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Vecchio 28-08-2005, 16.27.52   #1
Vaniglia
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Racconti e poesie

Frammenti

Mia cara amica,
Riapro questo foglio. E’ ottobre. Come sempre mi lascio trascinare dalle note. Sono un pianista, ho voglia di esser un pianista. Scorro le note sulla tastiera del computer come quando accarezzo il tuo corpo. Le dita ti sfiorano come allora, come adesso, come vorrei che fosse domani.
Ballate, sensazioni lente che voglio prolungare all’infinito.
Ricordo. La musica di Garbarek, di Cohen, i movimenti lenti, sinuosi lungo e sopra di me.
Non ho memoria se non per le cose che mi hai lasciato e che si infiltrano come piccole gocce.
Ora ti lascio decantare. Rimarrà il succo di tutto ciò che è stato: ciò che sarà non lo so, non lo sappiamo.
Ti vedo.

Lo spazio è nuovo, non sei più un’ombra, un sogno.
E’ difficile pensare che i nostri sguardi non possano incrociarsi.
Ricordi la notte scorsa? Le tue dita indugiavano fra le tue labbra, interrogavano i miei occhi, andavano oltre le mie spalle per perdersi nelle domande che facevi a te stessa.
Delizioso questo luogo, le pareti dense di storia, le foto d’epoca, i manifesti dell’Aida, gli oggetti della campagna, della fatica contadina..
Le tue parole mi arrivano lievi, il tuo accento, l’inflessione addolcisce ogni parola, ogni frase.
Mia dolce amica, non nasconderti dietro questo sguardo: voglio vedere le tue labbra aperte intorno a me e assaporare il succo della tua pelle.

E’ perché non ti vedo che vorresti vedermi?
Spesso ti intravedo per strada. I tuoi occhi passano veloci, da un uomo ad un altro, da una donna all’altra, come se tu voglia su di loro imprimere il tuo sguardo, le tue magie, le tue gioie, le tue passioni o semplicemente il tuo malessere o benessere quotidiano.
Ieri vedendoti passare ho anch’io indugiato su di te, come quando accompagnandoti lungo la via principale della nostra piccola città hai voluto che raccogliessi per te le immagini che quell’angolo di strada, quello scorcio, quella prospettiva stava rilevandosi a noi.
Adesso che sono solo, quelle immagini le raccolgo sul mio taccuino in attesa che possano ripetersi. Ma è possibile?

Abbiamo giocato molto sul potere degli specchi. Deformanti, antichi, bizantini, orientali, stucchevoli o asettici.
Adori gli specchi, lo so. Anch’io
La tua immagine è riflessa davanti a me. Non la vedo. La intuisco.
Ti muovi come bendata davanti a me. La luce, la tua, mi ritorna dallo specchio, sei diversa da come mi hai descritto il tuo corpo. Amavi parlarmene, dilungandoti sulle sfumature dei colori della tua pelle, ora chiara, ora ambrata, ora venata di chiaroscuri come un velluto che cangia colore rispetto al verso della carezza che imprimi su di lui.
Ora che sei uscita dallo specchio del sogno e sei davanti al mio specchio, guardo le cartoline sparse sul pavimento in cerca quella in cui mi sorridevi, mio stringevi, intrecciavi le tue mani fra i miei capelli.
Sei uscita e sei entrata, nello stesso tempo. Un lampo. Una luce. Un sommesso, silenzioso suono. La certezza di esserci è qui. Davanti a me.

Non riesco a fingere, a turbarmi se non davanti ai tuoi occhi. Non gioco. Non so neppure come si fa. Sicuramente mi dirai che sono il più bravo fra i giocatori. Che è proprio così che si gioca: senza accorgersene, senza far pesare la propria bravura davanti a quei poveri tuoi compagni di gioco. Magia del gioco, dell’abilità di mescolare le carte, di tenere nascosta la mano mentre l’altra abilmente fluttua nell’aria. Magia.
Ora che le note si alzano dentro di me, non posso non pensare al tuo corpo se non come una cascata di note su di me. Il suono della pelle che sfiora le mie labbra; il profumo e i colori della pelle che sfiorano le mie mani. Il suono è maestoso. Il profumo è intenso. Il colore avvolgente.
Sono stordito.

Se noi ci incontreremo ancora
vorrei parlarti dei miei sentimenti
vorrei parlarti da dove siamo partiti
vorrei parlarti di come l’amore è realtà

Noi sappiamo cosa possiamo fare
E cosa non possiamo fare
Come abbiamo organizzato
E cosa sappiamo non può essere fatto

Nessun’altra cosa che facciamo è giusta
Nessun’altra cosa che facciamo è pura
Noi sappiamo solo che lo vogliamo
Noi sappiamo solo che è giusto e puro

Ogni volta che guardiamo la luce
La luce guarda noi
Se noi ci incontreremo ancora
Vorrei parlarti di come l’amore è realtà

Frammenti di una notte, in balia del suono, in altalena fra le gioie e le fantasie, fra le ansie e i desideri. In balia di un sogno sospeso.

di A.P.
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Vecchio 06-09-2005, 19.13.36   #2
Vaniglia
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Ancora frammenti

