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Vecchio 08-09-2005, 22.25.20   #11
Vaniglia
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E POI, PERCHE' IMMAGINARE DOVE FINISCONO LE EMOZIONI

Oggi, pensandoti, ho provato un senso di vertigine. Non la vertigine che ti prende quando sei sul ciglio di un precipizio e non hai più appigli.
La vertigine che ho provato aveva una natura diversa, è la vertigine di un amore totale, di un amore che se avesse un’immagine sarebbe una parete levigata a centinaia di metri di altezza.
La vertigine di un amore senza compromessi, che toglie il fiato, che prende alla gola, alla bocca dello stomaco, che impedisce di respirare. E’ la vertigine delle emozioni che si rinnovano, che si superano giorno dopo giorno, sempre più nuove e imprevedibili, senza sapere o immaginare dove ti condurranno (e poi, perché immaginare dove finiscono le emozioni?)
Come non provare un senso di vertigine se riguardo indietro e improvvisamente vedo che quella strada, percorsa inconsapevolmente, senza saperlo, insieme, dopo spazi immensi di levigata piattezza ha preso a salire vorticosamente portandoci su vette immacolate e pure.
La vertigine mi accompagna (succede anche a te?) mentre mi avvicino a te, alle parole che vogliamo dirci e che abbiamo mille volte pensato, ai gesti che abbiamo immaginato, ai silenzi che abbiamo desiderato di condividere.
La strada ormai scorre ad altezze siderali se paragonate al metro con cui misuriamo normalmente le distanze: non ci sono parametri con cui stabilire il rapporto con il resto del nostro mondo.
La strada che adesso, in questo momento, mi viene incontro ha la forma delle tue braccia protese verso di me. Intorno le luci si alternano e cangiano colore come i tuoi occhi in un giorno di inizio estate, lo stesso giorno che dedicammo a noi.
Guido soprappensiero, la stazione radio mi rimanda musica che ha la dolcezza dei grandi spazi della campagna ondeggiante con ampi panorami che si perdono fra le colline e che fanno intravedere che al di là altre colline e altre pianure si fisseranno davanti al mio, al nostro sguardo.
Guido guardando le nuvole che si rincorrono come parole che cercano un senso, il senso di quelle parole che immagino abbiamo dentro di noi e che ascoltiamo con un senso di felicità e di vertigine.
Guido distratto da queste tue parole, dalla sorpresa di sentire la tua voce incrinata dall’emozione: sì forse eri un po’ emozionata, forse non volevi ammetterlo e per nascondere il colore mutevole dell’iride che tradiva la gioia e il desiderio, guardavi al di là delle mie spalle.
Penso che la voce sia lo strumento della nostra anima, le sue modulazioni sono il riverbero dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo, la prova che esiste dentro di noi.
Ho immaginato la tua anima attraverso la tua voce quando mi hai detto “credi che dentro di noi esista la pace dell’amore?” E non c'erano risposte, se non una, l'unica possibile.
Nel silenzio di quell’atmosfera incantata non erano le parole la cosa più importante ma la melodia che ad esse avevi donato, come musica che per magia esce dalle corde di uno strumento.
Ho immaginato la tua anima quando la tua voce guidava i miei occhi e le mie mani sul tuo corpo. Come allora ti stringono forte, e ti lasciano andare mentre ti sollevi e volgi lo sguardo verso i miei occhi.
So che sei bellissima quando mi guardi fissando il cielo, in quel momento il mio corpo non ha più senso, né materia, è una cosa sola con il tuo.
Ho immaginato i tuoi capelli che mi abbracciano come le tue mani. Ti allontani solo per un attimo e nel rifare quel gesto, antico, sacro, la tua voce ha lo stesso suono del vento intorno al cristallo. Ho immaginato le tue mani che vibrano su di me, i tuoi occhi che si spengono nelle sfumature di verde che circondano le pieghe infinitesimali del mio iride.
Ora la notte è avanzata, mi inghiotte e nei tuoi occhi ho ritrovato il fascino della vita che si riproduce giorno dopo giorno.
Fuori, intorno, tutto si è fermato. Aria immobile. Suoni immobili. Vertigine.
Mi libero dal tempo. Sono fuori dal tempo. Sono dentro di te.

di A.P.

Ultima modifica di Vaniglia : 08-09-2005 alle ore 22.35.26.
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Vecchio 08-09-2005, 22.27.04   #12
Vaniglia
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COSA C'E' DOPO UNA NOTTE

Ancora il filo della memoria, dei ricordi che tornano prepotenti, giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Eri in pantaloni bianchi, le scarpe basse, il golf turchino: portavi occhiali da sole in quella sera in cui toccai le tue mani e solo più tardi mi scopristi i tuoi occhi, belli, mobili, trasparenti.

Ho sempre pensato, dopo, che sarebbe bastato leggerli, i tuoi occhi, per capire tutto.
Capire la tua ansia di felicità e, insieme, di malinconia per un incontro che difficilmente si sarebbe rinnovato.

E’ sempre facile a posteriori rileggere le nostre esperienze; quello che ci manca è forse la capacità di interpretare la realtà con freddezza. Non ho questo dono, lo sai, sono un passionale, un maledetto istintivo che s'innamora continuamente di tutto ciò che mi circonda.

La mia sete di amore è paragonabile solo a quella del viaggiatore in un deserto che vede nei miraggi una possibile soluzione alla sua condizione. Io faccio altrettanto e, come il miraggio, l’oggetto della mia rincorsa svanisce nell’aria, lasciandomi nelle mani sabbia, solo sabbia.

Non te ne faccio una colpa, bada bene, tu fai la tua “gara”, se mi permetti il termine, sono io che sbaglio in questo mio insistere cocciuto alla ricerca di un possibile approdo.

