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di Daniele Mansuino   indice articoli

Le profezie di Cristoforo Colombo

Gennaio 2017

 

Come ho esposto in Signori di Volontà e Potere e in vari articoli, il quarto rituale maggiore - ovvero il colossale rito magico volto a innescare la genesi della modernità - venne celebrato, ad opera della setta dei Sabbataisti, negli anni sessanta del diciassettesimo secolo; col risultato che nell’arco dei primi tre milioni di anni della sua esistenza, l’Uomo era riuscito faticosamente a raggiungere la posizione eretta, poi a camminare sulle proprie gambe, poi a andare a cavallo. Ma nell’arco degli ultimi trecento anni abbiamo inventato l’automobile, l’aeroplano e siamo andati sulla Luna, per tacere del resto.

Tuttavia questo brusco scatto in avanti del progresso non deve farci obliare quanto era stato messo in opera nei secoli precedenti per prepararlo: in modo particolare l’importante svolta verificatasi nel 1492 con la scoperta dell’America, che cambiò la visione del mondo e pose le basi per la definitiva egemonia della civiltà occidentale.

Cristoforo Colombo è ricordato come marinaio di enorme talento, e la sua vita all’insegna della più estrema dinamicità ha contribuito a creargli un’immagine di uomo di azione. Del tutto sconosciuta è la ricerca interiore che tracciò la rotta della sua incredibile esperienza di vita, e che in età matura egli volle consegnare ai posteri in un suo scritto: Il Libro delle Profezie.

Dalla lettura di quest’opera emerge un Colombo ardente cristiano, ogni attimo della cui esistenza era dedicato all’inflessibile volontà di annullarsi in Gesù, che amava illimitatamente.

Persona attiva quale era, non si sentiva chiamato a vivere la sua imitazione di Cristo in termini di esercizi ascetici (ai quali peraltro si dedicò, a più riprese, in vari momenti della vita); piuttosto si considerava titolare di una missione affidatagli da Dio, e per questo nel Libro annovera sé stesso nella discendenza dei profeti di Israele, ed enumera le corrispondenze delle Sacre Scritture con l’impresa da lui compiuta - identificandosi via via con Ezechiele, gli Apostoli, i Re Magi, l’Arcangelo Michele, Salomone, Re Davide e Cristo stesso.

Colombo è stato chiamato dal Signore a levarsi, partire e andare a visitare le genti, e ha accolto sopra di sé questo fardello con assoluta fede e invincibile speranza. A tutti i popoli egli ha portato la parola divina, riuscendo a farsi comprendere anche ai popoli più sconosciuti, in virtù del dono delle lingue che riteneva lo Spirito Santo gli avesse concesso; e in questo modo, ha radunato intorno alla Croce anche le nazioni delle più lontane isole al di là dell’Oceano.

Nel suo libro, la visione del futuro assume una connotazione particolare: è presentata come l’ultimo capitolo della Storia Sacra, destinata a culminare nella Fine del Mondo, ovvero nel Secondo Avvento di Cristo. Ma prima, è necessario che si compiano le due ultime grandi profezie delle Scritture: la Restaurazione di Gerusalemme e la conversione di tutte le nazioni alla Chiesa Universale.

Con grande sorpresa del lettore, Colombo gli svela che il suo ruolo in questo processo è stato attivo e consapevole: deliberatamente egli ha aperto la via dell’Occidente, e - in armonia col suo nome di battesimo Cristoforo, portatore di Cristo - ha posto in opera l’immenso lavoro consistente nel ricondurre le nazioni delle isole al gregge del Signore.

Il Libro delle Profezie è anche una testimonianza della vastità della sua cultura; in quanto raccoglie un’ampia antologia di passi biblici, testi esegetici, autori medievali e contemporanei, da lui selezionati al fine di documentare la sua missione - tema introdotto dall’inserimento di una sua Lettera dell’Ammiraglio al Re e alla Regina:

 

Eminentissimi Re. In età molto giovane entrai nel mare per navigare, ed ho continuato a farlo fino ad oggi. La stessa arte induce chi la coltiva a voler conoscere i segreti di questo mondo (…). Ho trattato ed ho conversato con gente sapiente, ecclesiastici e laici, latini, greci, giudei e mori, e con molti altri di altre sette.

