah fu per mezzo di un atto di umiltà che Dio concesse all’Universo la possibilità di esistere: così perlomeno viene descritto nel processo detto Tzimtzum, contrazione.

Da esso apprendiamo come ciò che è onnipotente, onnisciente e onnipresente abbia un difetto: manca di autolimitazione. Deve quindi creare qualcosa, o qualcuno, in grado di negare la stessa esistenza del proprio creatore.

In poche parole, deve creare nell’Uomo le premesse per lo sviluppo dell’intelletto, e non limitarsi a questo - creare anche le premesse della comunicazione.

Una persona deve mettere da parte tutto ciò che conosce, tutte le esperienze che ha vissuto, tutto ciò che egli è, e dire solo una cosa: questa è la fase della Contrazione, o Tzimtzum.

Questo processo lo vediamo bene raffigurato nella figura di un educatore il cui livello di maestria mentale e di comprensione è incomparabilmente superiore a quella del suo allievo, e che tuttavia deve tradurlo in idee e parole abbastanza semplici da poterglielo trasmettere.

Per quanto egli faccia di tutto per abbassarsi a livello dell’allievo, egli non perde o dimentica in alcun modo la propria conoscenza pregressa, come neppure la consapevolezza del suo vero essere: sta solo mettendo momentaneamente da parte la sua luce infinita, per creare uno spazio che sia (almeno virtualmente) privo di essa; uno spazio nel quale egli potrà manifestare solo un aspetto limitato di sé, ma che è accessibile all’allievo - uno spazio intellettuale, appunto.

La condizione limitativa che è propria dell’intelletto è anche il presupposto di quella che potremmo definire la sua capacità più unica e speciale: innamorarsi delle proprie stesse creazioni, fino al punto di elevarle al vertice di ogni priorità, escludendo il resto.

Il che è anche una pretesa totalitaria: infatti equivale a ritenere che quanto si è assodato intellettualmente sia tutto ciò di cui il mondo ha bisogno. A questo aspetto dell’intelletto è legata l’immagine biblica del Serpente, e per estensione quella del ribelle ed orgoglioso Lucifero.

Un’altra cosa che l’intelletto fa fatica a comprendere è lo scarto tra il concetto di autorità e il mero potere, come possiamo osservare dal fatto che nel simbolo massonico dell’Occhio Onniveggente (l’Occhio iscritto in un Triangolo o su una Piramide) i profani tendono a ravvisare l’immagine del Grande Fratello orwelliano - un’entità astratta che domina gli umani contro la loro volontà, abusando di loro.

Gli Egizi, così come i Babilonesi, scorgevano invece nell’Occhio il simbolo dell’autorità conferita tramite l’attenzione illuminata, o immaginazione attiva, e quindi il potere di rinnovare la realtà. Infatti nelle più antiche raffigurazioni di questo simbolo l’Occhio si trova al centro della Piramide, non in cima ad essa (salvo in un caso - una piccola Piramide intagliata nella pietra nera recante iscritto un Occhio presso la sommità venne rinvenuta nel 1984 nella località di La Mana in Ecuador: la datazione parrebbe farla risalire ad alcuni millenni prima di Cristo). Quindi la qualità dell’attenzione da esso raffigurata non è quella del controllo dominante bensì quello dell’adattabilità penetrativa, che riesce a tradurre e comprendere i codici espressivi delle varie polarità in gioco.

Questo ci suggerisce che la realtà considerata nella sua interezza non può essere rapportabile ad un unico sistema (piramidale o meno), ma piuttosto ad un insieme organico di sistemi, siano essi legati da rapporti di collaborazione o contrapposizione. Sul piano della realtà oggettiva, l’abilità che si richiede ad un capo è quella di raggiungere la cima di una singola piramide; invece nel mondo dell’esoterismo l’obbiettivo è orientare i talenti che i profani devolvono al raggiungimento della vetta verso una meta diversa e superiore - astrarsi dalla struttura, tanto per rinnovare i sistemi che la compongono quanto per generarne di nuovi.

È la funzione universale liberatrice dell’Immaginazione attiva: tipificare, tramutare ogni cosa in Immagine-simbolo, percependone la corrispondenza tra il nascosto e il visibile. E questa tipificazione delle realtà immateriali nelle realtà visibili che le manifestano, compiuta dall’ermeneutica spirituale in quanto funzione per eccellenza dell’Immaginazione attiva, costituisce il rinnovamento, la ricorrenza tipologica delle similitudini: ed è precisamente in questo che consiste la creazione rinnovata, che ricorre di momento in momento (Henry Corbin: L’imagination creatrice dans le soufisme d’Ibn Arabi).