Tu non parli mai di felicità, anzi spesso mi hai detto che preferisci il termine emozione, entusiasmo; la felicità l’hai messa da parte, in un cassetto di cui non hai più la chiave.

Eppure, quella sera, forse, abbiamo avuto momenti di felicità, soprattutto quando abbiamo prima camminato e poi, quasi di corsa, disceso la riva del fiume per sederci sull’argine mentre le chiatte risalivano la corrente verso la città.

Eri stata poche volte in quella posizione e non ricordavi esattamente l’ansa del fiume che, basso e languido, roteava su stesso riprendendo la direzione in cui eravamo; quella ampia, sinuosa ansa mi richiamava altre linee, altre forme, altre emozioni.

Abbiamo guardato a lungo l'acqua e quegli alberi pendenti e non credo che dimenticherai così facilmente il momento in cui ti sollevasti per cogliere le sensazioni di gioia che pervadevano le pieghe delle tue cellule, soprattutto quelle più intime.

Ora so cosa mi è rimasto di quell’incontro: il ricordo, ed è la cosa più bella.

La tua sicurezza, la tua fierezza le ho dimenticate, cosa me ne faccio? Dove posso andare con la tua caparbia affermazione di indipendenza e di solitudine.
Se devo rimanere solo, preferisco farlo con i miei ricordi.

Non so se ti rivedrò, ma se questo succederà credo che quel ricordo non potrà riformarsi. Essi, i ricordi, sono unici nella loro solitudine, nella loro piccola cella riposta in uno dei milionesimi frammenti di materia grigia che li circondano.

Come possiamo far vivere cellule che entrano in contatto fra di loro attraverso l’energia vitale pompata dal nostro cuore; come potrà mai riprendere materia e colore quel momento di sollecitazioni nervose che si propagavano nel mio corpo e, tramite il terminale che in quel momento si connetteva, incuneandosi nel tuo, propagarsi, dilagando nei tuoi vasi linfatici e sanguigni?

No, non può essere una riproduzione meccanicistica, ancorché spiegabile scientificamente, della realtà, il modo di rivivere quella felicità.

Deve nascere in noi, sapendo che sarà diversa, fatalmente se vuoi, ma nella diversità, “forse” altrettanto viva, emozionante, unica.

Se sei ancora davanti a questa lettera, se non hai già diretto il puntatore verso l’angolo in alto a destra e interrotto la comunicazione che in questo momento mi lega a te, se ancora voglia di sognare, fai qualcosa da cui io possa trarre la conclusione che il tuo cuore non si è fermato.

Se non sei più davanti allo schermo, non per questo suiciderò il mio ricordo, anzi lo terrò in quel angolo caldo, in attesa che un terminale nervoso lo recuperi e lo materializzi, probabilmente (e qui vedi sta il mio inguaribile e fanciullesco ottimismo) per un’emozione altrettanto coinvolgente, perché, sai cosa c'è dopo una notte? La notte successiva.


di A.P.

Ultima modifica di Vaniglia : 08-09-2005 alle ore 22.36.27.
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Vecchio 08-09-2005, 22.30.11   #13
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IL PITTORE

Le vie della città erano ancora deserte quando sono arrivato.

Palazzo dei Diamanti ti accoglie con il fascino di chi ha oltre 500 anni e che sa presentarsi con eleganza nelle occasioni migliori. Anche la fila per il biglietto diventa un momento per convivere l’atmosfera densa di storia che nelle sale, nei cortili si può respirare.

I quadri sono disposti in modo da poter leggere la storia dell’ispirazione del pittore: il giorno, il tramonto, la luce tagliata sull’acqua, le onde minuscole del fiume, le fronde degli alberi sono reali sensazioni di gioia o di malinconia.

C’è nel colore la forza dell’anima, la voglia di comunicare lo stato d’animo del pittore.

Tutto diventa all’improvviso un caleidoscopio. Fermati (se ci andrai), fissa il quadro che più ti piacerà: verrai risucchiato nel vortice del tempo, i tuoi abiti cambieranno colore, sarai tu quella con l’ombrellino, tu quella con lo sguardo rivolto al fiume, sarai tu il magico vogatore sul fiume, sarai tu che terrai la vela della barca, camminerai sull’erba vicino al roseto, ti scalderai le mani vicino al fuoco, la neve che cade sulla strada sarà per incanto sui tuoi occhi….
Tornata nella sala avrai capito che le impressioni, le emozioni del pittore sono anche le tue.

Sono stato felice in quelle ore. Poi ti avevo con me e mi piaceva pensare alle emozioni che avresti provato.

Ora, nella magica luce della notte che mi avvolge, ti scrivo non tanto per segnalarti di vivere questa mia esperienza per poterla poi confrontare ma per anticipare, forse in modo illusorio, il momento in cui insieme saremo davanti ad un altro quadro, molto più vero: il nostro.

Per carità non pensare che voglia restringerti all'interno di una cornice.
Tu, donna libera, desiderosa di spazi in cui esprimere la tua vitalità non potresti resistere molto tempo in una posa, anche se questa sintetizza una pluralità di stati d'animo che provengono dal tuo io.
Il nostro quadro, se mi permetti la metafora, è un mosaico di frammenti di emozioni, di parole, di gesti, di stati d'animo che si compongono e si scompongono proprio come il caleidoscopio che magari da piccola avrai con curiosità guardato volgendolo verso il sole o la luce di una lampada.
Con una differenza : i frammenti ci ritornano indietro, rimbalzano nel nostro animo dandogli una luce nuova; entrano dentro noi e modificano le percezioni che abbiamo di noi e degli altri.

