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Le finestre dell'anima di Guido BrunettiLe Finestre dell'Anima

di Guido Brunetti   indice articoli

 

Il prodigio del cervello delle api.

Come e cosa imparare da loro

Giugno 2017

 

Poeti, scrittori e filosofi hanno raccontato le meraviglie delle api (apis mellifera), osservando il loro straordinario comportamento e la loro stupefacente organizzazione. Negli ultimi anni, etologi, biologi e neuro scienziati hanno fornito dati e scoperte su un insetto conosciuto fin dalla preistoria.
Le api hanno avuto nel più grande poeta latino, Virgilio, il loro sommo cantore universale attraverso pagine stupende. Nelle “Georgiche”, egli descrive la mirabile società delle api e le loro ferree leggi che la governano. Un mondo in cui ogni ape ha un ruolo, una organizzazione così razionale che alcuni considerano le api “dotate di una mente divina”. Esse nutrirono Giove bambino - dice Virgilio - tenuto nascosto sul monte di Creta.
Le api - aggiunge il poeta latino - incarnano un mistero, il mistero della loro intelligenza, il mistero del loro coraggio, il mistero della loro concordia, e fanno parte di un’Anima universale o “Anima mundi”.
Anche Aristotele e Plinio hanno condotto ricerche sulle api, descrivendone l’organizzazione caratterizzata da una società ordinata e compatta e  notando che non si posavano su qualsiasi tipo di fiore, ma tornavano sempre sui fiori dello stesso tipo, senza danneggiarli. Da parte sua, Cicerone delineò una “res publica” delle api che paragonò alla “res populi”, una società che assurge a trasfigurazione simbolica della società romana e dell’organizzazione dello Stato.
Virgilio e Seneca indicano le api come modelli per promuovere addirittura il libro e la lettura. I lettori – dicono - devono imitare le api che suggono i fiori adatti a fare il miele, alimentando così il loro cervello.

 

Invero, le ricerche nel campo dell’etologia e delle neuroscienze sostengono e rafforzano questi orientamenti e mostrano che gli esseri umani sono caratterizzati dai medesimi componenti chimici ed hanno le medesime reazioni fisiologiche degli altri animali. E’ stato dimostrato, ad esempio, che i ratti  possiedono la capacità di “riflettere” sui propri pensieri, una capacità che viene definita meta cognizione. Un tempo si riteneva che solo gli esseri umani avessero tale capacità. Ogni animale poi ha la sua personalità. Gli scienziati ritengono che l’individualità sia “un imperativo essenziale per la sopravvivenza di ciascuna specie”.
Dallo studio degli animali, si possono ricavare molte conoscenze sull’evoluzione della mente e su cosa possiamo imparare da loro.
Tra gli animali “più intelligenti e importanti” del pianeta sono le api, come dimostra l’opera intitolata “L’intelligenza delle api. Cosa possiamo imparare da loro” scritta dal neurobiologo Randolf Menzel e dal filosofo Matthias Eckoldt (Raffaello Cortina Editore, Milano 2017).
Le loro ricerche indicano che il minuscolo cervello delle api “pensa, pianifica, fa di conto e forse sogna”. Questo significa che esse possiedono “molte delle nostre capacità mentali, come la percezione dei profumi e dei sapori, vedere i colori, sentire, memorizzare, apprendere regole e strategie, riconoscere i volti, prendere decisioni, rappresentazione di ciò che si trova nel mondo, risolvere problemi, imparare, orientarsi nello spazio, comunicare informazioni, esplorare il mondo circostante. Stupefacente poi il loro olfatto, poiché distinguono sostanze diverse. Riescono a “comunicare” anche nell’oscurità dell’alveare la posizione di luoghi distanti chilometri.
Nelle api si trova uno dei più complessi esempi di comunicazione animale, che avviene attraverso stimoli acustici, chimici e tattili. Comunicano infatti la direzione, la distanza e la qualità della fonte alimentare.
Il metodo di comunicazione più importante è la “danza scodinzolante” o “dell’addome”, un fenomeno noto invero da quasi 2500 anni, ma solo da un secolo oggetto di indagine scientifica. Mentre compiono la loro danza, le api “si scambiano informazioni sia sul nettare e il polline sia sulle fonti d’acqua e di resina” sia per “concordare” una nuova sede per l’alveare. Per la loro navigazione nell’ambiente, le api si servono di una “mappa cognitiva”. Percepiscono lo spazio, volando con grande sicurezza nell’ambiente, atterrano con notevole precisione sui fiori, sfrecciano una accanto all’altra, ma di rado si scontrano. Nonostante il numero ridotto di neuroni, il cervello delle api può arrivare a “prestazioni di intelligenza elevata”, perché i neuroni sono vicini tra di loro. Più vicini sono i neuroni, più elevata è infatti la velocità di comunicazione fra di essi.

 

Insomma, il cervello delle api, che ha  un volume di un millimetro e comprende circa un milione di neuroni, è fatto “per il pensiero”: formare, ad esempio, concetti e categorie astratte, “eguale e diverso”, “sopra-sotto”, “simmetrico - non simmetrico”.  Si tratta di una fantastica capacità di pensiero, di apprendimento, di memoria. Fra tutti gli insetti incontrati - precisa Menzel -, le api hanno “l’intelligenza più elevata, come una capacità sensoriale maggiore; abilità motorie più complesse; organizzazione sociale; capacità di apprendimento; capacità non solo di comunicare, ma di farlo tramite un “sistema simbolico”, come avviene negli esseri umani”.
Attraverso lo studio del cervello di queste meravigliose creature (ciascuna pesa in media 80 milligrammi), riteniamo che si possa giungere a una migliore comprensione scientifica della struttura e del funzionamento di tutti i cervelli, compreso il cervello umano. Si tratta di spettacolari risultati sperimentali che ci forniscono feconde risposte ai molteplici e complessi interrogativi ancora aperti e sempre legati agli esseri umani, al loro cervello, al loro pensiero, ai loro comportamenti.
Per concludere, diciamo che l’ape vive in una società nella quale sono presenti una sola femmina feconda (regina) e numerose femmine sterili (operaie). I maschi hanno il compito di fecondare le nuove regine., dopodiché muoiono o vengono uccisi dalle operaie.
Capire in che modo un cervello così piccolo e prodigioso svolga una sofisticata  quantità di attività significa individuare nell’ape un “modello” per gli esseri umani.
Rimane il problema di fondo: come il cervello (sostanza materiale) produca il pensiero, la mente (sostanza immateriale). Ignoramus et ignorabimus, non lo sappiamo e forse, come ha dichiarato uno dei maggiori neuro scienziati, Emil Du Bois-Reymond, non lo sapremo mai. E’ l’eterno e sempre ricorrente problema del  rapporto tra cervello e anima (mente), tra materia e sostanza immateriale, anche se la neuroscienza finora sembra aver risolto la questione, attribuendo gli stati mentali agli stati cerebrali in quanto sostanze che coincidono.
La ricerca scientifica è ricca di gratificazione. La possibilità di entrare in un cervello tanto piccolo con la sua prodigiosa rete di neuroni è davvero, come concorda Menzel, “un’esperienza sconvolgente”.

 

   Guido Brunetti

 

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