Cara Amica
Il valore delle nostre parole sono i nostri gesti. Questa lettera non è mai stata inviata prima perché volevo parlartene prima a voce. La tua voce questa sera era calda, intensa, non tradiva le emozioni che durante la notte precedente avevamo sapientemente, sì sapientemente, centellinato.
Quando i gesti superano le parole è meglio tacere. Ogni singolo gesto diventa un singolo momento di gioia e la sequenza un interminabile orgasmo.
Amira, la donna che costellava i sogni della mia infanzia, con il suo bianco caffettano che ondeggiava sotto i colpi del leggero tamburo è comparsa all’improvviso mentre entravi dentro le pieghe di una danza infinita.
Lei prediligeva le posizioni curve rispetto alla linearità, il suo corpo si inarcava, i suoi capelli sfioravano i miei piedi, le sue gambe accarezzavano le mie spalle. Così hai ripetuto i suoi gesti: senza saperlo la realtà ha superato il sogno.
Ora che sei di là, distesa e calma, la mia mente può rivedere come un fotogramma sovrapposto i tuoi occhi sovrapposti ai miei, può distendersi, può roteare il viso in cerca di punti rossi sul muri, può prendere fra le mani il tuo vestito, annusarlo.
Dormi, o almeno così penso. Mi alzo per guardarti.
°°°°°°°°°°°°
Mi chiedi perché ti guardo. Per memorizzare le emozioni del tuo volto, ti ho risposto.
°°°°°°°°°°°°
Spesso chiudo gli spazi intorno a me per timore che la loro dilatazione mi impedisca di vedere oltre.
Ciò che ho visto ieri ne è la riprova. Camminavi dietro alla fila indiana dei bambini che uscivano dal museo. Il tuo ondeggiare sinuoso, il movimento del viso e delle mani era come la danza della tua voce. Almeno così intuivo dall’intonazione del passo, che passo non era, ma voce.
Strano effetto: le sonorità hanno preso il posto degli spazi che separavano i nostri corpi. Le distanze si sono annullate. Le onde sonore si sono sovrapposte alle mani, alla fisicità delle nostre attenzioni.
Le mani, poi, intrecciandosi, hanno chiuso il suono che ci divideva.
Questa volta ho chiuso gli spazi intorno a me per la gioia di averti. Le tue mani dentro alle mie hanno significato voglia di esserci. Ancora.
°°°°°°°°°°°°
C’è nell’aria la voglia di partire. Di andare oltre.
E’ come quando si prende la strada e non si conosce la meta del viaggio; tutto è sfumato, le persone, le case, gli alberi hanno contorni indefiniti: non riconosciamo se ciò che vediamo è effettivamente vero.
Ho ripreso ancora quella strada. Ho visto moltitudini venirmi incontro, i loro visi erano trasparenti, non avevano occhi, bocca, capelli. Solo i corpi si muovevano, correndo lasciavano una scia dorata. L’istantanea della loro fisicità.
Mi sono fermato ad ascoltare il suono delle foglie e del vento. Boccioli appesi agli alberi mi hanno segnalato l’arrivo della primavera, la luce color malva del cielo la nascita di un nuovo giorno, le nuvole bianche l’emozione di una nuova avventura.
Il villaggio era ancora quello che ho visto con te anni addietro, era solo vuoto. Dell’anima delle sue vite, dei suoni delle sue attività, dei colori delle sue feste. Vetrine vuote, botteghe disabitate, case silenziose.
La piazza del mercato ancora ingombra di spezie, ortaggi, uova, animali nelle loro gabbie. Apparentemente vivi. Solo oggetti inanimati.
Poi comprendi, capisci che dentro la vita è solo assopita, rapita da un filtro magico che ne ha reso immobile nel tempo il respiro. Loro, gli abitanti, gli animali, gli orologi, le macchine, le energie dispensatrici dei movimenti, stanno trattenendo il respiro. Una lunga apnea.
E’ il nostro arrivo che li animerà, che gli donerà vita e anima. Ma solo se ci sarà amore.


di A.P.
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Vecchio 06-09-2005, 19.23.30   #3
Vaniglia
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SENZA AMORE


Mia cara amica
Hai considerato anche il lato meno romantico della tua scelta? Quello legato all’assenza di un punto, ad un semplice numero di telefono, al quale rivolgersi quando ne avrai bisogno?
Sorrido, o meglio mi viene da ridere, pensando che la tua scelta di cambiare il numero di telefono sia la risposta alla tua voglia di staccare, di chiudere una parentesi affettuosa nei miei confronti, come se il cambio di numero di telefono sia una operazione chirurgica che modifica i connotati del viso facendolo diventare diverso. O come se fosse un’operazione ancora più profonda che incida sulla tua anima.
In realtà tu sei scappata perché ti sei trovata coinvolta in una storia più grande di te e hai avuto paura delle conseguenze che potevano scatenarsi sul tuo lavoro, sulla tua vita familiare, sul tuo intimo.
Quando sei apparsa all’orizzonte di una tiepida serata di inizio ottobre, portavi ancora una delicata e leggera maglia, generosamente aperta sul tuo seno. Il bianco e il beige dei tuoi ornamenti contrastavano con il colore caldo della tua pelle abbronzata e il sorriso si apriva su una bocca che aveva ancora il sapore della salsedine.
Eri appena tornata dal mare, dai tuoi. Solo dopo mi hai spiegato che da lì eri fuggita, ancora una volta da una storia che ti aveva annoiato, delusa.
Mi hai ripetuto ostinatamente che era piacevole rientrare dal mare per vedermi. In realtà avevi solo desiderio di mostrarti con altre persone per esorcizzare il tuo recente passato.
Narcisismo sfrenato. Il tuo potente desiderio di apparire contrastava palesemente con la voglia di essere compresa: di cosa?
Ora rivendendomi, come in un film al rallentatore, le immagini di quella sera, conservo solo la leggerezza del tuo sguardo. Poco. Molto poco.
Siamo così riusciti a considerare chiusa una parentesi che da poco o troppo tempo abbiamo voluto tenere aperta. Ogni cosa non viene mai per nuocere, almeno io la penso così e questo non è il tempo delle denunce o dei rimbrotti, semmai è ora di riflettere su di noi.
Anche se poi la domanda è: su cosa riflettere? Una storia finita annunciata in anticipo. Che c’entra la tua proverbiale tendenza a mettere il mio problema davanti al tuo?
Non è una questione di scegliere fra questo o quello, di vivere vite contemporaneamente, non è certo questo il punto, ma la certezza che le nostre vite non si incontreranno più per caso.
Come immaginare che un giorno io ti possa incontrare fra le strade di una città qualsiasi? Impossibile, è più facile, plausibile, logico, augurabile per certi versi, che questo nostro incontro, che ripeto non ci sarà, dovrà nascere dalla consapevolezza che ci si vuole incontrare, appositamente, per scelta, per ostinazione, per voglia di essere insieme un’altra volta ad ammirare le volte celesti.
Senza fine, senza inizio; non c’è stato il primo, perché non c’è stato il secondo, il terzo, l’ennesimo incontro. Lo credi? Non avertene a male, ma forse non ero io quello che era su di te, era l’immaginario del tuo desiderio di essere compresa, non presa, e non è un gioco di parole.
Senza melodia, senza armonia; non abbiamo saputo cantare nessuna canzone, non abbiamo saputo suonare nessuno strumento, i nostri strumenti erano muti davanti al direttore di orchestra.
Senza voce, senza gesti, come puoi aver comunicato a noi, a me, a te i toni dei sentimenti.
Ormai le parole vanno per conto proprio, come noi, come le nostre anime.