In questa mia aspirazione Nostro Signore mi fu molto favorevole, e da lui ottenni a questo fine uno spirito di intelligenza: nell’arte del mare mi colmò di ricchezze; nell’astrologia mi diede con sufficienza; e così anche nella geometria e nell’aritmetica; e ancora ingegno nell’anima e mani per disegnare la sfera, e in essa le città, i fiumi e le montagne, le isole ed i porti, tutto nel suo proprio posto (…); e Nostro Signore mi aperse l’intelletto con mano palpabile, rivelandomi che era fattibile navigare da qui alle Indie, e mi accese la volontà dell’esecuzione di ciò.

È con questo fuoco che venni presso le Vostre Altezze (…). Chi dubita che questa luce non fosse dello Spirito Santo, (…) il quale diede eminente e chiara consolazione a me ed a Voi, con raggi di uno splendore meraviglioso (…)? E poi si terminò in ciò che Gesù Cristo Nostro Redentore disse (…): che era necessario che tutto si adempisse secondo quanto fu scritto da Lui e dai Profeti...

Il recupero di Gerusalemme era una parte del piano divino che Colombo considerava talmente importante da inserirla nel libro fin dal sottotitolo: Profezie che raccolse l’Ammiraglio D. Cristoforo Colombo sul recupero della Santa Città di Gerusalemme e sulla scoperta delle Indie dedicate ai Re Cattolici, e di riprenderla nell’incipit subito dopo, in accoppiata con l’altra grande profezia che egli si era sentito chiamato a realizzare: Comincia il librosulle autorità, detti, sentenze e profezie riguardo al recupero della Città Santa e del Monte di Dio, Sion, e alla scoperta e conversione delle isole dell’India e di tutte le genti e nazioni

Ma di fatto, Colombo pensava che le due missioni potessero ridursi a una sola: ovvero che l’evangelizzazione del mondo fosse una parte del recupero della Città Santa; come illustra la sua concezione del termine Gerusalemme, che egli fornisce parafrasando una citazione da Jean Gerson (1363-1429):

 

Nella parola Gerusalemme si insinua palesemente il senso quaterno della Sacra Scrittura. Nel senso storico significa la città terrestre alla quale si dirigono i pellegrini; nell’allegorico, significa la Chiesa Militante; nel tropologico, significa qualunque anima fedele; nell’anagogico, significa la Gerusalemme Celeste, oppure la patria o il regno del cielo.

Il riferimento al senso quaterno vuole significare le modalità di applicazione della Sacra Scrittura al dominio dei Quattro Elementi; ovvero a quello che noi chiamiamo il mondo della materia, o della manifestazione formale, o il piano della realtà oggettiva.

La figura che le simboleggia è quel noto segno grafico della tradizione primordiale in cui si scorge una Croce Greca iscritta in un Cerchio col quale condivide il Centro, i cui numerosi significati sono stati trattati da René Guénon ne Il simbolismo della Croce.

È anche ricalcata su di essa la pianta del Paradiso Terrestre, coi suoi Quattro Fiumi: quel Paradiso che Colombo credette di ritrovare nella dolcezza del clima delle terre su cui era approdato, e nell’innocente nudità esibita dai loro abitanti.

Il Centro di questo disegno, comune ad entrambe le figure che lo compongono, rappresenta la coincidenza tra la Gerusalemme Terrestre e la Gerusalemme Celeste (o Nuova Gerusalemme): la mitica città raffigurante la più completa pienezza paradisiaca accessibile all’Uomo, e alla quale sono destinate a convergere - alla fine dei tempi - tutte le genti del mondo.