Davanti a questo mosaico vivo, mobile, che si espande e si restringe, assumiamo ruoli, pose sempre diversi, lo modifichiamo consapevoli che le immagini di quel mosaico non le potremo fissare come delle istantanee, ma saranno il rapido procedere verso altre e nuove composizioni della nostra vita.

Le vivremo insieme, senza guardarle troppo. Lo vivremo insieme consapevoli che le nostre emozioni il pittore, non può dipingerle tutte.


di A.P.

Ultima modifica di Vaniglia : 08-09-2005 alle ore 22.37.14.
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Vecchio 08-09-2005, 22.31.36   #14
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ANCORA ASPETTO ALADINO

Oggi ho letto nei tuoi occhi la voglia di ritornare ancora lì, seguendo il percorso della scorsa settimana. Mi hai preceduto, guardandomi di tre quarti, ero troppo spostato e gli alberi impedivano che tu potessi vedermi facilmente.
Abbiamo preso quella discesa meno ripida, quella avvolta nel profumo dei limoni, fino al mare, fino agli ultimi contrafforti della costa.
Non vedo più le ombre della stanza, le tue ombre, del tuo viso, del tuo corpo riflesso nella parete lucida dell’armadio. Ti guardo come se fossi ancora vicina.
Ti guardo nella lente d’ingrandimento della mia labile memoria, e i tuoi occhi mi sembrano due piccole lucciole che brillano nel vuoto della stanza.
Il buio della notte non mi aiuta a vedere se i brillanti che si muovono nel buio sono le tue pupille o il movimento ritmato dei giochi di luce che entrano dalla finestra; voglio pensare che sei tu, che sei tornata a trovarmi, che non sei uscita.
Come la scorsa sera, come sempre, mi hai colto all’improvviso parlandomi di te, dei tuoi desideri, delle tue impressioni.

Sei come una nuvola che passa su un terreno arido, bisognoso di ombra e di pioggia.
Dopo sei entrata di nuovo nella stanza e le tue dita sono diventate l’articolazione della mia gioia, la tua bocca la sorgente per la mia sete.
Adesso, riannodo i fili del tuo amore intorno a me, vorrei passarlo fra le tue mani: lo sbroglieresti guardandomi, poi lentamente lo prenderesti per un capo e con gesti lenti, misurati, cantilenanti, giocheresti con le estremità, lo annoderesti di nuovo, lo rimetteresti sul tavolo, facendone disegni, figure, immagini con i diversi colori.
Ecco le cascate delle tue creazioni sul mio braccio, sulle mie spalle, sulle gambe, sul torace. Mi stupisco della lunghezza del filo, della sua morbidezza, della sua elasticità.
Mentre le note del piano corrono sulla tastiera, gioco con le parole come un funambolo che ha perso il coraggio di scendere dal filo del trapezio.
Ora il cielo è senza fili, non è ancora ora di alzarsi per vedere se la luna è sorta: ”o pallida luna senza arte ne parte”, e non vedo nemmeno le onde della tua gonna alzarsi.
Gioco ancora con le parole, per vedere se mi spieghi qual è il filo di Arianna che ci lega.
Arianna, Teseo, il Minotauro. Le parti si invertono. Minotauro è un tranquillo gattone che vuole solo dormire e non sa perché Teseo ha deciso di ucciderlo. Il filo di Arianna è l’iperbole del destino.
Se ricordi bene, i nostri desideri e i nostri sogni ce li siamo raccontati, prima di addormentarci, pensando a quando abbiamo contato diecimila stelle e nel contarle abbiamo dimenticato qualcosa come milioni di milioni di luci che ci circondavano.
E sì che mi dicevi “se le stelle sono diecimila”, quanti saranno i desideri e i sogni che potremmo esprimere, se solo la metà di queste scendessero verso di noi.
“Aladino è un mercante da strapazzo che ci vuole vendere la solita mercanzia” ti ho risposto. Solo allora ho capito che quelle stelle erano la metafora della nostra esistenza: sospese, labili, ma anche incommensurabilmente vicine nella loro siderale lontananza.
“Aladino vuole prendere i tuoi sogni” mi hai ribattuto, mentre mi prendevi la mano per passartela tra i capelli, gesto, questo, che segnalava un preciso desiderio: il bacio della notte.
Ora che i sogni li abbiamo lasciati nella notte, al di là delle nostre spalle, ho ripreso a scrivere per dirti che ancora aspetto le tue parole. Quelle che hai infilato per me lungo il filo colorato del tuo amore.


di A.P.

Ultima modifica di Vaniglia : 08-09-2005 alle ore 22.38.19.
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Vecchio 08-09-2005, 22.40.23   #15
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LA LETTERA

