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Le finestre dell'anima di Guido BrunettiLe Finestre dell'Anima

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Per chi suona la campanella?

Il prof Brunetti: “Modernizzare i saperi pedagogici ed educativi. Il coraggio di educare bene. Dissolvimento o cambio di rotta”.

Di Anna Gabriele - Settembre 2017

 

C’è nell’aria una nuova atmosfera. Un’atmosfera tra ansia, gioia, preoccupazione, attese e speranze. Sono i sentimenti che incrociano l’animo di genitori e bambini per l’apertura del nuovo anno scolastico.  Una scuola piena di affanni e acciacchi, che ripropone problemi complessi e difficili.

Abbiamo chiesto al professor Guido Brunetti di fornirci, con la sua consueta chiarezza concettuale e sperimentata competenza cultuale e scientifica, un quadro di riflessioni su questo mondo dell’educazione che sembra vivere una crisi perenne.

“L’approccio più corretto - spiega Brunetti - è quello di legare  la questione della scuola alla società. Una società attraversata da profondi e rapidi mutamenti socio-culturali, che sottopongono l’individuo a un bombardamento di stimoli e  trasmettono stati di ansia e insicurezza nonché messaggi legati all’edonismo, all’individualismo e al narcisismo. Una società in transizione e complessa e dunque instabile, incerta, provvisoria.

Questa condizione di disorientamento e insicurezza contribuisce a determinare il lento declino e la frantumazione di quei principi etici che per secoli hanno guidato e sostenuto la nostra civiltà. Una civiltà incapace di creare nuovi valori, priva di futuro, di progettualità e di paradigmi educativi e morali”.

 

Come vivono – chiediamo - questa situazione i ragazzi? “Soprattutto, gli adolescenti manifestano sintomi di marginalità e smarrimento, estraneazione ed emarginazione, fatto che produce ciclicamente una protesta rumorosa e spesso violenta, ma scarsamente produttiva. Essi sono immersi in un mondo mercificato, calati nell’industria culturale di massa (abbigliamento, videogiochi, moto, macchina, dischi, alcol, droga). Ci troviamo - precisa Brunetti - di fronte ad una grammatica morale e valoriale in degradazione”.

Come si colloca la scuola in questo quadro? “La diagnosi sulla scuola appare impietosa. Essa, come rileva uno dei maggiori teorici dell’educazione, W. Brezinka, si presenta ancora come un ‘corpo separato’ dalla società, ‘chiusa’ nelle polverose pareti dell’aula e senza una politica riformatrice di grande respiro culturale e scientifico. Manca un’architettura formativa del sistema scolastico e manca una cultura di ‘modernizzazione’ dei saperi pedagogici ed educativi”.

E gli insegnanti? “La crisi culturale e valoriale non ha risparmiato neanche i docenti, per cui appare difficile essere un buon educatore in questa situazione, una situazione che ha via via originato una tendenza personalistica e consumistica, fatto che indebolisce necessariamente la volontà e la capacità di insegnare ed educare. In molti insegnanti si percepisce un senso di frustrazione e  demotivazione, aggravato dal timore di comportamenti aggressivi e violenti da parte sia di studenti che di genitori, sempre pronti a difendere i propri figli, un atteggiamento spesso immotivato e dettato da un inconscio sentimento di colpa. C’è inoltre l’esigenza da noi sostenuta da anni di una formazione su base scientifica.

La pedagogia, infatti, se vuole sopravvivere, deve essere fondata  sulle meravigliose conoscenze della nuova scienza del cervello e della mente, in relazione al funzionamento dei sistemi neurali e cerebrali, ai processi educativi, formativi, di sviluppo e di apprendimento. La pedagogia non è adeguata, non è in grado di  preparare docenti ed educatori. Essa ‘non ha valore scientifico e non possiede un sapere chiaro e applicabile nella prassi’. E’ una pedagogia ‘guazzabuglio’, confusa e oscura, con tanta povertà teorica, imprecisione, astrattezza e frammentazione.

C’è dunque una profonda crisi della pedagogia e dell’educazione. Siamo pienamente d’accordo con Brezinka: ‘Cambio di rotta o dissolvimento’.

Contro la ‘fine dell’educazione, dell’inerzia e della debolezza degli educatori’, occorre allora il ‘coraggio di educare bene’, formare cioè se stessi, gli alunni e il proprio ambiente. Il coraggio di educare bene significa avere il coraggio di ‘possedere uno stile di vita individuale e collettivo ordinato’. Che è cultura stabile, positiva, armoniosa, espressa da docenti, famiglia, genitori, scuola e lavoro”.

 

Per chi suona quindi la campanella? “Suona - risponde il professor Guido Brunetti -  per tutti questi soggetti.

Si tratta di ridisegnare radicalmente un nuovo progetto educativo, che abbia come base due architravi fondamentali: l’educazione permanente e un sistema formativo integrato e unitario (scuola, famiglia, mondo del lavoro); e come orizzonte il principio della qualità dell’insegnante, dell’istruzione e dell’educazione costruita su dati neuro scientifici sicuri e sperimentati.

Sta di fatto che dalla fine degli anni sessanta, l’intero Paese, con la politica, le amministrazioni e i cosiddetti intellettuali, ha dimostrato, come concorda Panebianco, ‘totale disinteresse’ per la qualità dei docenti e dell’insegnamento. L’unico interesse è stato il pezzo di carta, reclutare insegnanti.

Nessuna meraviglia per ‘l’ignoranza di tanti laureati’.

La ‘buona scuola’, non la fanno i computer, i tablet, le nuove tecnologie, ma la qualità dell’insegnante. Con buoni docenti, la peggiore riforma darà ‘buoni risultati’. La migliore riforma, con pessimi insegnanti, darà ‘pessimi risultati’.

 

La tolleranza è un principio dialettico importante, ma non è una norma valida per fissare i principi e i valori secondo i quali vogliamo vivere ed educare”.

 

Anna Gabriele

 

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