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Esperienze di vita

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I ciechi non chiudono gli occhi

di Elisabetta Bellato - Novembre 2020


Lo spot pubblicitario della “Lega del filo d'oro” che vede protagonisti due ragazzi ciechi ma al tempo stesso molto dotati, mi ha tanto emozionata. Più la guardo, più capisco di aver piacere di scrivere qualcosa a riguardo, portando in parte anche la mia breve esperienza come volontaria al 118. Lì in alcuni istanti ti scorre proprio la vita davanti: tuttoè iniziato nell’estate 2013, quando Stefano, il mio ex ragazzo che all’epoca definivo “il primo grande amore che non si scorda mai”, sarebbe stato di turno in Croce Rossa durante la festa della Madonna della Guardia. Non nascondo che la cosa in parte mi aveva incuriosita, ma dall’altra non ci avevo dato più di tanto peso. Avevo solo 17 anni e l’idea di intraprendere un percorso di volontariato di quel genere, proprio come aveva fatto lui, non mi accattivava più di tanto.
Ciò nonostante, ero fiera di lui e lo sostenevo, perché non è da tutti indossare una divisa rossa e mettersi al servizio dei più deboli. I suoi racconti mi incuriosivano parecchio, ma al tempo stesso, quel grande senso di responsabilità verso l’altro che il 118 richiede, un po’ mi inibiva: “E se non riesco a esserne all’altezza?”, era la domanda che mi frullava in testa. Quando poi un giorno, durante uno dei nostri e tanti momenti di intimità e tranquillità tra le mura domestiche,è stato proprio Stefano a propormi di iniziare il corso per diventare volontari, dicendomi che quando me ne parlava mi brillavano gli occhi e quindi secondo lui andava la pena provarci. Ne parlai a casa anche con mamma per confrontarmi e sapere cosa ne pensasse: inutile dire quanto era felice solamente all’idea che io gliene avessi parlato. E così iniziai: tra una lezione di teoria e una di pratica, imparai a fare il massaggio cardiaco al manichino. Un’emozione davvero forte!
Nei mesi successivi diedi il primo esame base per volontari e da lì, nel mio tempo libero, iniziai a dedicarmi al prossimo, prima in affiancamento a Stefano o ad altri ragazzi – allargando così anche le mie amicizie - e poi in autonomia. Uno degli insegnamenti che porto dietro è proprio questo: “Il bene si fa in silenzio. Tutto il resto, è un palcoscenico.”, che non significa tacere di fronte a chi ha bisogno, ma tenere per noi stessi o tra noi volontari e famiglia l’esperienza vissuta, senza divulgarla sui quotidiani locali. Quando entrai per la prima volta in una struttura per ragazzi diversamente abili per animare una festa di compleanno, mi tornò alla mente Alessandro, un bambino gravemente disabile che veniva a fare scuola dove anche io avevo frequentato la primaria. Ricordo che all’epoca veniva accompagnato dal personale addetto che lo aiutava a entrare in aula a causa della poca vista di cui godeva, ma anche purtroppo per i problemi di deambulazione che gli impedivano di essere autonomo. Dalla sua bocca uscivano poche parole, ma sapeva colmare questa mancanza parlandoci con gli occhi ed emozionandoci tutti. Perché Alessandro, per quanto non fosse un mio compagno di classe, era in realtà il compagno di tutti noi: bambini, maestre, segretaria, direttrice e bidelli. Quando veniva a salutarci in classe, era sempre una grande festa e quando il personale medicoinfermieristico che lo seguiva gli consentiva di condividere con noi l’intervallo, non esistevano sondini nasogastrici che gli consentivano di ingerire i cibi di consistenza più dura, né chi aveva il panino alla nutella preparato dalla propria mamma. Esisteva Alessandro, e questo bastava. Quando anni dopo, più cresciuta e in vesti di volontaria, entrai in quel luogo che per lui era casa, chiesi subito e cortesemente alla direttrice delle Suore se potevo vederlo. Non dimenticai mai quel sorriso, né quella risposta: “Cara Elisabetta, non puoi vedere Alessandro perché fortunatamente è stato da poco adottato da una famiglia che gli vuole tanto bene e gli darà tutto l’amore e ciò di cui avrà bisogno. Puoi però farlo divertire col pensiero!” Inutile dire come fui felice nell’apprendere quella notizia. Finalmente anche lui aveva una casa, come tutti i bambini. Il Piccolo Cottolengo era un’emozione dentro un’emozione. Quei bambini, piccoli o grandi che fossero, avevano ognuno qualcosa di speciale. Non era solo animazione e divertimento, ma anche insegnamento. E non intendo imparare a dar loro da mangiare o a prendere una forchetta, ma ridere insieme. Ascoltare ciò che hanno da dirti, con la bocca, con le mani, con gli occhi, ma soprattutto con il cuore. Il mio percorso in Croce Rossa è poi proseguito, nella formazione, ma anche e soprattutto nell’animo. Compiuti i 18 anni il 23 aprile, aspettai settembre per iniziare il corso successivo che consente di salire realmente sui mezzi di emergenza. Fu un insegnamento dentro un insegnamento, teorico, pratico e di cuore. Si passava dal trasportare una persona che a seguito di un intervento chirurgico doveva recarsi in nosocomio per la visita di controllo, ma i famigliari erano impossibilitati ad accompagnarla per motivi di lavoro, a due simpatici “nonnini” di Grava e Sale che ogni venerdì, puntualmente alle 12, dovevano essere in dialisi, ma mai mancava tra loro, amici da una vita, una chiacchiera di allegria, perché così