Questa lettera l’ho scritta e, poi, cancellata molte volte. Aveva un mittente ma non il destinatario. Ho cercato la migliore qualità di carta e i più meravigliosi e colorati francobolli per potertela spedire. Ho anche cercato di usare la penna stilografica al posto dell’anonimo carattere del computer e donarti le mie sensazioni attraverso le volute morbide ora nervose della mia calligrafia.
Ma tutto è stato inutile. Le parole si cancellavano da sole e venivano sostituite da altre diverse, ugualmente mie, intime, ma non quelle che avrei voluto scriverti.
Era necessario? Nel rifugio che cercavo, fra le strade che percorrevo, spesso ho trovato immagini o illusioni che ho decifrato credendo che il destinatario fosse lì ad aspettarmi. Ma ho sbagliato i tempi.
Non sappiamo, né io, ne tu, il momento dell’arrivo a destinazione dei nostri messaggi; è un problema di tempi, di attimi, di magie legate alle nascoste e, per noi, imperscrutabili alchimie delle vibrazioni che collegano cervelli, cuori, anime.
Ora questa lettera è qui davanti a me, che si compone da sola, non devo fare niente, sai, le parole si aggiungono una dopo l’altra, si infilano dentro a quel filo invisibile che ci lega.
Ascolto con gioia e nostalgia le note che tu ami, forse è questo che le fa muovere?
Dove sono adesso i tuoi occhi, le gemme che hanno incorniciato la mia esistenza senza saperlo? Staranno guardando le persone che insieme a te condividono gli attimi di questa serata, o cercheranno di andare oltre, di superare lo spazio che ci separa? Avranno il velo della notte che li chiude in un caldo abbraccio o saranno vigili e attenti per ricordare movimenti, gesti?
Non è più nei ricordi, nella memoria o nelle pieghe dolci delle parole ritrovate che cerco me stesso. Adesso ho voglia di percorrere insieme a te gli spazi della memoria futura.
Percorrere cosa, dove, come? Sentire le tue mani che mi accarezzano e mi parlano di amore. Sentire quando mi vieni vicino e ti fai piccola per essere abbracciata.
Amo i tuoi silenzi e i tuoi sguardi. A volte non ho voglia di parlare, ho solo voglia che tu sia vicina. La tua presenza mi da pace. Ho la sensazione di averti già avuta mille volte, di averti già incontrata e baciata; di aver ascoltato la tua voce, come tu la mia; di aver catturato le tue emozioni, come tu le mie; di aver preso le tue energie, come tu le mie.
Adesso ti cerco fra queste parole. Ho ho solo queste nel buio della notte. So che sei nascosta nelle pieghe di una frase, di tante frasi già scritte e vorrei decifrarle insieme a te. Scorro con te le pagine dei nostri innumerevoli messaggi: ricomponiamoli, dentro di essi c’è la soluzione dei miei punti interrogativi.
Lo so che adesso, guardandomi, aprendo il tuo volto in un sorriso, mi chiederai il perché di tante domande. So anche che nella tua incrollabile certezza mi ricorderai che voglio e che sono sempre alla ricerca di conferme.
Questa lettera ti arriverà, non importa se a mezzanotte o nel primo pomeriggio. I francobolli sono quelli ami tu. La vedrai mentre insieme percorreremo questa nuova strada, quella che porta alla nostra casa, quella che stiamo costruendo insieme.
E' lì che vorrei condurti, senza fretta, a piccoli passi, guardando avanti, senza fermarsi. Là le stagioni passeranno una dopo l’altra, le lune si alzeranno e si alterneranno, il vento, il freddo lascerà il posto al sole e ad assolati tramonti e poi ancora ad albe. Se ne avremo voglia le potremmo anche toccare.


di A.P.
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Vecchio 08-09-2005, 22.42.14   #16
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ESPRESSIONE DI UN SOGNO


Espressione di un sogno. Per risentire le voci e i suoni che la mia mente ha ripercorso in un attimo nel silenzio di un assolato tardo mattino.
Espressione di un’inquietudine nata dalla consapevolezza della ricerca di un tempo ritrovato. Tutto nello spazio non più angusto del tempo. Il nostro tempo.
Da lì, da quel momento, ho considerato che il sogno è la metafora della vita che scorre, impercettibile, a tratti intermittente.
Mi sono inoltrato solitario nella brughiera della memoria, su questo soffice prato, umido di foglie cadute, battute dal vento, impregnate di humus, colorato dal susseguirsi di stagioni, per carpirne gli ultimi silenziosi segnali di vita, l’insieme di immagini che in successione brevi, nitide hanno raccontato le loro storie di sommessa semplicità.
Ora il tempo sta percorrendo all’inverso il suo cammino.
Sono sulla bicicletta con mio padre, mi sta accompagnando a scuola. Allora ero piccolo. Potevo stare sulla minuscola sella che era vi era agganciata. Tenevo le mani minute sul manubrio, guardando avanti. Sento il suono delle sue gambe che girano, regolari. I piedi sui pedali, l’incedere lento, la sua voce, il richiamo di un merlo, il soffio del suo respiro sui miei capelli.
Mio padre mi ha sempre parlato, portando le sue guance vicino al mio viso: ora per dirmi che quell’albero stava fiorendo, ora per segnalare la presenza di un mio compagno di scuola.
In fondo, la salita. Mio padre scende, accompagna la bicicletta a mano. Sorrido. Mi piace quando la porta solo per me: è come se mi volesse lanciare nello spazio.
Anche tu accompagnavi la tua bicicletta a piedi mentre percorrevi la strada, amica, conosciuta verso i bordi della campagna.
Stavo al tuo fianco e il calore del tuo braccio mi attraversava come una sorgente di calore.
Non sono più seduto sulla piccola sella, sono nell’orbita in cui lui mi ha lanciato tanti anni fa.
Memoria di un viaggio iniziato e poi interrotto mille volte. Sai quanti minuti sogniamo ogni notte? 60, 70, 90, che moltiplicati per 10, 20, 50 anni rappresentano un tratto non indifferente della vita.
Un viaggio ogni volta interrotto e poi ripreso, un cammino che mi ha portato ai bordi di questo sentiero di erba e terra, senza poi sapere se la polvere che si addensava sui miei piedi aveva o meno la consistenza per poterci seminare qualcosa.
Tu, sotto questa polvere depositata negli anni, hai scoperto la pelle riportando alla luce cimeli, sete preziose, gioielli inestimabili, splendidi ori e argenti e quanto di più magnifico e unico un tesoro può nascondere. Fra questi piccoli tesori, c’era anche quest'immagine ricorrente, e anche altre più remote, nascoste.
Le hai dischiuse fra le tue mani, hai visto danzare leggermente , i miei sogni come piccole lucciole, che incedevano eleganti, sinuose. Loro ti hanno avvolto, accarezzato. Ti hanno illuminato.
Le hai prese e rinchiuse sotto le vesti, sul tuo seno. Non hai temuto di perderle. Si sono fuse sulla tua pelle, tatuandoti delicatamente.
L’espressione del sogno, di tanti sogni.
Ora la vibrazione di una viola d’amore lentamente accompagna le mie dita sulla tua pelle, ora il leggero ticchettio dei battiti di mani scandisce il ritmo di una danza. Punteggiatura di un incontro.
Alto, nel cielo, le ali di un airone si incurvano, riprendono quota, come le tue braccia, che poi discende e si immerge fra l’erba e l’acqua.
Il sogno si è sempre fermato qui, nell’immagine di un abbraccio di mio padre che si scioglieva piano, per poi lasciarmi nel gesto di un invito ad andare, a salire le scale della scuola, nello sguardo che non si fermava, anche oltre il portone, che mi accompagnava e si dissolveva in un ultimo sorriso.
Il sogno si interrompe e rinasce. Il silenzio svanisce e si ricompone. Il sorriso si scioglie e riaffiora. Anche le minuscole lucciole della notte si rifugiano nel largo e soffice prato dei ricordi.
Non più solo, davanti ai filari ordinati del tempo che scorre e ritorna invertendo il senso, ho rivisto senza veli il candore della tua anima.