È plausibile ritenere che tanto i Babilonesi quanto gli Egizi possedessero un proprio metodo per la divinizzazione dell’Uomo, un sistema iniziatico che gli Egizi riservavano solo a chi veniva prescelto per la funzione di Faraone. Ma è probabile che in entrambe le società da noi citate ogni carica di rilievo richiedesse un metodo preparatorio: un percorso immaginale volto allo scopo di modellare la mente affinché potesse in seguito svolgere al meglio i compiti richiesti (affascinante l’ipotesi che fossero proprio queste le più antiche forme iniziatiche di mestiere, come parrebbero suggerire anche i forti legami della Massoneria con la tradizione egizia).

Il popolo ebraico, che visse in schiavitù tanto in Egitto quanto a Babilonia, poteva guardare a queste forme di divinizzazione dell’Uomo soltanto dall’esterno, ed ovviamente le considerava mere aberrazioni; eppure anche i Re ebrei (già nel periodo intercorrente tra le due deportazioni) e più avanti quelli cristiani sarebbero stati preparati al loro ruolo secondo metodi iniziatici, ed installati sul trono per mezzo di una benedizione e per mandato divino.

In definitiva, possiamo osservare come una delle funzioni principali dell’idea di Dio fosse in passato il dissociare l’autorità dalle sue incarnazioni umane: infatti laddove, in mancanza di questo freno, era la persona stessa del comandante ad essere idealizzata (ovvero, laddove si confondesse la sovranità col sovrano), la conseguenza era la degenerazione nel più abietto ed incontrollabile totalitarismo, preludio inevitabile del collasso e del tracollo della società.

Nei periodi storici o nei luoghi in cui vige un’estrema visione politeista sembra che le caratteristiche dei sistemi misterici ed iniziatici tendano alla ricerca dell’Unità, mentre accade l’opposto per i sistemi esoterici nati in seno ai monoteismi religiosi, che tendono a concentrarsi sul discorso molteplicità = differenti manifestazioni dell’Unità.

Entrambe le tendenze sono riconducibili ad un unico filo d’oro di ideali volti ad equilibrare le ribollenti attività immaginative delle masse, fornendo loro tracce volte a farle convergere verso un centro comune: metodi di comunicazione indiretta che l’organizzazione elabora primariamente a livello simbolico, e che l’azione dei suoi sottocentri fa poi aderire all’inconscio delle masse per mezzo di pratiche magiche.

Non è complicato comprendere le basi del meccanismo grazie al quale queste routine vengano impiantate nelle nostre menti, in quanto si tratta di un bagaglio di competenze che l’umanità ha acquisito dai primordi, e la mente sembra accettare senza alcuna fatica.

Tentiamo di tornare con la memoria ai primi giorni di scuola: ad ogni bambino viene insegnato l’alfabeto tramite una specifica mnemotecnica, A come anatra, B come bambola e via dicendo, in quanto l’umano sembra naturalmente programmato per memorizzare tramite associazioni di idee.

Per questo motivo le mnemotecniche furono probabilmente la prima forma di tecnologia che l’umanità ha sviluppato.

Nel secondo secolo dopo Cristo, Rabbi Shimon bar Yochay tramanda la supposta tradizione degli Heikhalot, o Palazzi Celesti, parte del genere letterario ebraico definito Merkavah, il cui obbiettivo è la corretta pronuncia del Nome di Dio. Questa può essere considerata la più antica mnemotecnica oggi conosciuta che sia al contempo anche un metodo per interagire con il trascendente.

Nel quinto secolo, queste basi procedurali sembrano essersi evolute al punto da costituire una dottrina etica che può essere insegnata direttamente al popolo; tanto all’interno del Talmud quanto in altri testi contemporanei compare infatti la leggenda dei Quattro saggi che entrarono nel Pardes, volta ad insegnare il corretto modo di relazionarsi alla Torah:

Così hanno insegnato i nostri saggi: quattro persone sono entrate nel Pardes ed erano: Ben Azai, Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiva.

Rabbi Akiva disse loro: quando arriverete alle pietre di marmo bianco non dite: Acqua! Acqua!, dato che è scritto: colui che dice menzogne non potrà stare davanti ai miei occhi.

Ben Azai guardò e morì, e di lui il verso dice: preziosa agli occhi di Dio è la morte dei suoi pii.

Ben Zoma guardò e rimase ferito, e di lui dice il verso: ha trovato miele, basta di mangiarne, o altrimenti ti sazierà al punto di vomitarlo.

Acher si mise a tagliare i virgulti.

Rabbi Akiva uscì in pace.

L’esegesi ebraica ravvisa in questa breve storia quattro distinti modi di interpretare il libro sacro, che a loro volta si riflettono in quattro distinte attitudini nei confronti della vita: il primo approccio è di natura letterale, il secondo simbolico, il terzo analitico e il quarto misterico.