di A.P.
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Vecchio 06-09-2005, 19.25.58   #4
Vaniglia
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LO SPECCHIO

A lui piaceva guardare e guardarsi allo specchio. Narcisismo? O paura, timore di scoprire amare verità?
A lei piaceva guardare lui allo specchio. Voyeurismo? O paura, timore di essere svelata?
Non è facile, adesso, spiegare come tutto è cominciato, da dove, perché e in conseguenza di quale situazione.
La realtà è che è cominciato. E niente succede per niente.
Lui attraversava la strada, stava dirigendosi all’ufficio dell’avvocato per definire la questione ormai annosa dei pagamenti mai pervenuti da parte del suo ex socio. Lei guardava dalla finestra la pioggia che iniziava a cadere e che avrebbe guastato il suo week end.
La porta dell’avvocato era aperta e il respiro della segretaria era udibile anche ad un inavvertito visitatore tanto il silenzio era totale, denso, da tagliarsi con il più fine dei coltelli. La luce lo investì e dallo specchio la scorse mentre era intenta a baciare con trasporto una macchia nera, o almeno quello che a lui pareva una macchia nera. In realtà, una massa di capelli che prontamente si ricompose negli abiti di un delicato vestito color rosa confetto, gli rilevò il viso di una giovane signora che già altre volte aveva visto uscire dall’ufficio dell’avvocato.
Nessun rumore. Solo il delicato, soffice spiegarsi della stoffa che ricade sul corpo, sulla pelle, per poi stendersi come stirata sulle braccia e sulle gambe.
La segretaria, Lisa, lo salutò, lo guardò percependo che frazioni di secondi avevano creato una corrente sotterranea di complicità fra lei e quegli occhi che distrattamente, innocentemente guardavano nella sua direzione, superandola, per poi spegnersi nell’abito di seta della Signora Elena che, voltandosi, stava uscendo dalla stanza dalla parte opposta.
Ma era poi vero? Ed era questo che lui vedeva? O che intuiva di vedere?
Lui ricambiò il saluto, e offrendole la mano: “L’avvocato è in studio?”
"No" disse Lisa "l’avvocato non era in studio, difficilmente sarebbe tornato, o forse avrebbe potuto fare capolino fra un’ora, ma sarebbe uscito immediatamente, e se non fosse tornato, avrebbe comunque detto di spostare il suo appuntamento alla settimana prossima, perché domani, sabato, sarebbe partito per Capri, al Convegno dei Giovani Industriali, e forse anche lunedì non sarebbe stato in studio".
“La Signora….” “Elena” proseguì Lisa, correggendosi immediatamente: “La Signora Todini” è la cognata dell’avvocato, suo marito è il fratello dell’avvocato.
“La Signora Todini” continuò lui, “penso abbia dimenticato, lì per terra, qualcosa, forse un orecchino, o comunque qualcosa che poteva indossare”
Lisa, guardò, piegò il busto, spinse la sedia verso quello che pareva essere un oggetto lucido e brillante, tese il braccio, aprì la mano, la chiuse, si voltò e semplicemente, senza staccare gli occhi dalla sua mano, disse: “Non credo che sia della Signora Todini, non indossa mai orecchini. Forse è stato smarrito da un’altra persona. La consegnerò all’avvocato”.
Lui non rispose, non la guardò. I suoi occhi erano per la sua immagine riflessa nello specchio che incrociava, in un angolo, sullo specchio opposto, il viso della Signora Todini circondato da una mano che cercava, nell’orecchio sinistro, qualcosa che in quel momento mancava.
Il locale era, come sempre, affollato.
Musica, rumore di voci, camerieri eleganti nella divisa stretta nera che scendeva ai piedi, tintinnio di bicchieri, di posate, sguardi che si incrociavano, bocche che si aprivano su parole mute, nuvole di fumo.
Lui era seduto al solito tavolo, vicino all'ingresso, con le spalle rivolte alla parete a vetri, per poter vedere chi entrava. Dalle spalle, dai capelli, dai gesti che indugiavano sui vestiti, gli piaceva indovinare chi erano i clienti, riconoscerli attraverso il suono delle loro voci.
Lo specchio, posto sulla parete a sinistra, leggermente ricurvo verso il basso, gli consentiva, appena dopo pochi passi dall'ingresso in sala, di sapere se aveva indovinato. Allora c'era uno sguardo distratto, ma sempre molto eloquente, che si incrociava con il Lui o la Lei che per vanità, o semplicemente per cercare qualcuno che si poteva conoscere, si guardava allo specchio.
Lei era entrata da sola. Si era seduta su un piccolo tavolo a destra verso il fondo, preparato per due. Aveva un vestito nero, accollato, attillato, senza maniche. Al braccio una sciarpa di seta blu. I capelli neri raccolti, rivelavano il viso irregolare, mobile, attento.
Era entrata silenziosa e spedita, come chi conosce bene il locale e il tavolo riservato. Non c'erano dubbi, quello era il suo tavolo.
Gli occhi inviavano agli inconsapevoli interlocutori del ristorante, lampi di curiosità, anche se parevano fissi e immobili su un punto. In realtà dietro a quello sguardo apparentemente proiettato sulla superficie levigata della parete di fonte, Elena scrutava, quasi fosse intenta a rilevare ogni singolo movimento delle labbra dei commensali, l'impercettibile attimo in cui lui avrebbe potuto alzarsi e venirle incontro.