di A.P.
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Vecchio 08-09-2005, 22.44.31   #17
Vaniglia
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FIORE

Ti guardo

Fiore rovesciato su di me

Ti annuso. Ti aspiro. Respiro insieme a te

Ti apro

Fiore dischiuso su di me

Ti scopro. Ti trovo. Mi smarrisco insieme a te

Ti trattengo

Fiore prezioso, dorato su di me

Ti avvolgo . Ti stringo.


di A.P.
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Vecchio 09-10-2005, 00.04.46   #18
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ASIA



L'autobus si fermò, scuotendosi come un cammello polveroso, nella piazza del mercato. I miei occhi vagavano cercando di incontrare quelli dell’uomo che stava aspettandomi; non capivo ancora bene dov'ero. La sveglia era stata brusca, alle quattro faceva buio, gli occhi neri dei miei compagni erano stati la mia guida, finché la luce pallida dell'alba aveva colorato di rosso le montagne che avvolgevano quella specie di calda nicchia che era il sedile dell'autobus.
La porta dell'autobus si aprì e profumi, odori di spezie e ortaggi, di cuoio e di sudore, mi avvolsero dicendomi che era bene che mi alzassi.
Lei, silenziosa, avvolse il suo scialle rosso intorno al capo, si girò: dalle sue mani comparve all'improvviso un sacchetto blu pervinca, se lo strinse al petto, si alzò e uscì, sparendo nella folla.
La sera, mentre salivo per la Medina, da una grata due occhi mi guardarono, intravidi per un attimo uno scialle rosso e un sacchetto blu pervinca.
Il suo nome, come mi disse il mio accompagnatore, era Asia.
Asia fisso' per un attimo gli occhi di quell'uomo. Un attimo appena. E rimase quasi ipnotizzata. Quell'uomo le ricordava qualcosa o qualcuno, anche se non riusciva a spiegarsene chiaramente il motivo. Erano solo sensazioni, sensazioni che in quel momento non trovavano una collocazione nello spazio e nel tempo. Ritorno' immediatamente alla realtà stringendo nuovamente a se' quel piccolo sacchetto di seta e velluto blu pervinca. Dentro c'erano un ciondolo d'oro raffigurante un cavalluccio marino e un grosso scarabeo di turchese. non erano oggetti di grande valore, se non affettivo. Glieli aveva consegnati sua madre poche ore prima a Parigi, destinazione dalla quale Asia proveniva.
Dalla sua casa, attraverso le luci che entravano dalle finestre del piano superiore e che guardavano il piccolo cortile alberato, Asia guardò l'orizzonte che si stagliava al di là dei tetti della città.
Le montagne lontane, rosse per il tramonto che stava inghiottendo il giorno, parevano sospese nella luce azzurra e lieve e avevano l'incanto di quando da bambina le piaceva aspettare il canto del muezzin per la preghiera e suo padre, nella sua djellaba verde a righe, le indicava una ad una le stelle che piano piano cominciavano a comparire laddove l'orizzonte ad est era già buio.
Questo contrasto, il nero della notte che avanzava, con le prime luci delle stesse, e il rosa, l'indaco, il violetto, il blu pervinca del tramonto, che si rinnovava sera dopo sera, le dava sicurezza, tranquillità. Sapeva che dopo quella notte, ci sarebbe stato sì un altro giorno, ma anche un nuovo tramonto: era la certezza della vita, la continuità della vita.
Ora, il suo sguardo ritornò sul cavalluccio d'oro e lo scarabeo turchese, li accarezzò, come se dovessero svelare qualcosa, qualcuno. In effetti avevano una lunga storia, sua madre li aveva a sua volta ritrovati nel cassetto che il padre teneva a fianco del suo tappeto di preghiera.
Li accarezzò ancora in un intervallare di immagini, sua madre, suo padre, il tramonto, gli occhi di quell'uomo.