Così, il recupero della Città Santa - la cui figura nel dominio della materia è il compimento dell’evangelizzazione del mondo - segnerà la comparsa della Gerusalemme Celeste; visibilmente rappresentata nel Secondo Avvento di Cristo, del quale Colombo scrive:

 

così, dunque, dice Matteo: “Questo Vangelo del Regno sarà predicato in tutta la terra abitata, quale testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine (Matt. 24, 14)”; lo ricorda anche Marco nello stesso ordine, e in questa maniera: “Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura (Marco 16, 15).

Egli (Marco) non disse: “allora verrà la fine”, ma ciò che disse significa proprio questo: conviene predicare prima il Vangelo a tutte le nazioni, dunque vuol dire in verità: “prima che venga la fine” (…), secondo quanto fu detto agli Apostoli nel libro primo degli Atti: “Per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, la Samaria e fino alle estremità della terra” (Atti 1,8).

La citazione degli Atti è particolarmente significativa perché, secondo le convenzioni teologiche dell’epoca, l’uso di una Scrittura riferentesi ad eventi posteriori alla Resurrezione di Cristo segnala che la Gerusalemme di cui Colombo sta trattando è proprio la Nuova Gerusalemme; ovvero quella che corrisponde al Secondo Avvento di Cristo.

Colombo, del resto, precisa: c’è da considerare che una cosa è la predicazione futura del Vangelo tra tutte le genti quanto alla sua efficacia, ed un'altra che tutte le genti ricevano la fede di Cristo (…), (il che) avrà luogo alla fine del mondo, (come dal) Salmo 71: E si estenderà il suo dominio da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.

Cioè, per tutta la terra circondata dal mare. Poiché, per quanto l’oceano sia un solo mare, considerando le sue diverse parti viene chiamato in vari modi (…). In tutte queste terre, dunque, alcuni ricevettero la fede in Cristo per mezzo della predicazione degli apostoli e di altri discepoli (…), cioè dal paradiso terrestre fino ai confini della terra, cioè fino ai confini dell’orbe collocati intorno alla terra in circuito. E questi confini saranno ampliati fino all’ultimo cielo, poiché tanto si estenderà il potere di Cristo…

In queste pagine del Libro delle Profezie riecheggia - silenzioso e assordante - lo sconfinato amore di Colombo per il mare, lasciando intravvedere anche il profondo significato mistico che lui gli conferiva: il Mare è il Mantello Blu della Vergine, che avvolge pietosamente le anime dei sofferenti e reca loro conforto.

Colombo fu forse uno dei primi a mettere per iscritto questo aspetto del simbolismo mariano, che - (come osserva William Melczer, il curatore della più recente edizione del Libro delle Profezie) è da considerarsi specificamente moderno: in quanto il simbolismo del Mantello Blu - di origine precedente, ma fino ad allora meno importante - trasse in quegli anni nuova forza dalla scoperta che l’oceano avvolgeva e includeva le terre emerse: una nozione nuova, che solo le più recenti scoperte astronomiche avevano portato, e che le successive imprese dei navigatori avrebbero confermato.

Nel secolo successivo, l’enorme incremento della navigazione oceanica avrebbe aumentato enormemente il numero dei marinai, e purtroppo anche quello dei naufragi. Le legittime paure dei naviganti per la propria incolumità sarebbero state all’origine del boom dei santuari mariani, che sorsero come i funghi in molte località di mare, ponendo le basi dello sviluppo senza precedenti del culto della Vergine che è proprio dell’età moderna.

Per Colombo e per i suoi contemporanei, da mare a mare significava dunque ormai tutt’intorno al mondo; ed era proprio lui l’uomo chiamato a estendere il dominio di Dio ai popoli più lontani, dopo essere partito dalle foci dei fiumi della penisola iberica.