La leggenda sottolinea che, pur essendo tutti e quattro modi validi e buoni agli occhi di Dio, soltanto Rabbi Akiva - quello che adotta un approccio misterico - ottiene la pace assoluta.

Se la persona è meritevole, essa (la Torà) diventa per lui una medicina vitale (sam chaim); se non merita, essa diventa per lui un veleno mortale (sam mavet).

Il primo personaggio, Ben Azai, muore nel senso che l’approccio prettamente letterale è privo di spirito, perciò destinato a morire e rinascere, adattandosi a seconda delle epoche e dei costumi. Il secondo, Ben Zoma, impazzisce perché ogni testo sacro è sempre composto da un labirinto di specchi e simboli, che in mancanza di un sapiente discernimento possono condurre alla follia.

Il titolare del terzo approccio - Acher - si mise a tagliare i virgulti, un’allegoria che può essere tradotta commise un atto di apostasia. Crediamo che questo voglia dire che un’interpretazione di natura esclusivamente razionale può essere considerata la più utile per portare alla luce le falle di un sistema: per questo l’approccio analitico alla Scrittura ha spesso l’effetto di spingere il fedele ad allontanarsi dalla norma, e certe volte questo può dare inizio a una nuova forma di culto.

Infine, l’ultimo livello - quello misterico - fa uso di tutti e tre i precedenti; ma li sublima tramite processi inconsci, lasciando che l’interpretazione corretta si presenti spontaneamente.

In modo analogo, troviamo che nella tradizione vedica esistono quattro traguardi da dover raggiungere nella vita: Kama, Artha, Dharma e Moksha.

Il primo, Kama, si riferisce al nostro bisogno di felicità emotiva e sensoriale, mentre Artha all’acquisizione di risorse materiali (come il reddito ed il benessere) utili al conseguimento del Dharma: ovvero al soddisfacimento del giusto scopo nella vita, che include anche l’onore ed il riconoscimento sul piano sociale.

Moksha invece è correlato al nostro bisogno di crescita spirituale, e consiste nel trascendimento dei primi tre traguardi. Dharma, Artha e Kama sono subordinati a Moksha, che è lo scopo primario ed essenziale per l’essere umano, senza il quale gli altri non hanno senso.

Soltanto essendo in grado di soddisfare Kama si può funzionare all’interno del mondo, ma bisogna lavorare sulle necessità materiali di Artha per mantenere la felicità; ed inoltre abbiamo bisogno di ottenere il riconoscimento degli altri, ovvero Dharma. Ma il nostro scopo finale è comunque ottenere la liberazione di Moksha, che è più facile da raggiungere se i primi tre traguardi sono stati conseguiti e trascesi.

Possiamo bene accostare i miti sui quattro approcci alle quattro principali funzioni cognitive umane: memoria, elaborazione, ragionamento e intuizione.

Da esse ha origine la specifica natura di ciascuno dei Quattro Elementi che stanno alla base di tanti sistemi esoterici e magici, occidentali e orientali. Tentiamo quindi di riassumerne le caratteristiche in maniera semplice, così da memorizzarle:

Terra, memoria - interpretazione letterale: Kama (piacere e gratificazione sensoriale). Volendo associarlo ad un tipo umano, descrive le persone che nell’ambito spirituale si accontentano di ciò che viene loro dato senza intervenirvi attivamente, in quanto sono interessate soprattutto dalla vita sensoriale.

Acqua, elaborazione - interpretazione simbolica: Artha (benessere e prosperità). Persone che rischiano l’azzardo pur di avere un ritorno di fortuna, perciò spesso tendenti alla superstizione.

Aria, ragionamento - interpretazione analitica: Dharma (giustizia e dovere). Persone che confidano in ciò che possono provare razionalmente, e/o spiegare tramite l’intelletto.

Fuoco, intuizione - elaborazione misterica: Moksha (liberazione finale). Persone che riescono a bilanciare le precedenti tendenze, utilizzandole invece di esserne influenzate, e di conseguenza riescono a vedere al di là di sé stesse.

L’insegnamento fondamentale arrecato da questo schema onnicomprensivo è che per accedere alla funzione trascendente bisogna acquisire maestria in tutte le funzioni ordinarie: soltanto in questo modo si potrà essere in grado di trascenderle davvero. Il mito di Ercole che supera le Dodici Fatiche trasmette lo stesso messaggio in una versione simbolicamente più dettagliata.

In forza dell’espansione sviluppata dal pensiero simbolico, agli elementi mnemonici che sono propri della coscienza collettiva vanno a legarsi determinate immagini mitologiche. Sono proprio queste ultime, unendosi e mescolandosi tra loro, a dare vita ai pantheon divini e agli elementi epici che costellano la psiche di ogni cultura.

 

Daniele Mansuino e Paolo Del Casale

 

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