Più tardi, Asia prese un vecchio pettine d'argento finemente cesellato e comincio' a pettinare i suoi lunghi capelli serici. Si guardava davanti allo specchio. Lo faceva spesso. Le piaceva ricercare sul suo volto i tratti dei suoi genitori. Sorrise. A volte le sembravano cosi' strani i suoi genitori, cosi' diversi da lei, cosi' lontani, anche se li amava entrambi teneramente. Sua madre le aveva raccontato di come si erano conosciuti a Parigi, le aveva persino detto di come l'avevano concepita durante gli anni della contestazione, tra una manifestazione e una barricata. Suo padre aveva scelto per lei il nome Asia al quale la madre aveva subito voluto aggiungerne un altro molto in voga per le bambine nate in quegli anni di sfida: Ribella. Sorrise di nuovo. Si sentiva molto in sintonia col suo primo nome. Ma non sentiva addosso tutta quella ribellione che sua madre forse le aveva augurato, pensando che si sarebbe districata meglio tra le difficoltà che la vita, la società e gli uomini le avrebbero causato. Asia non condivideva il femminismo esasperato che aveva contrassegnato gli anni difficili vissuti da sua madre, ma nemmeno condivideva la rassegnata, atavica sottomissione tipica delle donne della famiglia del padre. In quanto agli uomini non le sarebbe mai piaciuto un uomo autoritario, ma un uomo autorevole si'. Fisso' i suoi occhi nello specchio. Vide una grata e vide altri due occhi. Di un uomo



di A.P.
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Vecchio 09-10-2005, 00.06.14   #19
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ASIA



L’anziano battitore lasciò l’angolo in cui si era rannicchiato. Fumava un piccolo sigaro nero, la barba incolta, gli occhi rossi per la polvere, tradivano il sonno accumulato nel tempo.
Le mie mani presero la sua, leggermente arcuata, secca e nodosa, in un gesto di complice accordo: gli stavo chiedendo di entrare nella sua casa, di scoprire il velo rosso che celava l’identità dei profumi che non mi volevano lasciare.
“Asia è il suo nome”
“Asia non vive qui”, mi rispose, indicando una vecchia porta verde “Asia, è partita alcuni anni fa per l’occidente”.
Le rughe del suo volto si inarcarono, svelando un dolce sorriso.
Mi incamminai per la strada della Medina, alla ricerca della grata di ferro. I capelli mi coprivano gli occhi, le luci erano ormai fioche.
La rividi, più tardi, mentre ero accovacciato nell’angolo della piazza, avanzava tendendo il suo scialle rosso avvolto sul viso; si fermò davanti allo steccato di legno che divideva la piazza dal terrapieno che dava sulla valle.
Di là, lontano, il cielo ormai scuro inghiottiva le ultime luci del giorno. Il rosso cupo delle montagne si confondeva con il violetto e il blu della prima notte.
Le pieghe del suo abito si agitavano al vento. Mi avvicinai. Il suo sguardo incrociava ora l’ultimo lembo di luce. Si voltò, i suoi grandi occhi neri si aprirono ancora di più cercando la mia ombra, il contorno della mia figura.
.

Ho dormito e ho vagato nella notte, e adesso sono qui, davanti allo scenario illuminato di un luogo indefinito nel tempo e nello spazio, dove le luci, i suoni, le persone, non ci sono più. solo emozioni, sensazioni, sapori e profumi della pelle, luci degli sguardi e calore delle mani.
Corpi che si toccano, che si cercano. Il resto non conta più. La notte avanza. La luna è una signora che indossa un vestito blu. Lo scialle di Asia è rimasto a casa. Il suo sguardo scivola sul vento della sera.
L'oro dei colori incrocia il cielo. I capelli si muovono. La presa è forte. Si scivola nel buio.........
Raoul, la mia ombra, mi svegliò. I capelli erano bagnati, la pelle, imperlata di gocce di sudore, era fredda. Faceva freddo.
“Copriti signore” e mi allungò una giubba sulle spalle “All’alba, il freddo ti entra dentro, poi tutto passerà”
“Ho voglia di un caffè, Raoul. Lei dov’è, dove è andata”
Raoul non rispose. Prese le mie mani e le scaldò dentro le sue. Il suo sguardo penetrante dei suoi occhi neri, mi dicevano di non pensarci, volevano tranquillizzarmi, sorridevano cercando un guizzo, un lampo nei miei che gli confermassero che il problema era passato.
Dopo, più tardi, mi disse che avevo sognato, parlato nel sonno. Avevo pronunciato più volte quel nome.
Ma perché? Dove avevo incontrato Asia? Dove avevo visto quel volto, quegli occhi?
E perché Asia non mi aveva riconosciuto?

Il giorno è cresciuto, le luci sono nitide, ora che le mie cose sono state portate via, tengo nelle mani solo le carte del viaggio, una borsa con i documenti e due o tre cose che tengo ancora di lei.
Il ricordo di quanto si passeggiava lungo la Senna, di sera, sono i colori sfumati delle foglie sulla acqua del fiume, si mescola a quando mi sorrise dicendomi:
“Ma perché non parti per l’oriente?”
Avevo paura allora di perderti, credevo che andandomene non ti avrei più vista, e tu, ancora:
“Ho molti amici che ti possono ospitare, là mio padre ha ancora conoscenti, parenti, poi quando mia madre avrà sistemato le sue cose, verrò anch’io”
Sapevo che queste parole non erano vere, sapevo che tu non saresti mai venuta, ormai la tua terra non è più qui.
Quanto tempo è passato: sei anni, dieci anni? Non ricordo più. Forse di più.
Ora sei una donna, viaggi, hai potere, denaro. Hai successo.
Allora ridevi, ma anche ti adombravi, se qualcuno ti diceva che avevi talento, che avresti avuto un grande avvenire. I soldi non ti interessavano, li disprezzavi.
Il tuo modello era un altro: sentimenti forti, giustizia per il tuo popolo, uguaglianza per le donne. Ideali, ideali.