Lo fece più tardi, quando le luci si stavano abbassando segnalando, ai pochi che erano rimasti seduti al tavolo, che la chiusura era vicina.

Si avvicinò, si sedette al suo fianco, insieme guardarono i bicchieri vuoti, i piatti ancora ingombri di cibo: "Non ricordo il tuo nome" le disse.

"Elena" soggiunse sempre senza guardarlo "Ma Barbara è il mio vero nome, quello che amo di più"
Ora il suo viso era più vicino e avvertiva un profumo intenso, un sentore di fiori e di agrumi.
Non c'erano barriere fra i loro volti, solo il diaframma invisibile dello specchio che rimandava le loro immagini. I suoi occhi si mossero verso di lei, le labbra si aprirono non per sorridere, parlare, ma per incontrare le sue labbra che lentamente si dischiusero.

Si risvegliò solo. Nel buio non avvertì alcun odore, profumo. La sua camicia era là dove l'aveva lasciata, così come le scarpe, il vestito, la cravatta.
Prese il libro che aveva iniziato, lo sfogliò passando con gli occhi sulle frasi che già ricordava di aver letto. Si fermò su una: "se fosse la sua amante i capelli sarebbero meno aridi, le sue labbra più rosse e piene".
Lo richiuse. Guardò fuori. Pioveva. Pensò che il week end sarebbe stato noioso.
Si rivestì per andare dall'avvocato. Quella pratica stava diventando urgente.
Passò dall'ingresso e prese il soprabito, si guardò allo specchio, si ravvivò i capelli.
Nello stesso istante lei lo guardò, dall'altra stanza, mentre si stava alzando.


di A.P.
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Vecchio 06-09-2005, 19.30.57   #5
Vaniglia
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VOGLIO IMMAGINARE AMORE. ANCHE DOPO.



Rosa danzava sul terrazzo. Sulle foglie dei gerani una piccola brina manteneva i colori lucenti, intensi: non c’era dubbio alcuno che le piccole gioie derivanti dai riflessi di luce che il sole mandava attraverso le minuscole cristallizzazione dell’acqua davano a Rosa il senso di qualcosa di nascente.
Rosa aveva appena finito le lezioni, quella primavera era stata molto fresca, la mattina addirittura fredda. Gli esercizi di flessione delle gambe si accompagnavano a morbide volute del braccio, verso destra, il basso, l’alto, a sinistra. Graziose. Leggere.
Da quando l’aveva incontrato il suo sorriso si era spesso fissato in un’immagine di perenne sorpresa e solo adesso, mentre osservava la brina aveva percepito che non ci poteva essere serenità se non attraverso quelle piccole lenti di cristallo che inesorabilmente stavano svanendo al contatto dei raggi del sole.
Quale volatilità!
Quale genio poteva nascondersi dietro alle gocce di brina che, una ad una si rincorrevano nel nulla diventando prima vapore e poi, mescolandosi con l’aria, esse stesse invisibili particelle sospese nel vuoto?
Rosa non considerava che lui l’aveva costretta ad essere particella volatile del suo mondo interiore; Rosa pensava che le mani di lui sul suo corpo avessero la materialità di un abbraccio, di una fisicità che non poteva svanire. Nemmeno dopo la sua partenza.
Assorta nell’osservazione di questo fenomeno naturale che, sicuramente, si rinnovava in ogni parte del mondo terracqueo, ad ogni latitudine e longitudini, senza confini di spazio e di tempo, ad indicare a lei, a noi, a tutti, la forza delle leggi della fisica, la forza della scienza e l’ineluttabilità del divenire naturale, Rosa non poteva non pensare che tale forza si sarebbe ripetuta anche nella sua piccola dimensione, nel suo angusto, ma ugualmente grande microcosmo chiamato amore.
Non poteva non pensare.
Lasciò che la luce dorata del sole entrasse attraverso la porta finestra del terrazzo, poi appoggiandosi con ambedue le mani, prese le grucce e appoggiandosi ora con l’una ora con l’altra entrò in casa e si diresse verso il vestibolo chiuse la porta dietro di sé, lasciando vuota quell’immagine di sole nascente entrare nel vano del soggiorno.
Prese con calma la tazza dal tavolo, la riempì di caffè e bevve a piccoli sorsi.
Il caffè le dava un senso di calore che, attraverso il suo piccolo corpo, si propagava a tutte le terminazioni nervose periferiche. Le mani, le dita, i piedi, i capelli, ogni centimetro della pelle.
Era importante per Rosa il calore interno. Quell’evento le aveva creato una refrattarietà alle sensazioni di caldo, di freddo.
La porta era ancora chiusa. Di là Andrea dormiva.
La danza aveva il senso di dare armonia alla vita. I passi saltellanti erano la metafora di una esistenza non lineare, in cui le gioie si alternavano a momenti di malinconia.
Colpi e battiti che si susseguono al suono delle note. Non colpi, né suoni di sirene; non stridore, urla, lastre di metallo volanti, mille proiettili sparsi per il cielo. Ora solo musica.
Musica filtrante come luce attraverso le porte delle camere da letto.
Andrea fissava i quadri mentre Rosa gli accendeva la sigaretta. Come quando aperto gli occhi nell’ambulanza- Silenzio e terrore.
Era un vezzo, un modo per viziarlo, per assaporare quello che le sue labbra avrebbero poi accarezzato prima e poi succhiato nervosamente, mordicchiato, picchiettato, riducendo il filtro ad un improbabile appendice della sua bocca.
Andrea aveva grandi occhi neri e quello che era stato un suo modo di inquadrare il mondo, stringendo gli occhi per poi dilatarli un attimo dopo, ora è diventato un sguardo indistinto.
Rosa gli prese le mani, le chiuse e le riaprì meccanicamente. Le accarezzò. Le ripose sul suo grembo oramai immobile.