si affronta meglio il dolore, fisico e mentale. Perché così si affronta meglio “l’appuntamento del venerdì”, come erano soliti chiamarlo. Non ci fu mai giorno in cui non portano con sé i cd per ascoltare la musica o i dvd da incorporare alla tv: la dialisi è lunga, e bisogna trovare un modo per far passare il tempo. Tutto questo e molto altro era accompagnato dal calore fraterno tra volontari e personale medico-infermieristico, perché essere volontari è un po’ come essere fratelli: si è lì, tutti per la stessa causa, ossia il bene, lo spirito di liberalità. Donare amore. E le risate, perché stare al tavolo in cucina era più un momento di ilarità, che di rifocillamento. La relazione tra me e Stefano negli anni si era sgretolata, ma quella che mai finirà (perché è finita solo sulla carta e la divisa è stata appesa al chiodo da ormai tre anni per questioni di studio universitario e mancanza di tempo) è proprio quella tra me e la Croce Rossa: una storia d’amore infinita. Di amore reciproco, di amicizie e strette di mano tra tu con la divisa rossa e a volte anche lo sguardo stanco ma guai a cedere e a non sorridere per chi ne ha bisogno, e chi dall’altra parte ti stringe la mano pensando tu sia sua figlia, perché purtroppo la memoria, a causa della demenza senile, viene via via meno sempre più; e tra chi invece ti accarezza il viso per sentire meno la paura e perché crede che la giovinezza di chi ha di fronte, possa infondere in lui/lei coraggio e serenità. Quando ho guardato la pubblicità della “Lega del filo d’oro”, e ho visto che a parlare erano un ragazzo e una ragazza ciechi ma molto dotati (lui laureato in giurisprudenza e lei lo sarà a breve in servizi sociali, ma al tempo stesso atleti perché lo sport nella loro vita non deve mai mancare perché non farlo sarebbe come non respirare, e con amici al loro fianco), mi ha commossa e portato la mente a pezzi di vita che la Croce Rossa mi ha permesso di vivere, e che io contemporaneamente ho consentito a me stessa di farne parte. «L’essenziale è invisibile agli occhi» scriveva Antoine de Saint-Exupéry nel suo “Il piccolo principe” sebbene la vista sia l’organo di senso principale, in quanto ci permette di percepire in modo immediato la realtà esterna che viviamo, offrendoci esperienze coscienti vivide e ricche di informazioni. Come dissero Rocchi, Cornoldi e De Beni nel 1992 in un lavoro di ricerca sul c.d. “Mental Imagery”, d’altro canto per le persone vedenti non è facile descrivere un qualcosa mettendo in luce l’essenzialità a chi non vede; non sappiamo usare un linguaggio semplice, non confondibile che permetta la creazione di un’immagine mentale, perché usiamo poco gli altri sensi di cui siamo dotati e ciò lo si riscontra nella carenza di termini verbali per descrivere le sensazioni olfattive (profumo di pane fresco, aroma del caffè, l’odore del mare). Inoltre, il mondo in cui viviamo è a “misura di vedenti”: vige il mito della perfezione fisica equiparata all’efficienza, alla forza, come se essa fosse associata ad altre qualità, anche interiori, con il rischio di incorrere nell’effetto alone: per cui si valuta l’altro in base ad un’impressione generale o a talune caratteristiche percepite che vengono poi estesi alla persona in toto, creando giudizi distorti, cioè senza una reale base oggettiva. Alle volte sono purtroppo alcune persone vedenti – da cui mi dissocio - a non guardarli davvero, perché tra loro e gli altri “diversi da loro” – come si permettono erroneamente di chiamarli - si frappongono dei pregiudizi che creano falsi miti, luoghi comuni dovuti alla “paura” e alla “mancanza di conoscenza reale” che rendono distanti e incomprensibili tali condizioni di vita. Il filosofo francese Nicolas Malebranche affermava che «i pregiudizi occupano una parte dello spirito e ne infettano tutto il resto».
Comprendere ciò che non appartiene al loro vissuto, accettandone la diversità, richiede uno sforzo da parte loro, in quanto attacca le personali certezze che il sé tende a preservare in virtù di un proprio equilibrio. Si limitano probabilmente a conoscere le realtà lontane dal loro vissuto attraverso un approccio superficiale e riduttivo. Infattiè comune pensare che i ciechi non possano essere autonomi nella loro igiene, nel vestiario e nel vivere da soli, che sono adatti solo a lavori da centralinisti, che non possono essere professionisti, che non possono viaggiare e prendere mezzi pubblici da soli, che non possono fare sport, che non possono vedere musei, film, leggere libri, che non sanno gestire il denaro o che non siano adatti a crescere un figlio. FALSO. Un cieco, invece, può vivere da solo e fare tanto altro.
Persino praticare diverse attività sportive, sia a livello amatoriale che agonistico: le paraolimpiadi sono vetrina planetaria di ciò. Guardateli dentro. Perché i ciechi sanno stare in barca a vela, alle prese con il vento che cambia all’improvviso, con i ganci, con i nodi, con tutti quei misteri di precisione e minuzia che tengono a galla un’imbarcazione. In concerto, imbracciando un violoncello, cercando la nota giusta, per raggiungere la perfezione del testo musicale. Con l’arco tra le mani, davanti a un tirassegno, puntando dritto al centro del disegno. Perché la cecità non è diversità, né maledizione. Guardateli dentro, per davvero.

 

Elisabetta Bellato


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