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L’invisibile

Il non sentirsi capiti è una mancanza di bene affettivo da parte dell'altro

di Joseph Santella - Gennaio 2026


Non mi sento capito, perché?

Forse sono io che sbaglio a fare o a dire qualcosa. Forse il mio modo di approcciarmi agli altri non va bene; può essere che percepiscano le mie insicurezze e mi vedano come un debole, come un essere irrilevante. Un essere piatto. E per quanto mi impegni a farmi comprendere, o a non fare nulla, sembra che in un modo o nell'altro sia solo uno spreco di energia.
Il risultato è sempre lo stesso:

"Non mi sento capito".

È una frase tanto semplice quanto difficile da domare, che può disorientarti, farti perdere chi sei, farti sentire sempre sbagliato in forma passiva o attiva. Come quando pensi: "Non dovevo dirlo, forse ho detto una parola di troppo", oppure: "Dovevo rispondere a quella sua insinuazione", o ancora: "Dovevo reagire a quella sua bravata, alla brutta figura che mi ha fatto fare". Tutto questo sono costruzioni mentali, ma non reazioni nella vita reale. Sono, come dire, un'autodifesa della propria vita, ma in un concetto astratto. La paura della reazione dell'altro che si combina con l'insicurezza di gestire la propria vita.

"Non mi sento capito".

Succede anche quando lo sguardo degli altri si ferma alla superficie, ignorando chi sei davvero. È come essere condannati solo per riflesso, dove basta avere un amico 'sbagliato' per finire nella stessa ombra. È una trappola senza uscita che ha un nome freddo e tagliente: pregiudizio.

Ma c'è un'ombra ancora più scura. Il non sentirsi capiti non è solo solitudine, è un'aggressione silenziosa. È come trovarsi davanti a un ladro che non solo ti vuole fare del male, ma cerca di rubarti anche il bene: l'autostima. Perché chi ti giudica senza ascoltarti non sta solo rifiutando la tua verità: sta provando a convincerti che la tua verità sia sbagliata.

Mi torna in mente quando andavo alle scuole medie, e poi ancora alle superiori. Ero vittima di bullismo e mi chiedevo: "Ma se sanno i problemi che ho a casa, se sanno che non sto bene, perché pure loro mi fanno del male?".

Oggi so che la risposta è sempre la stessa: il non sentirsi capiti è una mancanza di bene affettivo da parte dell'altro.
"Non mi sento capito" diventa parte integrante della vita, si plasma con l'anima dell'essere e non si riesce a disfarsene, tanto che l'insicurezza nelle scelte, nel muovere un passo, nel pronunciare una parola diventa una scommessa.

Ma chi si pone questa domanda è una vittima? No, non lo è.

Cerca solo del bene, nient'altro. E quando, con chi si frequenta, non si sente capito, l'altro non gli sta donando una zolletta di zucchero, un pezzettino di bene dal suo cuore, ma solo egoismo. A volte non ci vuole molto, anche un semplice sorriso per sentirsi capiti, perché l'animo umano è in una continua ricerca di approvazione.

E di quando fai quella fatica immensa cercando di farti capire da qualcuno che sembra sordo alle tue emozioni? Quella sensazione di vuoto quando, dopo aver usato mille parole, l'altro ti guarda come se parlassi una lingua straniera?

Di solito ci dicono:


"Devi avere pazienza. Devi comunicare meglio. Forse non ti sei spiegato bene." Incompleto.
La verità è molto più semplice.
Se devi chiedere di essere capito, la risposta è già "No".


Non sei complicato, sei solo.

Questo vuoto è una prova inconfutabile: lì dove manca l'ascolto, manca la cura. Il bene reale non è solo l'azione, ma anche la comprensione che arriva prima che tu debba cercare sostegno. E l'ingrediente sano della comprensione è la sensibilità.


Più parole usi, meno interesse c'è.

In una relazione genuina e autentica, un semplice sguardo può esprimere tutto ciò che c’è da dire. Al contrario, in un rapporto unilaterale, anche un milione di parole non saranno sufficienti a colmare il vuoto. Più cerchi di giustificarti e spiegarti, più confermi l'idea che l'altro si trovi a una distanza incolmabile da te.


La falsa empatia.

Quando ti trovi in un momento in cui desideri ricevere empatia e sei in una frenetica ricerca di approvazione, senza rendertene conto stai instaurando una connessione malsana. In queste circostanze non si crea un legame fondato sulla reciprocità genuina, ma piuttosto ti ritrovi a scivolare in una posizione di sottomissione, in balia del rifiuto. Chi ti osserva, in questo contesto, percepisce la tua sofferenza come un'opportunità di dominanza su di te, anziché come un invito alla comprensione e alla compassione.


Smetti di chiedere, inizia a scegliere.

Ti sembra duro tutto questo? Forse. Ma è l'unica medicina che funziona davvero. Quando non ti senti capito, non sei solo triste: ti senti povero. Ti senti vuoto perché hai bisogno di qualcosa di vitale che l'altro ha deciso di non darti. Accettare questo fa male, ma ti toglie un peso enorme dalle spalle: l'obbligo di doverti spiegare per forza. Basta cercare le parole giuste per chi ha deciso di tapparsi le orecchie. Smetti di lamentarti dicendo "Nessuno mi capisce" e inizia a dichiarare la tua verità: "Non accetto chi non mi vede. Non spiego il mio valore a chi dovrebbe già conoscerlo.


La verità ti renderà solo all'inizio, ma ti renderà libero per sempre. Ricordalo ogni volta che ti viene l'ansia di chiarire: tutto ciò che devi forzare con le parole, l'altro te lo ha già negato con i fatti. Non sprecare il tuo tempo con qualcuno che ti chiude le porte del bene ancora prima di relazionarti.
Perché dove c'è bene reale, non devi mai chiedere il permesso di esistere.


Joseph Santella


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