di A.P.
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Vecchio 06-09-2005, 21.06.24   #6
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BIP, CLICK, SUONI: S' WONDERFUL



Il foglio bianco che ho davanti è come il muro su cui vorrei scriverti, come un adolescente al suo primo amore.

Il foglio è bianco forse perché nel frattempo non ho ancora pensato a come riempirlo: io da una parte e tu in un altro posto dello spazio, anche se a pochi istanti di distanza.
Quali altre ragioni? E poi perché ci devono essere delle ragioni?

L’ultima volta, non la prima, che ci siamo visti, il mondo visibile dai nostri occhi ripiegava verso ovest, nel pomeriggio chiaro di una straordinaria giornata trascorsa fra il silenzio e le voci di bambini che giocavano.

Il fiume e i prati disseminati di punti bianchi e neri, pale meccaniche rotanti, di giganteschi mulini conficcati nel terreno come infiniti segmenti: alcune più lente, alcune più veloci, a passo di danza. Ora un minuetto, ora un valzer lento.

Il suono era quello di un bicchiere di vetro che ondeggia contro un altro, un suono leggero, etereo, siderale, immoto, eppur modulato in infinite note.
I nostri sguardi vigilavano quel suono, lo seguivano come i gabbiani che in stormo volavano verso il punto di approdo, non coglievano l’origine, ma ne carpivano solo la conseguenza.
Le nostre labbra, cercandosi, sigillavano quel suono dentro di noi, sapendo di ritrovarlo, subito dopo, in un nuovo bacio.

Chi eravamo in quel momento, chi aveva deciso di intersecare le nostre vite?: io un punto nero dello spazio in cammino su un’immaginaria retta orientata a nord, tu un punto nero dello spazio in cammino su un’immaginaria retta orientata a nord. Rette parallele che non si incrociano ma che per un difetto impossibile della logica trovarono il loro comune approdo, un click sullo schermo in corrispondenza di un verbo, di un aggettivo, di una metafora che ci è apparsa improvvisamente reale, vera.

Riprovo a riscrivere, reinnesto il driver, le parole di accendono e poi svaniscono, scrivo a destra e il testo ricompare a sinistra, poi tutto si annulla.
Siamo vittime del virus, siamo vittime inconsapevoli del destino digitale dei bit che si combinano sopra le nostre teste.
Siamo noi, io e te, su questo foglio bianco, in attesa che la ricomposizione dei bit ci faccia percepire una nuova emozione.
Siamo noi, io e te, ma capiamo che tutto questo non conta, ciò che importa è la nostra voglia, l'entusiasmo di comunicare, di mettere in connessione il filo invisibile dell’amore.

Questo filo unisce le nostre parole, le infila come perle. Il filo è teso da una parte all’altra dell’orizzonte e le parole sono lì ad asciugarsi al sole, appena lavate per essere di nuovo indossate dentro di noi.

Non so se aspettare un click o un bip; adesso ho solo voglia che i tuoi occhi ricompaiano davanti ai miei.


di A.P.
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Vecchio 07-09-2005, 22.16.46   #7
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SEI SEMPRE LI' AD ASPETTARMI?

Mia cara,
Stasera, malgrado la pioggia m’impedisse di vedere la strada e il vetro dell’auto si ostinava a rendere nebbioso ciò che in realtà era nitido e preciso, ti ho intravista.

Camminavi di passo svelto, cercando di evitare i fastidiosi schizzi d’acqua che conducenti maleducati si ostinavano a riversare sui marciapiedi; il tuo sguardo era di volta in volta rivolto all’ombrello o ai piedi o a quel pacco che portavi: non si faceva fatica a comprendere il tuo disagio per il tempo avverso, per il poco tempo che avevi per guardare una vetrina, per il tempo che rimpiangevi (forse) di essere ancora nel caldo dell’ufficio.

L’attenzione che stavo dedicando alla strada non mi consentiva di fermarmi o di rallentare, per chiamarti o per farti un cenno sulla mia presenza; forse ti avrei potuto aiutare, portare a casa sulla mia auto, forse ti avrei solo salutato.

Ti ho perso di vista al semaforo; in quel punto la strada si restringe, bisogna stare su una fila e il semaforo è inspiegabilmente lento. Sono rimasto fermo cinque minuti e quando ho imboccato la via a destra, tu eri già lontana, sotto il portico intenta a scrollare l’ombrello e nello stesso tempo a ravvivarti con la mano i capelli. Nel fare questo gesto, come fai sempre, ti volti verso un immaginario specchio, giri la testa e guardi di sottecchi. Sei bellissima in quel momento, e i tuoi occhi, le pieghe delle tue labbra, i tuo viso, tutto parla il più sensuale dei linguaggi: è molto difficile dimenticarli.