Cosa ci faceva quella mattina in Rue de Thorigny, in quella stanza davanti a un quadro di Picasso? L'istinto la portava li' ogni volta che doveva riconciliarsi col mondo, ogni volta che aveva bisogno di trovare la pace, ogni volta che non poteva fare a meno di pensare a lui e lui non c'era, era lontano, chissà dove, chissà con chi. Guardando quelle tele, quei tratti stilizzati, quei colori a volte violenti, quelle espressioni enigmatiche riusciva a ricucire una parte della sua anima strappata, riusciva a confortarsi pensando che qualcuno prima di lei aveva provato sensazioni forti e le aveva personificate per sempre nei suoi quadri, quasi volesse dire al mondo: "Guardate...questo e' l'amore, questa e' la passione, questo e' l'odio, questa e' la tenerezza..." e cosi' via per tutti i sentimenti umani. Le piaceva vedere esternato quello che lei spesso non riusciva ad esternare. E poi guardando quella stanza le tornava alla mente un'altra stanza, un altra citta' : N.Y....Museum of Modern Art ...12 anni prima, la prima volta che l'aveva visto, che si erano guardati negli occhi solo per un attimo davanti a un quadro di Picasso "Les Demoiselles d'Avignon".

L'ora della preghiera, il momento della riflessione, della meditazione.
Mi sono accovacciato, il gatto con le sue piccole zampe bianche e nere stringeva un lembo della mia djellaba, la morsicava, voleva giocare lui.
I suoi occhi gialli, striati di verde, guardavano adesso là in un punto dell'orizzonte. Anch'io adesso guardavo in quel punto senza sapere come e perché. Ricordavo i frammenti del sogno. Desideravo ricordarli.
Il sogno, quel sogno, mi ha portato dinanzi alla grande cattedrale di Reims, in un pallido mattino di autunno, nebbioso, con le luci che filtravano attraverso i vetri opachi della finestra.
Faceva freddo, la sua coperta arabescata buttata sulla poltrona. Era stata lì?
Il suo profumo filtrava dal tessuto, si adagiava sulle mie mani.
Il suo viso, adesso di profilo, compariva e scompariva.
Avevamo parlato di Klimt, della retrospettiva che avevamo, la sera prima, visto con ansia, con furore, quasi volessimo entrare in quei colori, in quella vertigine di immagini.
A me piaceva abbinare al colore una sensazione, a lei invece piacevano le posizioni dei corpi. L'abbandono, il desiderio, la fuga, la lotta.
Io avrei voluto giocare con i suoi capelli, cercare nei suoi occhi le risposte che andavo da tempo facendo a me stesso.
Quelle risposte che nessun filosofo, nessun pedagogo mi aveva dato. L'amore, la passione. Si può avere l'amore senza la passione? E la passione è una solo una componente fuggitiva dell'amore?

Raoul mi ha detto che il viaggio sarà lungo, a otto ore di cammino vedremo le prime case, le prime luci della vita.
Gli arabeschi delle volte delle finestre della casa di fronte si illuminarono di rosa. Una donna, in ginocchio vicino ad un piccolo letto, stringeva una piccola mano, una voce cantilenava una ninna nanna.
Tutto adesso era pace e gioia. Sono partito.

Il sedile mi cullava ancora, i cavalli correvano sulla pista sabbiosa, i miei compagni guardavano avanti, gli occhi sulla strada, stretti come fessure per il sole forte, accecante del mattino.
Intorno a noi solo pietre, pianure arse, senza segnali di vita.
La nostra missione iniziava quel giorno.
Raoul, avvicinandosi, mi accennò col capo che stavamo passando il confine: da ora in avanti il rischio di essere fermati era più alto.
I soldati del generale si sarebbero materializzati in ogni momento, dietro ad una collina, ad una svolta, fra le rocce di un guado.
Io stringevo la mia sacca, la mia giacca, i miei ricordi.
Le notti insonni passate a leggere, a studiare, a capire come avrei potuto essere diverso, in un paese, in una città, con popoli e culture che non mi appartenevano.
L’incontro con i compagni che studiavano e credevano che in Occidente avrebbero potuto modificare le traiettorie dei loro destini e indirizzarle verso la giustizia sociale, lo sviluppo economico, un benessere amico.
E tu, audace, emancipata, indifferente alle regole della tua storia, che pensavi che da lì fosse possibile mettere in atto una vera rivoluzione e rinascita del nostro popolo.

di A.P.
Vaniglia is offline  
Vecchio 09-10-2005, 00.07.45   #20
Vaniglia
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ASIA


Dopo che ti ho lasciata, la scena l’ho vista e rivista mille volte.
La scena è sempre quella: una donna farfalla sulla sabbia, si dimena, si libra, si alza e si abbassa. Lo sguardo è rivolto là in un punto lontano, dietro le ultime nuvole della sera.
Il suo corpo è sinuoso come le onde. Il suono è flebile.
Puoi immaginare il suono dell’amore? E’ il suono dell’aria mossa dal suo corpo.
L’acqua, la pioggia che scroscia copre ogni parola.
La bocca si muove, gli occhi si dilatano, i capelli si sollevano, la scena è al rallentatore, in silenzio.
Silenzio.
Ho riascoltato le voci della sera, non credevo che lei fosse così seducente.
Le mani, gli occhi, il viso di madreperla nella cornice rosso fuoco dello scialle, le caviglie, ecco le uniche parti del suo corpo che vedevo, che intravedevo fra le pieghe e gli angoli della stanza.