Anche se all’epoca in cui intraprese la stesura de Il Libro delle Profezie (ovvero nel 1502, cioè tra il terzo e il quarto viaggio, terminandolo poi dopo il quarto) Colombo non era ancora certo di aver raggiunto un nuovo continente, tuttavia il sospetto che la terra da lui raggiunta non fosse l’Asia doveva averlo già colto, come è testimoniato dalla suggestiva citazione della Medea di Seneca che colloca proprio di seguito al passo sopra citato:

 

Verranno i tardivi anni del mondo, certi tempi nei quali il mare oceano scioglierà i legami delle cose, e una gran terra si aprirà. E un nuovo marinaio, come colui che fu la guida di Giasone e si chiamò Tifis, scoprirà un nuovo mondo; e allora non sarà più l’isola di Tule l’ultima delle terre

Verrebbe ora da chiedersi se Colombo fosse un membro consapevole dell’organizzazione, oppure un membro di un qualche suo sottocentro (si è scritto parecchio sui suoi presunti rapporti con la tradizione templare), o nessuna delle due cose: semplicemente un profano intelligente, con una forte propensione a recepire le correnti dell’organizzazione ed attuarne il messaggio.

Personalmente non lo considero un problema importante, ma a giudicare dalle email che ricevo molti lettori sono interessati ad approfondire il tema del rapporto tra l’organizzazione e la storia, e mi pongono un sacco di domande sul suo ruolo negli avvenimenti del passato, sui suoi rapporti con famosi personaggi storici, eccetera.

Bene, questo è proprio il tipo di approccio verso l’esoterismo che per mezzo dei miei scritti mi piacerebbe scoraggiare; quindi di solito li invito a rileggere Signori di Volontà e Potere, per capire come certe risposte possano arrivare solo a chi si concentra sullo studio dell’organizzazione e del suo progetto senza perdersi nei dettagli.

Ma d’altra parte, sono anche consapevole che quei gentili lettori sono quotidianamente bombardati dalle assurdità che si possono leggere su questi temi nei siti complottisti; quindi non posso negarmi del tutto alle richieste di chiarimenti, e scriverò il pochissimo che so.

Che io sappia, né il nome di Colombo né accenni alla sua impresa sono menzionati nelle scritture dell’organizzazione; ma questo non significa che non ne fosse un membro, anzi personalmente sono più per il sì che per il no.

Ho già citato in vari articoli la prassi, seguita dai membri dell’organizzazione, di inserire nei propri scritti improvvisi e isolati richiami al suo corpo teorico, allo scopo di segnalare la propria identità ai confratelli che leggeranno - vorrei aggiungere ora che uno dei richiami di più utilizzati ai tempi di Colombo era l’accostamento tra il mito ebraico delle Due Edificazioni del Tempio (del quale ho già trattato, abbastanza abbondantemente, a proposito degli adattamenti massonici del quarto rituale maggiore) e i Due Avventi di Cristo.

Ora, Colombo non approccia mai esplicitamente questo tema, ma sembra accostarlo molte volte: per esempio, moltiplicando nel Libro le citazioni relative alla cattività babilonese (e preludenti quindi alla Seconda Edificazione), oppure citando Nicola da Lyre (1270-1349), il quale scrisse che nella Sacra Scrittura a volte (…) ciò che fu fatto nel Vecchio Testamento era la figura di qualche cosa realizzata nel Nuovo (…); dimodoché c’è lì un doppio senso letterale: uno meno importante ed un altro più importante del primo, in quanto in quest’ultimo la parola o il fatto annunciato ha luogo in una maniera più perfetta.

Oppure ancora citando il Salmo 137, che di norma è del tutto assente dalla “normale” letteratura apologetica sui Due Avventi: Ti celebrino, o Signore, tutti i Re della Terra, quando avranno udito le parole della tua bocca.

Con queste ultime parole (anche questa è un’ipotesi di Melczer), Colombo forse non voleva alludere solo al fatto che la parola del Signore ai Re della Terra ce la stava portando lui; ma anche alla possibilità che precisamente dai confini della Terra si sarebbe effettuata la convergenza verso Dio - un tema che non appartiene alla mitologia del Secondo Avvento, ma che è invece molto presente nel dibattito sulla Seconda Edificazione.