Non so dire se in quel brevissimo istante in cui il tuo sguardo incrociava il fondo del portico, hai visto la mia auto (sai quante ce ne sono di uguali!) o se, addirittura, il mio profilo.

So solo che ho istantaneamente frenato creando non poco pericolo a chi seguiva: pensa cosa produce la distorsione visiva!

Sì perché probabilmente non eri tu: in quei momenti forse eri in treno o sulla metro o chissà dove in auto, a casa, ed è difficile che potessi essere lì a quell’ora, conoscendo i tuoi meticolosi orari e le tue altrettanto meticolose abitudini.
Ma è tanta la distorsione visiva o cognitiva, come la chiamano.
Credi di aver visto una persona ed invece era un'altra, peraltro differente, nemmeno somigliante.

Perché? Mi sono chiesto. Per quale motivo ti avevo visto lì, camminare e a fare quel gesto.
Forse, perché sono le cose che più mi piacciono di te o forse perché oggi ti ho sentito parlare di un pacco che dovevi portare a casa?

Non ricordi quella volta che mi raccontasti di aver visto sulla nave che ti portava in Sicilia, un signore, che poteva avere la mia età, con i capelli già bianchi, che aveva scritto (chissà cosa) per tutto il viaggio? E che, successivamente, dopo che mi avevi conosciuto, ti sembrava che forse ero io quel signore sulla nave?
Scambi di persona, scambi di situazioni. Anche allora ridendoci sopra, venimmo alla conclusione che noi non vediamo ciò che è, ma ciò che ci sembra che sia o che vogliamo che sia.

Tutto ciò che ci circonda per noi ha una dimensione reale e una dimensione fantastica, spesso è quest’ultima quella che prevale sull’altra e viene memorizzata dentro di noi.
Non è forse per questo che quel palazzo, quella piazza, quella chiesa, quel giardino è ogni volta diversa: non tanto o solo per i colori, le sfumature che il sole o la luce della notte trasferisce a loro.

Creando immagini sempre diverse come un quadro di Monet (ricordi la Cattedrale di Reims dipinta sa Monet nelle diverse ore del giorno?).
Sono diversi perché sono differenti i nostri stati d’animo, il nostro modo di osservarli.
La lente attraverso cui noi guardiamo le cose è la nostra anima: è lei il caleidoscopio attraverso cui, come da piccoli, guardiamo il mondo. Ora, sfaccettato di rosso, ora con i coriandoli rosa, ora in un susseguirsi di dorati, aranci e violetti, ora blu come il profondo del mare.

E’ così come quella piazza che abbiamo visto questa estate, inondata del sole del tramonto, con i vetri dei palazzi che si tingevano di rosso, ci appariva come incantata, sospesa in un tempo e in uno spazio lontano dal nostro; ecco che la mattina seguente, per il grigio del cielo o forse per il grigio entrato dentro di noi ci è apparsa come l’icona del noioso quotidiano metropolitano.

Cambiano le prospettive, cambiano le situazioni, ma le cose sono sempre lì, ad aspettarci, sempre uguali per apparirci sempre diverse.
Anche tu sei sempre lì ad aspettarmi, sempre diversa, mentre io non so, se sono, sempre quello che tu vuoi aspettare.


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Che senso ha fotografare un’emozione


