
Esperienze di vita Indice
A.A.A. CERCASI
La testimonianza di Daniela: cinque anni dopo l'emorragia cerebrale
di Daniela Moscardini - Gennaio 2026
AAA CERCASI, sui giornali di carta, non aveva significato se non quello di far schizzare l’inserzione nell’ordine alfabetico, ai primi posti, dando un maggiore spicco al testo che acquistava una valenza di spazio e si collocava in bella vista. Per me, queste “A” hanno, ciascuna, un significato preciso, diverso o simile a quello di ognuno.
Non ho intenzione di insegnare a vivere o educare. Mio scopo è quello di far conoscere quello che ho provato, di fornire delle speranze a chi si trova nella condizione di aver avuto un’emorragia cerebrale. L’augurio, per quello che è relativo alla mia personalità, è di trovare anche solo uno a cui alleviare le sofferenze, fornendo risposte a domande che si parano davanti ai suoi occhi.
Risposte a domande, a qualcosa che potrebbe capitare a chiunque.
Toccatevi o fate le corna ma l’esistenza sceglie a caso e se vi viene voglia di infilare due dita negli occhi a qualcuno potete farlo, purché non sia la sottoscritta che ha già una quantità di fastidi e per un fastidio in più potrebbe dar fuori.
Quella che chiamiamo disabilità non deve destare preoccupazione o paura. Tutti abbiamo il dovere di partecipare all’umanità. Il motivo non sarà religioso, non presteremo attenzione alle persone per guadagnare in futuro, per ragioni che ci sono state inculcate ma solo guarderemo alla natura, comune, di individui.
La salvezza dove sta? Non esiste salvezza. La condizione di prima dell’emorragia non tornerà perché sarà differente il rapporto col mondo, vi sentirete cambiati e da quello che uscirà dall’esperienza sarete trasformati, vi aggrapperete di più al quotidiano.
Perlomeno, questo mi sta succedendo. Sta capitando a me che mi sto abituando a me.
C’è chi ha ritrovato la Fede, chi non l’ha persa, chi lotta ogni giorno costantemente e con disciplina, poi ci sono anche quelli\e, come la sottoscritta, che si trascinano – sarebbe meglio dire si lasciano trascinare – e corrono dietro ogni idea balzana che dia loro qualche speranza.
I sogni conquistano. Non si smette di sognare e chi se ne importa del reale.
Oh, mamma! Pontifico! Sto facendo esattamente il contrario di quello che dico!
Le situazioni non sono diverse da un giorno all’altro e gli atteggiamenti nemmeno. Si reagisce in modi inimmaginabili.
Non occorre trasformarsi in santi ma conoscersi e sforzarsi di non andare in cerca di scappatoie dove non esistono; pensando e trasmettendo che ci troviamo davanti ad una persona che fa parte della realtà, con i diritti che ciascuno difende.
Se chi nasce, intendo chiunque si affacci al mondo, verrà a contatto con la realtà, automaticamente costruirà case senza scalini, strade o marciapiedi a misura di tutti, scuole inclusive, sale cinematografiche o teatri accessibili.
Qualcuno ha sostenuto che sono un’utopista, che ho troppa fiducia nel prossimo e una tendenza a giustificare i comportamenti.
Questa profonda disinformazione deriva dal fatto che non è possibile seguire le situazioni che non ci toccano da vicino.
L’abitudine a occuparci di aria fritta lascia poco spazio per stare accanto a chiunque.
Generalizzare non mi piace.
Se già dite di un cieco, una sorda, dei muti, che accentuano altri sensi, meglio.
Se considerate ogni essere umano uguale all’altro, meglio.
DISABILITA’. Le parole sono importanti, come direbbero Vera Gheno o Nanni Moretti e le abbiamo talmente radicate nei dizionari, le usiamo, ne diventiamo proprietari, essendo normale per tutti considerare i termini indicativi di una condizione.
Il prefisso DIS- : abile-disabile, piacere-dispiacere. Onore-disonore, fagica-disfagica. Contrapponiamo le parole senza pensare che esse sono la nostra espressione, comunichiamo lasciandole uscire. Ḕ il nostro modo di stare al mondo e nel mondo.
Bisogna rivoluzionare tutto il dizionario? No. Basterebbe cambiare termine – disabile – usandone uno che non metta in antitesi.
La disabilità è un confine. Di qua o di là. Separa. Una linea di distacco. Non esistono divisioni, tra esseri umani. E non devono esistere.
“Quante parole ma in pratica?” Sarebbe già sufficiente cambiare atteggiamento. Comportarci non come se ci rivolgessimo a dei deficienti o bambini ma ricordare SEMPRE di non associare l’aspetto fisico alla compassione.
Esporsi personalmente.
Continuare a dimostrare la capacità di sostituire qualcosa – sì, ma cosa? – tra i propri impegni per avere un nuovo amico.
Reparto di Neurochirurgia.
Una corsia d’ospedale, uno qualunque.
Una stanza, due letti.