Nella calma e nella solitudine della mia tenda, ripresi la mia sacca e dal taccuino presi qualche foglio per scriverle.
"Adesso che sono lontano voglio parlarti delle mie ultime cose, di quello che è successo da allora e del perché sono qui nell’oriente che ti appartiene.
Sono partito per raggiungere i miei compagni che lottano nel mio paese per una vita diversa. Non sono fuggito da te, semmai sono alla ricerca della tua verità, di quello che mi hai insegnato ad amare, ad apprezzare, a volere. Gli ultimi anni li ho vissuti vagando per l’Europa: Parigi, Reims, Lubecca, Berlino, Vienna, Venezia. Poi ho deciso. Che senso ha essere lontani? So che là potrò essere utile, potrò trasferire la mia conoscenza, la mia forza a chi oggi ha perso il senso della continuità della vita.
Non adombrati mia cara, le nostre mani sono giunte in segno di riconoscenza, i nostri corpi si rincorrono come note di un pianoforte, le dolci note del tempo che passa.
Ripercorrerò la strada che ci divide in senso inverso, da occidente ad oriente. Un giorno, sono sicuro, ti rincontrerò, e allora il sole e la luna e le stelle splenderanno ancora per noi.?”
Un nuovo giorno, l'oro della luce del mattino ci accompagnò per la preghiera.
Nella luce dorata ho rivisto il tuo volto che si rifletteva in scaglie di colore: i tuoi occhi, il profumo di vaniglia della tua pelle, i tuoi capelli neri, di seta, il filo sottile, impercettibile bianco, candido dei tuoi denti fra le labbra dischiuse della tua bocca. Sono ripartito verso questa luce, il cammino è lungo da occidente ad oriente.

Raoul portò la mano avanti, toccò con gesto preciso l’asta che chiudeva il cancello del recinto.
L’asse cadde a terra, lentamente i cavalli entrarono nel piccolo spazio adiacente alle tende del villaggio.
Avevano corso e galoppato almeno dieci ore, con poche fermate e poco cibo. Erano stanchi, eravamo stanchi.
Raoul e i compagni organizzarono in fretta la cena. Carne di montone, riso bollito e the verde.
Intorno al fuoco, il calore della sera si stemperava in una dolce melodia che proveniva dalla tenda del capo carovaniere. Musica di flauto, accompagnata da un ritmo sincopato di un tamburo.

Lei ritorna nei miei ricordi. Non poteva andarsene. In quei momenti sarebbe stato difficile dimenticare.
Lei si alzò guardandomi, fiera nella veste colorata, pieghettata in infiniti arabeschi simili ad un ricamo.
Si appoggiò al muro, accese la sua piccola sigaretta di carta di riso, e disse:
“Gli uomini spesso credono che con la loro intelligenza si possa far credere che la donna sia un accessorio della loro smisurata potenza”
Poi, ridendo “Io credo che gli uomini non possano essere intelligenti se non con a fianco delle donne intelligenti”
"Ma se e' tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e col valore che hanno per se', del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai! (Sei personaggi in cerca d'autore - L. Pirandello) Quante volte l'aveva letta quella frase ? Quante volte l'aveva letta insieme a lui? Perché era cosi' difficile parlarsi, capirsi, anche con le persone che ti stanno più vicine, quelle che ami? E allora quanto era più difficile capirsi con gli estranei, col mondo? E' in tutto questo caos che nascono le guerre? Per una parola detta male, intesa male? Asia e' stanca, ha sonno, stringe il cuscino profumato di vaniglia, pensa a quanto era facile per lei da bambina capirsi con il padre, addirittura senza parlarsi, soltanto scambiando gli sguardi, sorridendo. Ricorda con nostalgia la meravigliosa sensazione di complicità provata guardando gli intensi occhi azzurri della sua gatta siamese, vedendoli socchiudere in segno di assenso, di affetto, di felina comprensione. Ora anche gli occhi di Asia sono socchiusi e il breve tragitto che la accompagna al sonno e' popolato da arabeschi dorati, da cantilene antiche, in ultimo la sensazione di un abbraccio, di un viso contro il suo. ...

Era molto tempo che non si guardava allo specchio. L'aveva evitato per molto tempo, da quando era partito. Lo specchio gli imponeva di riflettere sul tempo e sulla sua anima.
I capelli si erano ingrigiti e quella leggera peluria sul viso era diventata una leggera barba. Prese il rasoio e modellò, come uno scultore sulla pietra, per trovare forme che potevano essere più congeniali alla immagine che voleva adesso di sé.
Scelse di tenerla intorno alla bocca, sul mento. Tagliò accuratamente quei peli che come impazziti non volevano assecondare la curva del viso, li pettinò a lungo forzandone la struttura. Ora il suo viso inscurito dal sole si trovava incorniciato di bianco e grigio, più bianco in verità.
Il suo viso era diverso da quella foto ormai ingiallita che Lei le aveva fatto a Parigi tanti anni fa, allora i capelli erano neri, più folti, anche se ancora adesso di capelli ne aveva ancora tanti.
Si riguardò allo specchio. Sì era ancora lui, almeno esteriormente. Ma dentro qualcosa era cambiato.
Gli occhi, quegli occhi, bruni, striati di verde, guardavano quel corpo, quelle mani, cercavano di guardarsi dentro: erano ancora attenti, vigili, ma con un velo di nostalgia.
Non poteva tradire la sua anima. Adesso più che mai.
Dove sarebbe andato a cercarla. Dove avrebbe ritrovato ancora il suo profumo di vaniglia, quella pelle levigata, dorata.
Era questa la nostalgia? O piuttosto una tristezza per non essere riuscito a trattenerla, a fermarla, a interrompere, semmai fosse stato possibile, il corso degli eventi.
Quando quella sera se ne andò, non aveva capito che per Lei la libertà non era uscire dalla sua vita, ma semplicemente avere con lui un rapporto diverso, meno banale, meno morboso.
"L'indipendenza non è solitudine, è affermazione della propria personalità" gli disse. Lui l'aveva scambiata per un rifiuto della sua persona.
Per orgoglio non l'aveva cercata. Per amore forse lei non l'aveva cercato.


di A.P.
Vaniglia is offline  

 



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