Cara Amica
Abbiamo ripercorso molte volte quel sentiero. Il mare verde, della stessa tonalità dei tuoi occhi, ci teneva in sospeso mentre attraversando orti, vigne, giardini, uliveti e faggete, pareva si muovesse, cambiando prospettiva, incidenza di colore, di intensità.
Abbiamo, anche, sempre pensato che quel sentiero non potesse finire in fronte a quella sorgente, che dietro a quella bolla di acqua che sgorgava dalla roccia ci fosse un altro sentiero e un altro ancora, fino a ricondurci in circolo intorno alla terra.
Abbiamo ripercorso quel sentiero perché volevi che io rivedessi il mare con la stessa prospettiva che i tuoi occhi videro quel giorno, di luglio, di caldo, di amore e di baci.
La piccola via tracciata da contadini, da umili viandanti che interpretavano la loro vita con il senso della semplicità e della ricchezza che solo la natura ti può dare, si inerpicava e scendeva, diventava assolata e poi buia, cupa nella faggeta, fresca e infine torrida, bollente.
Ora tu non volesti all’ultimo momento salire alla sorgente con la macchina fotografica: la tua convinzione era che la foto avrebbe reso volgare quell’attimo; che ogni attimo è in sé unico e che la ripetizione di questo evento, così voluto, così desiderato, non aveva lo scopo di clonare un’emozione, ma di generarne un’altra.
Volevi capire se c’era un qualche rapporto di causa ed effetto, fra emozione e luogo, situazione, contesto: se eri in grado di riprovare l’emozione delle vertigini di quel bacio con il corpo sbilanciato in avanti; se quell’emozione, che poi abbiamo cercato di ripetere altre volte in altre posizioni, in altri momenti, ma con altre sensazioni, si sarebbe ricreata.
La meticolosa ricostruzione dell’evento aveva preso in considerazione, periodo, orari, tempo: anche se le condizioni non potevano essere identiche, perlomeno gli aspetti fondamentali erano rispettati.
La giornata aveva il lindore, la trasparenza dell’aria che è stata attraversata dal vento di libeccio che spazza nubi, ripulisce e leviga i colori e i profumi della terra e del mare. Potevi con uno sforzo limitato intravedere i dettagli che la natura ha generosamente provveduto a evidenziare.
Eri vestita come la volta scorsa, come se una sorta di cabala potesse proteggerti da imprevisti o, meglio ancora, fosse in grado di innestare, accendere, riprodurre gli attimi già vissuti.
I pantaloni erano quelli bianchi, stretti in fondo, capaci di esaltare le forme delle tue gambe, senza stringerle o fasciarle malamente, ma facendo intravedere, come in filigrana, i contorni della coscia, l’incavo dell’inguine, la saldatura del ginocchio, l’eleganza della caviglia.
La maglia, a bolero aderente, invece sul tuo busto, si adattava alle forme del seno come una seconda pelle e non cercava di nascondere, diminuire o aumentare, pregi o improbabili difetti; non hai mai avuto bisogno di nascondere e che cosa poi?
I capelli, forse, il viso anche, non erano più gli stessi, oltre quattro anni, pur essendo pochi, niente in termini di rapporto tempo / spazio, avevano segnato qualche piega sia fuori che dentro. Era difficile dissimulare il dolore della perdita di tuo padre, l’abbandono di tuo marito, lo stress del nuovo lavoro, delle nuove responsabilità che avevi assunto.
Adesso i capelli erano più corti e i contorni del viso avevano preso una presenza nuova; gli occhi erano più grandi, la fronte più ampia e le labbra una piega che non doveva più vedersela con capelli che le coprivano quando ti voltavi o chinavi la testa, ma che poteva mostrare apertamente sia i sorrisi che i bronci.
Ma era nella brillantezza dei tuoi occhi che potevo notare il cambiamento, la mutazione, il passaggio da una condizione passata, non importa se felice o meno, a questa sicuramente più dura, meno condiscendente. Questa condizione che ti impone di strappare ogni giorno il tuo scampolo di soddisfazione da un mondo avaro di generosità, che ti chiede di apparire quello che non sei semplicemente perché così devi essere.
La luce dei tuoi occhi era la stessa del cielo all’alba, quando ha ancora l’incertezza dei primi raggi di sole e i colori della notte fanno da sfondo al passaggio del nuovo giorno.
Questa incertezza, leggera, è rimasta. L’ho rivista anche quando abbiamo affrontato l’ultimo tratto del sentiero, nella tua paura di cadere, di perdere l’equilibrio: il bagliore dei tuoi occhi si è ammorbidito, smorzato.
E’ come se avessi messo il silenziatore alla tua vita, un velo fra te e il mondo, una delicata patina di polvere sopra le cose.
Questo viaggio della memoria e del ricordo è nato dalla tua voglia di rinascere, di riaccendere le mille luci che hai spento dentro di te.
La foto l’abbiamo scattata ugualmente, anche senza macchina, dentro di noi. Non quando ho cercato di baciarti, nemmeno quando hai rivisto la magia dell’acqua che emerge dalla roccia, fenomeno oscuro e misterioso.
La foto è entrata dentro di noi quando abbiamo capito che quel luogo non è cambiato. Che la natura è immutabile. Che, senza la mano dell’uomo, il colore del mare, la profondità dei colori, la trasparenza dell’aria non cambia e noi possiamo rivivere quella gioia ogni volta che lo vogliamo.

di A.P.
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Vecchio 08-09-2005, 22.09.33   #9
Vaniglia
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La Foto

Mia cara,

Che cosa succede a questo venerdì? In genere le nuvole se ne vanno per lasciare il posto al sole del week-end, cosi che le famigliole con i loro carichi di cibarie e valigie possano andare a godersi il sole in montagna o al mare, e invece?

Invece il cielo è carico di blu, di indaco, di violetto e quel sole che misteriosamente è calato all’orizzonte ha faticato parecchio a farmi arrivare il segno del suo dolore nel lasciarci con un ultimo grido rosso e arancio.

Fantasticavo così questa sera mentre percorrevo la strada che mi riportava verso il nostro rifugio. Tu forse ti chiederai perché sono salito fin lassù senza dirti niente; è vero, non ti ho voluto avvisare di questo mio viaggio improvviso perché volevo prendere, o meglio riprendermi, quelle fotografie che abbiamo scattato quest’estate al mare.

A parte il fatto che non ho mai capito perché le hai lasciate lassù anziché tenerle nei soliti cassetti a casa, quelle foto stanno diventando per me sempre più importanti: sono la cartina da tornasole per capire se ti amo ancora.
Hai letto bene: per capire se i miei sentimenti (non i nostri) sono ancora quelli che avevo un mese fa, tre mesi fa.

In quelle foto sei al mare, il viso che guarda un punto sul mare, il viso illuminato da una luce bassa, da tramonto. Effettivamente erano le nove di sera e il sole se ne stava andando, come questa sera.
Tu guardavi il mare, anche se il mare non c’è nella foto, sicché tu potresti essere anche in riva ad un fiume o ai bordi di un balcone in alta montagna.

Ora cosa c’entra questa fotografia con il fatto che devo capire se ti amo ancora.
E’ molto semplice, mia cara: quando ho scattato quella foto provavo delle emozioni, quando l’ho vista, stampata su carta, ho riprovato le stesse emozioni e adesso voglio comprendere se questo si rinnova, si riaccende.

E’ il gioco della memoria, del ricordo, delle emozioni che si rincorrono: la memoria è come un treno si allontana dalla vista, la vedi diventare sempre più piccola a mano a mano che il tempo scorre e le cose che non riesci a ricordare ti rammentano le cose che non puoi dimenticare.

Noi viviamo della nostra memoria e con la nostra memoria; ad essa abbiamo delegato la nostra storia, i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre gioie, le nostre angosce.
Qualcuno ci dice di liberarci della nostra memoria, di non rimanere imprigionati del nostro passato, di guardare avanti, di avere fiducia che altre esperienze, altri imperscrutabili avvenimenti ci porteranno gioia, dolore e che tutto si sommerà a tutto ciò, trasformando la memoria in un nuovo miracoloso affresco.
In effetti, noi siamo sempre diversi, ogni giorno che passa, mentre la nostra memoria vorrebbe farci presente che siamo sempre uguali a quello che eravamo ieri, un anno fa, dieci anni fa.
Quindi c’è una vistosa contraddizione fra ciò che siamo e ciò che ci sembra di essere, come se guardassimo noi stessi attraverso un vetro deformante e la memoria finisce per essere lo specchio deformante della nostra anima.