In un letto una addormentata, per lo meno così sembra: rasati i capelli, una retina e il drenaggio. L’altro letto è occupato da una signora, anche lei rasata, retino in testa, drenaggio. In attesa di intervento, e op! Un altro goccetto. Siciliana, molto gentile, sulla settantina. Lei: - Chissà se mi avrà sentita? Io ho parlato parlato parlato…
Lui: - Per un anno è a posto, Daniela. Hai detto talmente tante cose che l’hai stordita!
Passeggiano e uscendo i due, un uomo e una donna, si rivolgono alla persona dormiente, Si dice che a chi è in coma, bisogna parlare, cantare, ricordare. Si dice che le infezioni sono all’ordine del giorno. Per forza, tutti quei tubi….
Quel che non si dice è la sofferenza di chi sta intorno e deve star lì ad osservare dei corpi che non rispondono più, ad aspettare occhi che si aprano o per sempre chiusi.
“Fa parte del vivere, la sofferenza. Le corsie degli ospedali sono piene di gente che non sta bene… “ Anche prendersi degli schiaffi o, per non usare lo stesso paragone, donare baci fa parte della vita.
Camminare fa bene! Ma… se non riesco a camminare mi vorreste soffocare con un cuscino?
Ḕ un paragone che non sta in piedi … ops … scusate ma …!
Ma quante espressioni esistono che riguardano il deambulare! Il 15 dicembre 2018, ho avuto un’emorragia cerebrale, che ha colpito i centri del movimento: la spina dorsale, le braccia, le mani e le gambe. Inoperabile, ho avuto un travaso di sangue nel cranio, per questo il drenaggio, con il cervello inondato. Per riassorbirsi impiegherà del tempo, dicono i medici, forse un anno. Nessuno di loro si pronuncia, per non lasciare che si creino o crescano false speranze ma anche perché il cervello rappresenta, nella mia condizione, La parte sinistra è, ancora oggi, dopo cinque anni, immobile, o quasi L’ultimo primario che mi ha visitato, dopo tre anni circa dall’emorragia, ha detto che mi manca, nella testa, un pezzo. Come una strada che è crollata.
- Avrei voglia di addentare un panino col salame
- Non puoi! -
- Vorrei muovermi… -
- Non puoi!
- Parlare, ingoiare, vedere...
- Non puoi!
- Mi scappa…. la pipì e, forse, anche la cacca….
- Puoi farle nel pannolino…
- Ah, che bello! Allora posso rilassarmi…
- Si, ma non troppo, perché capiterà, oh se capiterà, che rimarrai bagnata o sporca per più tempo…
- Ma… ma… ma, come faccio … se non mordo?
- Questo è un problema tuo…
- Ma…ma…ma...
- Il 15 dicembre 2018, ho avuto una rottura al tronco encefalico che mi ha provocato una immobilità dei movimenti lasciando la lucidità dei pensieri e dandomi la possibilità di sentire discorsi, vedere doppio, osservare situazioni e ragionare.
- Sono stata in coma per più di due mesi.
- Il corpo non esegue i comandi del cervello. Le rotelline e il funzionamento di quel che è nella mente rimane, monco, come prima dell’emorragia.
- Per oltre sei mesi non muovevo nemmeno un dito e non mi usciva una parola. Avevo la trachea chiusa da una valvola ed ero spaventosa. Soltanto infermieri, OS per l’igiene e fisioterapisti per la riabilitazione, osavano toccarmi, il mio capo non si reggeva, come quello di un neonato, e mi sistemavano nel letto; stavo sempre in attesa di visite delle mie figlie e dell’uomo a cui volevo bene o aspettavo notizie dai medici. Che non arrivavano. Le notizie, dico. E, per quanto ne so, non sono mai arrivate.
- Ho, in un anno e mezzo, girato cinque strutture, facendo riabilitazione, con un buco nello stomaco. Nell’ultimo Centro ho cominciato ad alimentarmi, mangiando tutto frullato e lasciandomi imboccare perché non in grado di tenere in mano nemmeno una posata.
- Ci ha pensato la pandemia a farmi dimettere e tornare a casa.
- OGGI, 2 gennaio 2024.
- Sto in piedi ma non cammino. Ho difficoltà a parlare, deglutire e mangiare. Comunicazione migliorata. Vedo ancora doppio, gamba e braccio sinistri rigidi ma in movimento. Mano e polso spastici, anche se più mobili. Idee o sensazioni più scattanti. Sento e mi sento, dolori a parte nella zona sinistra, come una di 64 anni con i suoi acciacchi.
Rinchiusi in un ruolo, da soli ci chiudiamo in un ghetto. Cerchiamo la compagnia di chi condivide la nostra verità, ci confrontiamo con chi ha le stesse esigenze nostre.
Ho deciso di ridere. Da quel momento, istante, secondo, insomma da quando me ne sono, davvero, resa conto, ho smesso di preoccuparmi.
Ho scritto per superare questa condizione ma, soprattutto, per fare in modo che molti abbiano una speranza e vedano chiaro dove c’è buio.
E come si fa?
Ognuno troverà le proprie soluzioni. La mia, dopo tempo, l’ho trovata. Si chiama CONSAPEVOLEZZA.
Per il resto sono qui.
Daniela Moscardini
Se volete saperne di più o se vi fa piacere scrivermi: noramoscar@gmail.com
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