Altri importanti richiami sono riscontrabili nelle ripetute citazioni che Colombo porta da Isidoro da Siviglia (m. 560), generalmente considerato un membro dell’organizzazione (per quanto le scritture sull’Alto Medioevo siano scarse, l’organizzazione conserva tuttavia riguardo a questo periodo una tradizione orale piuttosto ben dettagliata).

Per mezzo di una di queste, egli spiega cosa significhi per lui la parola profezia:

 

I generi delle profezie sono sette. Il primo genere è l’estasi, o eccesso della mente, come quando Pietro, attonito e stupito, vide calar giù dal cielo quel vaso con vari animali. Il secondo genere è una visione, come viene detto in Isaia: “Vidi il Signore seduto su un alto trono”. Il terzo genere è una specie di sogno, come quando Giacobbe vide, mentre dormiva, una scala appoggiata al cielo. Il quarto genere è una forma di nube: di questa maniera parlò Dio a Mosè ed a Giacobbe dopo le loro sofferenze. Il quinto genere è voce dal cielo, come quella che si fece sentire ad Abramo dicendo: “Non stendere la mano sul ragazzo”, ed a Saulo sul cammino di Damasco: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Il sesto genere è la parabola ammessa, come quella presso Salomone e nei Proverbi presso Balaam quando fu invitato da Balak. Il settimo genere è la pienezza dello Spirito Santo, come accade presso quasi tutti i Profeti.

Ora, il collegamento del sesto genere delle profezie alla figura di Balaam fa cenno a una pagina del Vecchio Testamento che nell’usuale esegesi biblica è forse secondaria, ma che è invece molto importante per l’organizzazione; in quanto sulla storia dell’Asina di Balaam (Numeri, 22) è incentrato un importante Rituale sulla Natura (non ho ancora affrontato in questa rubrica quell’importante sottoclasse di rituali minori che sono i Rituali sulla Natura, ma spero di poterne parlare presto), dal quale ha avuto origine - tra le altre cose - anche il moderno animalismo.

Ancora più significativa, e per certi versi sconcertante, è una seconda citazione dello stesso autore: nella quale Isidoro osserva come nei Salmi si parli degli avvenimenti relativi al Messia come fossero già avvenuti, e si domanda: Perché ciò che deve essere fatto si narra come già avvenuto?

Per poi rispondersi: Perché le cose che per noi sono ancora future sono già realizzate nell’eternità di Dio.

Ora, questo è un richiamo alla teoria del tempo capovolto: fatto che in sé non dimostrerebbe niente, perché allusioni più o meno consapevoli a tale teoria se ne trovano a piene mani nelle opere teologiche di ogni tempo; ma l’aspetto eccezionale è che Colombo lo cita nella parte del Libro dedicata al recupero della Città Santa, nella quale egli sostiene che tra i profeti incaricati di lavorare al recupero c’è anche lui stesso.

Tutti credo, anche i lettori meno esperti dell’organizzazione, possono rendersi conto di come il lasciare in un libro un accostamento di questo genere possa costituire per un suo membro un’imprudenza clamorosa: perché, se non sempre è vietato ai membri il lasciar intravvedere la propria appartenenza, e non sempre è loro vietato il pubblicare in ambito profano le proprie teorie, il fare tutte e due le cose insieme potrebbe davvero equivalere - in un caso come questo - a  lasciare la firma dell’organizzazione sulla scoperta dell’America.

Imprudenza che, a mio avviso, soltanto due possibilità possono spiegare: o il ruolo particolare della missione che a Colombo era toccata in sorte (abbiamo già visto, per esempio negli articoli sul cosmismo, come l’assegnazione di compiti storici molto delicati da parte dell’organizzazione sia in genere accompagnata dalla concessione di varie dispense, riguardo ai comportamenti da seguire, ai membri incaricati), oppure che la  militanza di Colombo avesse luogo a un livello veramente molto elevato: in quegli alti gradi - dal 7:: al 9:: - i cui membri non devono rendere conto a nessuno delle loro azioni.

 

   Daniele Mansuino

 

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