E da queste fotografie mi aspetto che qualcosa accada, che attraverso il risalire alla superficie delle bollicine effervescenti della memoria, il cuore mandi intermittenti segnali di tachicardia, che la pressione arteriosa raggiunga valori da farmi colorire il viso, quasi ad arrossire delle segrete emozioni che si celano dentro a quelle foto.

Mentre ti scrivo, la luce è andata via, non vedo più il tuo viso appeso al muro, il silenzio della notte improvvisamente mi avvolge, ma il tuo sorriso è ancora lì davanti a miei occhi e mi toglie il respiro.

di A.P.

Ultima modifica di Vaniglia : 08-09-2005 alle ore 22.14.46.
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Vecchio 08-09-2005, 22.13.45   #10
Vaniglia
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L'incontro

Cara Amica,

L'incontro che reclami l’ho ritrovato in un'immagine, nel ricordo di uno dei nostri primi incontri.
Mi è a volte difficile spiegare perché ritornano le scene di questi incontri; essi entrano prepotenti nel mio campo visivo come se li avessi vissuti nell'attimo immediatamente precedente. In alcuni momenti penso che li rivivrò.
Adesso, come allora era l’alba. Come allora ero su un terrazzo. L’assenza di vento conferiva a questa ora l’atmosfera dell’attesa.

Quel luogo in cui avevi prenotato così premurosamente il tempo da trascorrere insieme a me, aveva tutti i colori e i profumi del tuo viso e della tua pelle.

Rivedo, come allora, davanti a me le luci della strada che sale sulla collina, che si confondono con gli alberi, il nero delle foglie che lentamente vira al verde scuro e, più tardi, al verde chiaro; le pareti della stanza invece sono calde, nella tonalità dell’ambra: nascondono in penombra il mio viso.

Sono seduto sulla chaise longue, guardo, osservo in lontananza le stelle cercando di riconoscere quelle che tu prima, dando sfoggio di grande sapienza, avevi individuato come la costellazione dello Scorpione, la tua.

Sorrido.

Nel mio racconto ti avevo descritto le stelle come occhi su di noi e tu avevi reclamato che non era poi un’immagine così romantica: sembravano invece tante piccole spie.

La tua dolcezza è infinita, sai passare dalle più provocanti e sensuali immagini alle altrettanto innocenti, capricciose prese di posizione su questo o quel fatto o punto di vista.

Sorrido anche perché, quella sera, abbiamo per così dire discusso all’infinito su quale doveva essere il posto dove andare nella successiva fine settimana, some se fosse un affare di stato.
Io ti avevo ricordato che non importa dove o quando andare, ma esserci. Insieme.

Quella sera mi sei venuta incontro come sempre prendendomi le mani, stringendole a te in un gesto di danza leggera, quasi una piccola reverenza settecentesca: eleganza innata la tua.

Il tuo completo nero, smagliante, donava al tuo viso, ai tuoi capelli, ai tuoi occhi una luce insolita, la luce che adesso ho rivisto nell’alba.

Come sempre hai voluto che ti baciassi sulle labbra, leggermente, sfiorandoti appena, a whispered kiss. Poi, come sempre, hai voluto che ti stringessi io le mani. Questi piccoli gesti hanno il sapore di una ritualità come se dovesse, nel caso non si facessero, succedere qualcosa.

Quando fai così penso sempre che hai paura: di perdere qualcosa, di dover rinunciare ad un minuto della vita, di quella vita che tu stai rincorrendo con tanta forza e dolcezza.

Qualche settimana fa quando mi hai chiesto in un vertiginoso gioco incrociato di sms: “quando mi vieni a trovare”, ho avuto la medesima sensazione: che tu abbia la stessa paura. Io prima ho pensato al tuo ennesimo gioco di seduzione con il quale hai definitivamente “corrotto” il mio cuore, poi ho capito che è il tuo modo di essere, il tuo essere ragazzina e donna, ragazzina “viziata”, capricciosa (a te non piace che lo dica) e donna sensuale, seducente.

Non rimproverarmi adesso, che non è vero, che non mi dirai più niente, che non scherzerai: non mettermi il broncio, anche se con il broncio sei bellissima.

Anche allora mi sei venuta incontro sorridendo. A volte non lo fai. Abbiamo camminato a lungo nel parco della villa prima di cenare. Questa città ha grande fascino da questa posizione: mi hai segnalato uno ad uno vari i punti della città, le diverse caratteristiche, la storia, le curiosità.

Come in questo momento era l’alba. L’alba è lo specchio dell’amore.

L’alba stava per sfumarsi in giorno. Ti immaginavo a letto, abbracciando il cuscino, rifiutando la luce che avanza verso il tuo viso.

L’alba sta per sfumarsi nella luce dei tuoi occhi, le tue labbra scoprono un sorriso: stai sognando?

Dove voleranno i tuoi pensieri, dove staranno dirigendosi le onde della tua memoria?
Anch’io mi sto dirigendo verso la tua memoria, ho chiuso la mia valigia, il caffè è sul comodino, guardo ancora in fondo alla finestra, nel punto dove tu mi hai indicato che i primi raggi del sole incorniceranno i miei occhi.

Forse ti stai alzando. Avvio il motore, imbocco il viale, le luci della mia auto sono piccole candele rosse nella penombra del mattino.
Immagino i tuoi occhi mentre stai aprendo la finestra, la luce li fa socchiudere, poi aperti brillano come gemme.


di A.P.
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